DEBITO PUBBLICO: diminuisce il costo, aumenta il volume. Ma è sostenibile?
Debito pubblico. Vale a dire il grande fardello che ogni italiano si ritrova suo malgrado sulla schiena. Un macigno che frena inesorabilmente il percorso della crescita economica. E proprio questo è stato l’oggetto di un recente studio del FMI intitolato “When Should Public Debt Be Reduced?”, effettuato su una tabella elaborata da Moody’s Analytics.
Occorre ridurlo, ovvio, ma come fare?
Ecco cosa dice il report del FMI:
Niente spazi di manovra per le riduzioni fiscali per l’Italia. Nelle stesse condizioni si trovano solo il Giappone, la Grecia e Cipro. Quando un Paese ha un limitato spazio fiscale, si legge, significa che si trova vicino a un limite sul debito a cui i mercati chiedono un enorme premio o persino vi negano l’accesso. Per queste nazioni che sono considerate a “grave rischio” – sostiene l’Fmi – il peso della sostenibilita’ del debito lascia poche opzioni e le nazioni in questione devono focalizzarsi sulla riduzione del debito. Nello studio del Fondo, intitolato “When Should Public Debt Be Reduced?” (Quando il debito pubblico dovrebbe essere ridotto) si sostiene che i Paesi considerati come “sicuri” – Regno Unito, Usa, Germania, Svizzera e Norvegia (la piu’ virtuosa) -possono finanziarsi a tassi di interesse ragionevolmente o persino eccezionalmente bassi. Per loro “non c’e’ una reale possibilita’ di una crisi provocata dal debito sovrano” e quindi lasciare il debito e permettere al rapporto debito/Pil di scendere in modo organico attraverso la crescita “potrebbe essere la migliore opzione”. – (Source)
Il grande problema infatti è proprio questo. La crescita: se il PIL non cresce, il rapporto debito/PIL non può che degenerare e l’impatto del debito pubblico, interessi compresi, non fa che aumentare. E se non è la crescita c’è solo un’altra cosa che può aiutare e non poco: l’inflazione. Peccato che il quadro di fondo non sia molto a nostro favore…
«Il debito pubblico italiano deve assolutamente scendere e lo farà. Punto. Poi dovremo aumentare la crescita, sfruttare i tassi di interesse bassi, che non dureranno a lungo, ma toccherà alle politiche fiscali recuperare l’avanzo primario che avevamo e che era il più alto in Europa. Nello stesso tempo un po’ più di inflazione ci potrà aiutare». (Source)
Vivere solo sulla speranza e nella consapevolezza di dover coesistere con un lungo periodo di debt deflation non è certo il massimo per un paese come il nostro, anche perché, non dimentichiamolo, nella migliore delle ipotesi inflattive, ovvero se riparte l’inflazione, la BCE sarà costretta nel medio periodo ad alzare i tassi. E a quel punto, siamo così sicuri che per un paese come il nostro sia un bene? Intanto attenzione.
Debito pubblico italiano: 15% a breve
ll 15% dei titoli di Stato italiani ha una maturità di meno di un anno, il che rende l’Italia il terzo paese Ue con la più alta percentuale di debito pubblico a breve scadenza, dopo Svezia e Bulgaria. Questo fatto è importante in quanto, con questo scenario di tassi, permette di allungare eventualmente le scadenze dello stesso, diminuendo il costo di approvigionamento. Il grafico qui sopra vi fa vedere quanto è importante in questi prossimi anni avere tassi bassi per poter migliorare ulteriormente quel 3.77% che già è difendibile se consideriamo il “merito” del’Italia (thanks to QE e BCE) e se paragonato a rendimenti visti in passato.
Mario Draghi, quindi, con il suo artificioso QE fa un grandissimo piacere alle finanze pubbliche le quali possono “rollare” il debito a scadenze più lontane con costi minori.
Ci tengo infatti a precisare una cosa che spesso viene dimenticata.
Un paese NON fallisce se ha un alto debito pubblico. Fa default se non ha il CASH per pagare cedole o rimborsi di capitale. Il debito pubblico (Giappone insegna) può anche essere di importanti dimensioni ma la cosa che più conta è che resti sostenibile e non fuori controllo. Ovviamente, essendo all’interno di un’organizzazione come l’Euro, volumetricamente parlando il debito pubblico italico fa paura anche perché il suo costo (anche se basso grazie ai tassi zero di oggi) è importante se rapportato al PIL complessivo e soprattutto FRENA qualsiasi operazione di “deficit spending”.
Capite benissimo che, quindi, diminuire il debito pubblico in queste condizioni è tutt’altro che facile. Non si cresce, non c’è inflazione, bisognerebbe investire per ripartire, occorrerebbe aumentare salari e pensioni. Ma non ci sono spazi.
Guardate questo grafico.
Debito pubblico ed interessi pagati
Come potete vedere, il debito pubblico continua a lievitare, ma guardate sotto il costo dello stesso. Per assurdo oggi il debito pubblico al 132% del PIL ci costa come quando nel 2006 il rapporto era pari a circa 102%.
Domanda: cosa accade se il costo del denaro inizia a lievitare? Che questo costo decolla, soprattutto che non si è riusciti a rollare sufficientemente sul lungo periodo. Dite che ci sarà l’inflazione ad aiutarci? Questo bisogna vederlo, intanto approfittiamo del momento e cerchiamo di rinnovare il rinnovabile allungando le scadenze. E poi …tanti auguri….
UPDATE: si diceva del debito pubblico italiano?
ROMA, 15 giugno (Reuters) – Il debito pubblico italiano è aumentato nel mese di aprile di 10 miliardi a 2.194,5 miliardi di euro. Lo si legge nel Supplemento di finanza pubblica al Bollettino statistico di Bankitalia.
L’incremento, spiega Via Nazionale, è stato superiore al fabbisogno del mese (6,4 miliardi) per l’aumento di 4,2 miliardi delle disponibilità liquide del Tesoro (a fine aprile pari a 83,1 miliardi; 77,4 ad aprile 2014). In senso opposto ha operato l’effetto complessivo dell’emissione di titoli sopra la pari, dell’apprezzamento dell’euro e degli effetti della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione (0,6 miliardi).
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