Meglio opzionare SHORT o meglio LONG?
Opzioni short put e long call sono posizioni rialziste, short call e long put sono invece ribassiste. Per la serie: “quando anche la terminologia disturba il vissuto e mina il futuro“
Tutto il trading è un’opinione e i mercati sono irrazionali. Che senso hanno allora le analisi di qualsiasi tipo? E le strategie? E le tecniche di trading? Domande retoriche forse, ma comunque domande a cui vale la pena dare una risposta possibilmente non viziata da pregiudizi e inesperienza. Io sono convinto che se questa materia viene trattata con sistematicità e con approccio statistico probabilistico, quindi con approccio “intellettuale”, è in grado di fornire indicazioni di trading e investimento utili per operare con metodo e con schemi razionali.
L’operatività in opzioni è l’espressione più rappresentativa di un approccio razionale al trading e all’investimento. Ad esempio, il trading di volatilità con le opzioni sta al trading in future con stoploss come il giocatore di scacchi sta al giocatore di dadi. E la stessa equivalenza vale anche fra chi fa hedging di portafoglio con opzioni e chi investe con pac azionario per mediare. Distanze planetarie.
Il trading con opzioni non è per niente intuitivo, salvo la banalizzazione di chi si limita ad acquistare (long put e long call). Fare opzioni significa fare spread, lavorare sulla volatilità e sul decadimento temporale, aprire strategie non direzionali e direzionali, aggiustare le strategie per seguire il mercato, proteggere un portafoglio di equity e commodity, costruire un investimento di lungo periodo su titoli azionari di qualità e su indici, fare copertura valutaria…
Il sig. Rossi non si fa incantare dalle opzioni
Uno dei tanti motivi per cui nell’italietta liberista e opulenta il sig. Rossi faccia ancora tanta fatica ad operare con opzioni è dovuto da una parte alla scrupolosa diseducazione organizzata dal “Sistema” (finanziario) a partire da Consob. La diseducazione inizia col far ignorare l’esistenza dello strumento. Però quando qualcuno decide di parlare di opzioni (di solito un accademico, o un superficialotto o chi ha interesse a diseducare), normalmente presenta la cosa al profano in modo criptico e incomprensibile. Se infine si arriva a descrivere le potenzialità di trading delle opzioni allora si passa al terrorismo: la vendita allo scoperto (cioè senza averle, posizione short) può causare una “perdita illimitata”. Da piangere, più avanti argomento la questione..
Dall’altra parte ci si mette invece il mercato nostrano e i broker italici a scoraggiare l’uso delle opzioni. Le opzioni sul mib o le vecchie care sparute “isoalfa” brillano per illiquidità e il market maker si lecca i baffi. I broker invece fanno di tutto in mille modi per limitare l’operatività, forniscono piattaforme penose e disservizi vari (in alcuni casi anche da denuncia), ma per il disturbo chiedono commissioni stellari. Inevitabile che quando il sig. Rossi diventato opzionista praticante inizierà a cancellare il mib dalla sua mente e poi penserà seriamente a lavorare con broker USA.
Uno: le opzioni vanno vendute e non comprate
Banche e broker italici che consentono lo short sia su put che su call si contano su una mano. Certificati e covered warrant si comprano e basta. Col piffero che Unicredit cede il banco al parco buoi. Perché? Provo a rispondere con un’opinione e con dei fatti.
L’opinione è che il mercato delle opzioni è fatto dai venditori; per quanto sia opinione condivisibile presta sempre il fianco alla constatazione che ad ogni vendita corrisponde un acquisto e la partita nel complesso è a somma zero. Molto vero ma analisi del tutto superficiale. Il mercato è dei venditori perché sono loro che influiscono sul prezzo sovrastimando i premi sistematicamente attribuendo valori di volatilità implicita irreali. Facendo un confronto a posteriori fra volatilità storica di un determinato arco temporale e volatilità futura che giornalmente viene stimata dai market maker (volatilità implicita) si nota nelle fasi lateral rialziste del sottostante (80% dell’andamento dei prezzi) una costante sopravvalutazione.
Cui prodest? Al venditore, ovvio, perchè sopravvaluta la sua merce. Sapendo che per la stragrande maggioranza delle opzioni trattate il valore estrinseco del premio è l’unica componente del prezzo e sapendo che le opzioni alla scadenza tendono ad azzerare la componente estrinseca, il compratore – educato al long e terrorizzato dallo short – acquisterà quasi sempre a prezzo da amatore e almeno 8 volte su 10 si troverà alla scadenza con in mano il nulla o meglio, in qualità di compratore vedrà pian piano inesorabilmente giorno dopo giorno erodere il valore del suo acquisto fino all’annullamento di fatto che spesso avviene ben prima della scadenza.
Questo genocidio avviene 8 volte su 10. In quei due casi in cui l’operazione va a buon fine significa che il sottostante si è mosso con grande decisione secondo il trend previsto da una strategia direzionale. Ergo: chi compra e basta si gioca tutte le strategie non direzionali che sono le più importanti. Ma se vuoi fare direzione (perchè non ti capaciti che con le opzioni si guadagna anche quando il mercato è laterale) meglio usare azioni o etf che non ti danno la seccatura di un conto derivati. E continuerai a seguire i mercati con la classica visione binaria “per me si sale/per me si scende” che fa tanta audience, che alimenta apprensioni e speranze, e che dà da vivere a molti guru commercianti.
Vendere a prezzo maggiorato e con la certezza che il tempo passa, e che il passare del tempo riduce il valore di ciò che si è venduto, costituisce un vantaggio unico delle opzioni short, nessun altro strumento finanziario presenta questa caratteristica.
Capito allora perché il sistema insegna ad aver paura dello scoperto? Perché chi vende ha l’80% di probabilità di vincere.
E questo è uno.
Due: ma quale perdita illimitata…
E veniamo ora al terrorismo. Comprare azioni è bello, no? Nel 1999 ve la ricordate la bolla dei dotcom (tecnologici internet)? Bene, se tutti i risparmi di una vita li avessi messi su tiscali nel 1999 e li avessi lasciati per uno, due, dieci anni… non avrei avuto una perdita tecnicamente illimitata, è vero, ma avrei avuto di sicuro una perdita “soggettivamente” illimitata, ma questo è confacente al sistema che ciclicamente regala al parco buoi delle belle bolle e ben si guarda dallo scoraggiare l’investimento azionario, sarebbe contro natura perchè contro i loro interessi…
Vediamo il resto: se io compro o vendo un fib e se le cose mi vanno male ho forse una perdita limitata intrinseca allo strumento? Ovvio che no. Se compro obbligazioni al latte parmense o ai pelati napoletani o esotizzate dal fascino argentino (leggasi “ad alto rendimento”) ho fatto un affare? Ovvio che no.
Il lettore accorto avrà buon gioco ad obiettare che tutti gli strumenti finanziari presentano rischi di varia natura e che sta al risparmiatore investitore speculatore controllare limitare la perdita (stop loss?) quando le cose vanno male. Ben detto, e allora perché lo stesso principio non deve valere anche per le opzioni?
Ok, se compro azioni o opzioni malissimo che vada perdo tutto l’investimento, mentre lo scopertista in opzioni (e il futurista, mai dimenticarlo) può IN TEORIA perdere in modo illimitato, ma solo in teoria.
Bisogna sapere che esiste un garante delle leve finanziarie (Cassa di Compensazione ecc.) che esige che vengano costituiti margini di garanzia a fronte degli scoperti in opzioni e dei future, e i broker hanno tutto l’interesse a farli rispettare nel modo più rigido. In altre parole se sono uno scopertista distratto col mercato che mi viene contro, appena il margine s’è risucchiato tutto il denaro disponibile scatta il margin call e nello spazio anche di pochi minuti il broker se è bravo mi telefona, se invece ha premura mi chiude d’ufficio la posizione. Lo scopertista ha perso un fottìo, come quello delle tiscali dimenticate, ma non ha perso “illimitatamente”.
E questo è due.
Tre: quando occorre le posizioni scoperte si aggiustano, si coprono, si chiudono…
In altre parole chi fa opzioni deve fare un po’ di introspezione e scoprire qual è la sua stella: se è nato sotto il segno della Bella Addormentata nel Parco Buoi si metta nelle mani di un buon consulente di fondi e etf che è meglio. Ma se è uno dinamico come si conviene a chi fa trading una volta aperta una posizione non protetta (tipico lo short strangle o short straddle) se la cura, si dà un livello di allerta e poi interviene per modificarla; non solo non andrà in perdita ma nemmeno si troverà inguaiato con un margin call. Questo solo per accennare che il controllo del rischio è l’aspetto fondamentale del trading e con le opzioni gli interventi a protezione sono molto articolati, altro che stoploss…
E se poi parlassimo di short coperti dal sottostante (tipico il covered call writing) il problema addirittura si ribalta: come faccio a lasciar correre il guadagno del sottostante in caso di rally?
Vuoi vedere che nella sottile arte della diseducazione e creazione di consenso stereotipato (luoghi comuni) il “Sistema” si “dimentica” sempre di far notare la differenza fra una posizione scoperta “nuda e dimenticata” da una posizione scoperta strutturata dove lo short si accompagna con il long?
Perdita illimitata inevitabile? sì, ma solo della credibilità di chi sostiene tesi populiste e interessate…
Un trader è bravo non quando azzecca la direzione del trend ma quando sa trasformare una posizione che si sta rivelando perdente in una posizione di cui a chiusura può ritenersi soddisfatto.
Un trader è ancora più bravo quando guadagna con regolarità, anno dopo anno, con performance superiori alla perdita di potere d’acquisto reale soggettivo del capitale investito…
