Stress test atomico: con o senza centrali per noi cambia poco

Sono previsti severi “stress test” sulle centrali nucleari europee. 143 reattori di cui buona parte a due passi dal nostro confine. E sempre buona parte di questi 143 reattori sono stati costruiti negli anni ’70 e rappresentano centrali nucleari di prima generazione (oggi siamo a quelle di terza generazione, completamente diverse nella struttura e nella sicurezza).
Il grafico tratto da “la Repubblica” illustra in modo ideale il nostro piccolo dramma: non abbiamo voluto il nucleare, lo abbiamo deciso con un referendum anni fa. Ma in realtà è stato come se ce l’avessimo avuto, in quanto il nord Italia è circondato da enormi rischi potenziali di contaminazione, in caso di guasto alle centrali. E le correnti, fino a prova contraria, vengono in Italia passando prima da Francia e Svizzera. E quindi per noi, sarebbe come avere una centrale nucleare sul nostro territorio. Forse sarebbe meglio preoccuparsi non del rischio di costruzione di nuove centrali atomiche in Italia, che sarebbero costruite con criteri di sicurezza molto avanzati, ma del vecchio che ci sta attorno. Anche perché dobbiamo continuare a sperare che vada sempre tutto bene, e se qualcosa va storto, a cosa servirebbe dire: “ noi il nucleare non lo abbiamo voluto”? Sarebbe solo una clamorosa presa in giro: senza nucleare, per anni dipendente dall’estero per l’energia, ma costretti a subire le conseguenze degli effetti collaterali.
Ma giunti a questo punto, possiamo fare a meno del nucleare? Prendendo spunto da un interessante articolo di Pippo Ranci, occorre prima rispondere a tre quesiti:
Primo quesito: può il mondo fare a meno dell’energia elettronucleare? La risposta non può essere netta.
Certo che in astratto si può farne a meno, ma oggi bisognerebbe organizzare una transizione assai lunga. Non si possono chiudere improvvisamente 440 impianti che forniscono al mondo 2,6 trilioni di chilowattora all’anno, otto volte l’intero consumo italiano, il 14 per cento dell’elettricità mondiale; e all’Unione europea il 28 per cento dell’elettricità che consuma. L’Europa andrebbe al buio e nessun paese, nucleare o no, sarebbe esente dall’emergenza.
Secondo quesito: a che prezzo l’uscita dal nucleare? C’è un costo conomico: per dare un’idea, se l’Italia volesse supplire con energia solare all’energia importata, che è di origine nucleare, il sussidio annuo necessario richiederebbe un aumento della pressione fiscale di oltre un punto per vent’anni. Ma il prezzo più elevato sarebbe l’abbandono delle politiche per il clima perché affrontare un problema di queste dimensioni con la sola riduzione dei consumi e generazione da fonti rinnovabili richiederebbe comunque, nella migliore delle ipotesi, una transizione di qualche decennio, durante il quale non si potrebbe evitare un maggior ricorso ai combustibili fossili. Quindi per uscire da una catastrofe improbabile andremmo a cercarne un’altra forse meno improbabile, quella del riscaldamento globale.
Terzo quesito: come raggiungere un consenso sull’uscita? Al momento sembra impossibile, non
dico nel mondo, ma nemmeno nell’Unione Europea. (Source)
Difficile su due piedi dare delle risposte. Certo è che siamo dipendenti comunque dagli altri paesi a noi limitrofi sia su onori ed oneri del nucleare. E questo fatto lo trovo semplicemente assurdo.
STAY TUNED!
DT
Sostieni I&M!
Clicca sul bottone ”DONAZIONE” qui sotto o a fianco nella colonna di destra!

