G2: USA-CHINA. Come è andata?

La risposta è facile. I governanti cinesi, pur con le loro consuete facce sorridenti hanno ben mostrato i muscoli e fatto capire chi sarà il nuovo padrone del mondo.
Nonostante ci sia stato il tentativo da parte di Obama di blandire il collega con un inusitato grande riguardo nei confronti dell’ospite e con un cerimoniale sontuoso, Hu Jintao non ha ceduto di nulla su nessun punto.
Tralasciando le questioni legate alle libertà individuali, che tanto piacciono e fanno dibattere dalle nostre parti ma sulle quali i cinesi non sono disposti a discutere per principio e a tutti gli altri aspetti non economici, affrontati in questo vertice, il tema cruciale è stato il tasso di cambio USD-CNY, dalla People Bank Of China tenuto tenacemente e con ferrea determinazione “stabile”, come dicono i cinesi.
Prima di affrontare questo argomento del vertice, mi pare sia il caso di partire un po’ da lontano, anche per meglio predisporre chi legge alla comprensione di quanto sia cruciale per lo sviluppo economico di una nazione mantenere in mano a governanti capaci la gestione della propria parità monetaria, piuttosto che lasciarla in quelle della finanza globalizzata, interessata a tutt’altro che allo sviluppo economico diffuso.
Quindi, prima di concentrare l’attenzione su questo aspetto del già trascorso evento, ritengo sia il caso di fare una divagazione per illustrare alcuni casi aziendali, emblematici dei tempi che il sistema produttivo manifatturiero italiano, ma non solo, sta vivendo da alcuni anni, di cui sono venuto direttamente a conoscenza nell’ambito di incontri conviviali in occasione delle trascorse festività di fine anno. Nessuna novità ma casi o meglio esempi, fra i tanti, di situazioni aziendali evolutesi in modo negativo durante l’anno 2010, che si aggiungono ai tantissimi, più o meno simili, in tutti i settori industriali, già avvenuti nel decennio trascorso.
1° caso
Azienda di componentistica di qualità per il settore dell’arredamento cucine. Azienda che un anno fa andava ancora abbastanza bene, grazie alla tenuta dell’export in Sudamerica. Nel 2010 è accaduto che i 2 maggiori clienti brasiliani, dopo 2 decenni di reciproci profittevoli rapporti commerciali, sono stati tentati dalla produzione cinese, in grado di offrire a un prezzo del 65% inferiore lo stesso articolo. Persi questi 2 clienti, prima di fallire e perdere tutto quanto faticosamente costruito in 40 anni di duro lavoro, ha avviato la cessazione dell’attività. Questo imprenditore ce l’ha fatta a chiudere pagando tutto e tutti, mandando a casa però tutti i suoi 65 ormai ex dipendenti.
2° caso
Azienda del settore della ventilazione industriale. Questa da alcuni anni aveva avviato una succursale in Cina. I prezzi internazionali, determinati ormai dai produttori cinesi, avevano messo completamente fuori mercato, quanto a prezzo di vendita, quelli della fabbrica ubicata in Italia, dove fino 1 anno fa era allocato l’ufficio progettazione, nonché la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti. Dopo 2 anni di rilevanti perdite dell’unità produttiva italiana, coperti con i dividendi inviati dall’azienda cinese, il titolare ha dovuto chiudere la produzione della fabbrica italiana, mantenendo solo un’attività di magazzino e distribuzione di prodotti Made in China/Marchio Italiano. Risultato 100 su 120 dipendenti mandati a casa.
3°caso
Azienda produttrice di sofisticati macchinari per l’edilizia, leader internazionale fino poco tempo fa nel suo specifico settore. Fino 2 anni fa i prodotti della ditta non erano troppo minacciati dalla produzione cinese, sì più economica ma di livello tecnologico ancora troppo inferiore. Nel 2010 questa società si è trovata improvvisamente a competere sul mercato internazionale con 2 produttori cinesi che, con grande sorpresa, si sono presentati sul mercato con una cospicua nuova serie di macchine simili come concezione e prestazioni. Nel 2010 c’è stato un sensibile calo di ordini e soprattutto un notevole calo dei margini, per aver dovuto ridurre i prezzi ai clienti. Per il momento la ditta ha mantenuto i livelli occupazionali ma per la prima volta, dopo 60 anni di attività, il risultato di bilancio 2010 sarà pesantemente negativo, ovvero in perdita. Visto poi che le commesse sono in drammatico calo, dovrà cominciare presto a fare cassa integrazione, per intanto. Insomma, anche per questa azienda modello è iniziato il calvario, che speriamo non raggiunga le estreme conseguenze.
4° caso
Azienda produttrice di componenti per grandi impianti industriali e infrastrutturali. Anche qui, da un po’, la pressione sui prezzi costringe a limitare il più possibile le lavorazioni in Italia e ad acquistare la componentistica semifinita o già finita dalla Cina, a prezzi 40-50% inferiori. In questo modo, per il momento, questa azienda sta mantenendo ancora una discreta redditività ma, pur avendo incrementato nel 2010 il fatturato del 25%, ha ridotto i dipendenti passando da 200 a 180 circa, non rinnovando contratti a termine o diminuendo i lavoratori interinali.
Ho citato questi esempi, ancora freschi freschi, per affrontare il tema cruciale del vertice USA-CHINA, che è stato il valore del cambio USD-CNY e che determina l’ipercompetitività del sistema manifatturiero-industriale della Cina.
Rubo da un altro blog la seguente simpatica vignetta che vede un americano, bene in carne, protestare per i diritti umani calpestati in Cina.
L’aspetto divertente è che costui protesta contro il paese che produce tutto ciò che usa o indossa.
Trattasi di prodotti semplici e di largo consumo che, quando è partita l’industrializzazione della Cina, costituivano le principali merci esportate. Poi si è passati ad altre con maggior contenuto tecnologico, poi ad altri beni ancora, via via più complessi e sofisticati. Fino a produrre ormai molti degli oggetti del desiderio di cui noi occidentali siamo particolarmente avidi, quasi da non poterne fare a meno (IPhone, IPad, ecc. ecc. ecc. ecc).
La dimensione delle fabbriche che lavorano per i prodotti di massa destinati all’occidente e al resto del mondo sono di dimensioni colossali. Unità produttive anche di 10-15.000 persone sono diffusissime, dove si lavora 24 su 24 ore, magari anche di sabato e domenica, se ci sono da soddisfare punte di richiesta del mercato.
Insieme a queste industrie produttrici di beni di consumo si è sviluppato parallelamente, perché spinto da queste, quello delle macchine e dei sistemi di produzione, che si è progressivamente e rapidamente evoluto tecnologicamente fino a raggiungere livelli di efficienza e qualità spesso ai vertici mondiali assoluti.
In tutti questi processi il contributo/supporto tecnico alla Cina è stato dato dagli occidentali che hanno donato e continuano a donare alla Cina tutto il know-how necessario, affinché anche in questo paese si fabbrichino prodotti di qualità adeguati alle nostre sempre maggiori pretese
I primi tanto bravi a delocalizzare il lavoro sono stati, come è noto, gli USA. Loro lo hanno fatto a partire dagli anni 80 e lo hanno fatto talmente bene che oggi si trovano praticamente senza un sistema industriale per produrre la gran parte dei beni che gli americani consumano. Vista la buona riuscita del processo, i pappagalli europei, per non essere da meno, hanno ben pensato di scimmiottare gli americani, dandosi da fare con grande intensità per raggiungere gli americani. Non ci siamo ancora ma ci manca poco. Basta che i casi 1,2,3,4 continuino, fino a mettersi alla pari degli USA. Poi anche noi saremo finalmente a posto.
Nel contempo gli infaticabili imprenditori cinesi, che si sono dimostrati anche molto capaci, hanno sviluppato un sistema produttivo immenso, in grado di soddisfare, quanto a beni di consumo, le richieste di tutti: USA, UE, BRIC e compagnie belle.
Nel frattempo i lungimiranti dirigenti cinesi hanno visto sotto i loro occhi attuarsi silenziosamente e progressivamente il disegno di far diventare prossimamente la Cina il paese guida, il vero G1, senza ricorrere a guerre vere, ma semplicemente ricorrendo all’arma letale del tasso di cambio.
Arma a cui gli astuti e capaci capi cinesi non intendono in nessun modo rinunciare. Non varranno a nulla le richieste gentili o perentorie se non supportate da veramente vere minacce. Ovvero di cambiare le regole del gioco degli scambi internazionali.
Invece cosa fanno gli sprovveduti occidentali? Firmano contratti per fornire quel poco che resta delle loro migliori tecnologie alle aziende cinesi in cambio di un po’ di soldi e soprattutto della promessa di continuare a comprare TBond e/o Eurobond per salvare (???) la sgangherata finanza occidentale.
Una vera trappola mortale.
Questi dirigenti cinesi meritano proprio un bel 110 e lode. Anzi 210.
Gaolin
Ti è piaciuto questo articolo? Votalo su Wikio!
E CLICCA QUI per poter votare gli ultimi 3 post di I&M! DAI VISIBILITA’ ALL’INFORMAZIONE INDIPENDENTE!
Tutti I diritti riservati ©
Grafici e dati elaborati da Intermarket&more sulla database Bloomberg
NB: Attenzione! Leggi il disclaimer (a scanso di equivoci!)
Sostieni I&M!
Clicca sul bottone ”DONAZIONE” qui sotto o a fianco nella colonna di destra!
Seguici anche su Twitter! CLICCA QUI!
Vuoi provare il Vero Trading professionale? PROVALO GRATIS!

