Dove è finita la Cina?

27 Ottobre 2011 14:41

Guest post by Gaolin: non si parla più della Cina e soprattutto da che parte sta? La regola del NIMBY.

Di questi tempi, la Cina pare sia sparita dal contesto delle agende dei lavori delle grandi istituzioni europee, dai discorsi dei grandi leader, dai media e quasi anche dalle discussioni che animano bar e osterie di tutta Italia.

Eppure è ancora là, con i suoi oltre 1.300.000.000 abitanti, con il suo apparato produttivo più che mai in guerra con tutto il resto del mondo, con la sua immane bolla immobiliare da 70.000.000 di abitazioni non occupate, con la sua sorniona classe dirigente, che assiste al disastro dell’occidente in fase di forte accelerazione. Ma, se andiamo al fondo del problema che attanaglia l’occidente sviluppato nel suo complesso, ovvero alla mancanza complessiva di crescita, la Cina c’entra eccome.

Tutti hanno un’opinione più o meno realizzabile su cosa bisognerebbe fare in Italia o altrove per sistemare le cose. Però, se facciamo un’analisi su come e dove trovare le risorse, vale la regola del NIMBY.   I già pensionati, anche quelli d’oro placcato con uno strato di 2 cm di platino, dicono che quelle non si toccano e che, per realizzare questa crescita, bisogna andare a tirarle fuori da altre parti. Quelli che ci sono vicini non ne vogliono sapere di aspettare un giorno di più, perché hanno già tanto dato e sono stufi di vedersi, a intervalli sempre più brevi, allontanare il sospirato traguardo. Gli impiegati delle pubbliche amministrazioni e assimilati, con posto di lavoro non in pericolo, non ci pensano neppure a considerare una decurtazione del loro stipendio, per lasciare un po’ di soldini a un fondo per la crescita dell’economia reale che, fino a prova contraria, è ancora quella che mantiene tutti. I lavoratori impegnati nell’economia reale, magari dipendenti in aziende dove vedono che il lavoro sta sparendo, da tempo stanno vivendo la decurtazione pratica del loro salario e ritengono, credo giustamente, che da loro ci sia ben poco da spremere.

Gli imprenditori, che in Italia operano nei settori sottoposti alla concorrenza internazionale, da molto tempo ormai stanno vivendo una situazione che progressivamente li sta mettendo fuori gioco. Questi sono impegnati a cercare di sopravvivere in qualche modo tagliando costi da tutte le parti, o a trovare un modo per uscire dal sistema con qualche soldo in tasca o, nei casi peggiori, a trovare il modo di non essere strangolati dalle banche a cui hanno rilasciato garanzie personali. A questi c’è poco, o meglio nulla, da chiedere.

Gli imprenditori che operano in settori protetti dalla concorrenza estera o monopolisti, pur avendo molto da ringraziare il sistema e la fortuna per esserci, devono continuare a darsi da fare per mantenere questi privilegi foraggiando, in modo legale e non, coloro da cui questi privilegi dipendono, nonchè a pagare coloro che devono trovare modi per evadere o eludere la tasse dovute. Costoro hanno potenti mezzi per attuare il NIMBY e nessuna voglia di mollare un cent.

Le banche italiane sono ormai letteralmente ossessionate dal rischio insolvenza dei clienti, sia imprese che famiglie. Questo delle insolvenze bancarie è ormai una vera emergenza nazionale che, come effetto immediato genera sfiducia e diffidenza. La conseguenza di ciò è la progressiva riduzione della liquidità nelle banche e la conseguente necessità per queste di avviare politiche di restrizione nell’erogazione del credito e avviare azioni di recupero che mettono definitivamente KO le imprese in difficoltà.

L’agricoltura, nel suo complesso, sta vivendo in Italia momenti terribili. Un vero disastro biblico. Si può solo sperare che quanto prima cambino le cose, altrimenti sono guai seri. Insomma qui più NIMBY che mai.

La politica. Qui si dice che ha i suoi costi e finora non c’è stata alcuna dimostrazione di voler incidere su questa tipologia di spesa, tanto elevata quanto poco virtuosa e redditizia. Qui si applica la regola del NIMBY per definizione e, a sentire i politici, verrebbe da dire che il buon MOSE’ si è dimenticato di scrivere l’undicesimo comandamento.

Per non dilungarsi molto, si può dire che altri settori e categorie, più o meno grandi, sono più o meno in difficoltà. Insomma la coperta è corta, tutti tentano di tirarla dalla loro parte e, cosa gravissima, si sta restringendo sempre di più. Cioè la crescita non c’è anzi, complessivamente in occidente assistiamo alla decrescita, ovvero al nostro declino. Alla fine però, tutte le idee per dare una soluzione al problema partono dal tentativo di individuare nell’orto altrui i frutti da sottrarre. In questo modo però non si aumentano complessivamente i frutti. Al massimo, se riesco a sottrarli, li posso distribuire ad altri con aggravio di costi ma poi induco l’ortolano a farsi attento per non farsi fregare. Nessuno che pensa che la decrescita attuale dell’economia ha un’origine molto chiara ed è legata al progressivo smantellamento dell’apparato industriale occidentale, determinato dalle politiche monetarie degli stati che applicano sistematicamente il dumping valutario, per rendere il proprio sistema produttivo industriale più competitivo rispetto a quello degli altri.

Lo sviluppo impetuoso di tutti i paesi dell’est asiatico si è basato principalmente su questo fattore e ne abbiamo sotto gli occhi gli effetti. Giappone, Corea, Taiwan e ora Cina hanno a casa loro implementato in questo modo un apparato industriale che va dal molto valido all’eccellenza assoluta.

In fondo questi paesi hanno usato la propensione al consumismo, che si è creata nell’occidente a partire dagli USA, per invadere i nostri mercati con prodotti neppure frutto della loro cultura ma costruiti per le nostre esigenze. Questi paesi hanno sempre adottato politiche di scoraggiamento, per evitare che prodotti occidentali arrivassero nei loro mercati a prezzi accessibili alle masse. Hanno invece sempre attuato politiche normative e finanziarie di incentivazione dell’export attraverso il controllo della parità monetaria delle loro valute, consci che con questo sistema si assicura il miglioramento dell’economia del proprio paese a ogni livello e in ogni settore. Piuttosto che a fare baruffa e a fare sorrisini di compiacimento o derisione a vicenda, i partner dell’Unione Europea dovrebbero cominciare a capire dov’è la chiave del problema e dei casini che stiamo vivendo.

Il peccato originale sta nell’avere fatto regole, stipulato trattati e accordi che consentono, a chi li sa usare nel modo che gli è più conveniente, di agire per i propri interessi a discapito degli altri fino a distruggerli. Questo processo alla lunga non farà benissimo neppure ai vincitori ma stabilirà nuove gerarchie in cui i fessi che non si accorgono di cosa sta succedendo saranno i perdenti. L’occidente nel suo complesso e in particolare l’Italia in questo momento sta dalla parte sbagliata.

Invece la Cina da che parte sta?

Temo che, invece di dare una chiara inequivocabile risposta, ci sia come al solito la propensione a tentare di individuare ed evidenziare i tanti problemi che questo enorme paese ha, gli errori che commette per alimentare una crescita esponenziale assurda, che dovrà prima o poi arrestarsi.

Il prossimo G20 di novembre dovrebbe avere come tema prioritario quello delle politiche di dumping valutario ma non sarà sicuramente così. In questo caso i dirigenti cinesi neppure parteciperebbero. Mica sono fessi.

Gaolin

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