L’Unione Europea ha raggiunto un record: la disoccupazione.

di lampo
10 Maggio 2012 15:35

L’Eurostat, l’Ufficio di Statistica europeo, lo scorso marzo ha certificato che l’Unione Europea (27 stati)  ha raggiunto il record della disoccupazione dalla creazione dell’unione monetaria ([1]), pari al 10,2% (dato corretto stagionalmente).

Ma il dato più impressionante è il tasso di incremento annuale pari al 8,5%, visto che soltanto il marzo scorso era al 9,4%.

Se consideriamo invece la zona euro, cioè a 17 stati *, il dato è ancora più alto, pari al 10,9%. Un anno fa era il 9,9%.

* Sono inclusi: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda,  Italia,  Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Spagna.

Eccovi il dettaglio in un grafico ([1]).

Fonte: Eurostat - Euro area unemployment rate at 10.9% - News release (2 maggio 2012)

Dato che la percentuale non è altro che un valore matematico asettico, vorrei che vi rendiate conto che tali valori corrispondono rispettivamente a circa 24,8 milioni (UE27)  e 17,4 milioni (zona euro) di uomini e donne.

Ovvero rispettivamente a metà della popolazione spagnola e a poco più dell’intera olandese.

A titolo di confronto, nello stesso mese, in USA (dove è iniziata la crisi finanziaria) avevamo l’8,2% di disoccupazione e “solo” il 4,5% in Giappone.

Il dato più sconfortante è la disoccupazione giovanile. Nell’Unione Europea ci sono circa 5,5 milioni di giovani disoccupati (con meno di 25 anni), pari a circa il 22,6%.

Uno su quattro!

E’ un dato che voglio sottolineare, visto che la disoccupazione giovanile è un tema a cui tengo particolarmente, dedicandoci in passato alcuni post. Sinceramente tali dati me li aspettavo… e ritengo che il massimo non sia ancora stato raggiunto.

Il problema è quanto dureranno questi tassi di disoccupazione!

I giovani sono l’estensione del nostro futuro e, anche se non ci pensiamo, faranno parte della classe dirigenziale che ci “assisterà”… quando avremo maturato i diritti per “goderci” la più o meno meritata pensione!

E’ indubbio che tali dati sono il frutto di una crisi economica che ha superato agevolmente l’oceano atlantico, passando per le fibre ottiche dei cavi sottomarini, dato che, come sapete, è stata innescata nelle sale operative finanziarie oltreoceano (a partire dal collasso dei prodotti finanziari legati al settore immobiliare statunitense).

E’ auspicabile, visto il recente risultato elettorale in Francia e Grecia, una riflessione sull’attuale politica di austerity. Infatti l’ostinazione nella sua perpetuazione può aggravare ulteriormente tale fenomeno, specie nei Paesi in cui è più diffusa la disoccupazione.

Bisogna affiancare quindi qualcosa di nuovo ed innovativo, che dia un contributo essenziale al fine di favorire l’entrata dei giovani nel mercato del lavoro e, al contempo, valorizzare il più possibile le loro competenze e attitudini, permettendone l’espansione nella carriera lavorativa.

Per questo sono dell’idea che ci troviamo, a livello storico, nel momento più opportuno per compiere una riflessione e, soprattutto, una revisione della più importante componente del mondo moderno: il lavoro.

Ovvero un concetto fondamentale della vita dell’uomo, che (permettetemi) possiede due concezioni, diametralmente opposte.

Una più moderna, figlia della rivoluzione industriale, che delinea il lavoro quantitativamente, ovvero un mezzo per produrre una serie di prodotti utili alla sopravvivenza personale.

In tal caso solo una minima parte del livello di conoscenza del lavoratore diventa uno  strumento per fabbricare un certo quantitativo di beni. In cambio si riceve un corrispettivo in denaro, utile a comprare ciò che serve. Spesso viene usato per soddisfare bisogni effimeri che vanno molto al di là di quelli primari o effettivamente personali (ma è la componente essenziale del sistema economico attuale, basato sul consumismo).

L’altra concezione, considera il lavoro qualitativamente, la produzione del bene viene considerato allo stesso livello della conoscenza.

Ovvero il lavoro, pur rimanendo di fatto il mezzo con cui ci procuriamo da vivere, diventa anche uno strumento per applicare in pratica le nostre conoscenze, spesso tramandate da chi le ha affinate durante un’intera vita.

Pensiamo al caso dell’artigiano, che ha custodito gelosamente la propria arte, al fine di preservare la competitività della propria professione sul mercato, e salvaguardare la propria famiglia (visto che spesso contribuiva all’attività).

Alla fine della sua carriera, capita spesso di essere ben disposto a tramandare tale arte ai propri eredi, oppure, se umile e ricettivo, al “giovane garzone” che si sostituirà a lui, aprendo una nuova attività o mediante acquisizione diretta di quella vecchia (se è riuscito prima a fargli concorrenza).

E’ chiaro che il livello di gratificazione, legato alle due concezioni del lavoro è differente.

Provo a estremizzare.

La prima è sicuramente meno gratificante, visto che quel quid della propria intelligenza e conoscenza, serve solo a rendere operativa la macchina, che così, funzionando correttamente, produrrà il bene. Del valore di quest’ultimo, il lavoratore gode solo di una minima parte, come corrispettivo salariale.

Lo stesso concetto può essere sviluppato per un lavoro impiegatizio o nel settore dei servizi.

Permettetemi di dire che la dimostrazione del minore livello di gratificazione è data dalla creazione di una “festa del lavoro” che si festeggia per non lavorare. Evidentemente se siamo arrivati a tal punto, vuol dire che tale lavoro non rispetta la naturalità dell’uomo. Cioè non viene considerato come “fatto spontaneo”, e richiede l’inserimento di una festa per digerirlo meglio (e spesso di un controllo serrato per eseguirlo).

Mi rendo conto di forzare la mano con tale affermazione, ma continuate a seguire il mio ragionamento. Alla fine siete liberi di valutarlo più o meno corretto o assurdo.

Poi capita frequentemente che tale tipologia di lavoro sia una semplice routine, che non permette allo stesso lavoratore di affinare le proprie capacità, ma anzi lo aliena. Ecco che il lavoratore è sempre più frustrato, al tal punto che a fine giornata lavorativa non ha più forze intellettuali per dedicarsi ad altro, oppure ha bisogno di immergersi in un consumismo che gratifichi lo sforzo compiuto. Spesso costandogli in pochi minuti molte ore se non intere settimane di sforzo lavorativo!

La seconda concezione è indubbiamente più soddisfacente, visto che il mestiere e lo sforzo intellettuale creato a partire dalla propria conoscenza, viaggiano di pari passo e si fondono in un tutt’uno creando il prodotto finale.

Tale lavoro è differente da persona a persona, visto che coglie le inclinazioni e passioni di ognuno di noi, ampliandole nel percorso professionale.

E’ ovvio che questa seconda concezione del lavoro deriva da tempi più antichi, preindustriali. Certamente può essere un mestiere più faticoso, ma anche più accettabile, visto che la passione aiuta a renderlo tale.

Ecco perché credo che sia venuto il momento di riflettere sul concetto di lavoro stesso. Siamo  portati a pensare che l’uomo moderno industriale pensi sempre a lavorare, intensamente, tante ore in maniera da incrementare il più possibile il proprio profitto.

Non credo che vi serva citare le statistiche sulla produttività per confutare, almeno parzialmente, tale stereotipo.

Molte volte il traguardo da raggiungere (a tutti i costi) è il sogno di avere un sufficiente capitale che permetta di non svolgere più quello stesso lavoro che è stato svolto pedissequamente per tanti anni (con in testa sempre tale cruccio)!

Tanti di questi lavoratori, una volta raggiunto il loro fine (se sono così fortunati), oppure quando arrivano alla pensione, cadono in depressione, perché non si sentono più funzionali allo scopo che si erano posti, non avendo coltivato altre passioni e/o aspirazioni nella propria vita (spesso neanche la famiglia o i propri cari e amici).

Infatti molte volte è la stessa famiglia che li ripudia o li mette da parte:

“Che cavoli… dobbiamo sopportarne la presenza tutto il giorno!”

Ma ci rendiamo conto dell’assurdità?

Arrivo al dunque.

Avrete già capito che in entrambe concezioni il lavoro è legato al concetto di tempo libero, anche se in modo differente.

Conseguentemente ancorare il concetto stesso di lavoro al numero di ore lavorate diventa del tutto fuorviante per esprimere quanto il lavoro sia legato ad una società.

Provo a spiegarmi.

Pensate alla persona che lavora mal volentieri, guarda continuamente l’orologio, pur di scappare il prima possibile. Ebbene esce di fretta dalla porta di quella “gabbia di stress noioso”, per poi rientrarci dalla finestra, con il tempo libero, ferie, ecc.

Tale lavoratore può essere considerata equivalente a quello che, nello stesso numero di ore lavorative, svolge diligentemente il proprio lavoro, con passione e dedizione, cercando di cogliere gli aspetti che gli permettano di svolgere meno fatica ed ottenere più profitto e gratificazione (non credo serva citarvi la filosofia del kaizen giapponese)

Eppure sono due facce della stessa moneta.

Capite che il numero di ore lavorate non riesce a distinguere di quale delle due persone si tratta?

Ecco che dobbiamo entrare in una nuova concezione del lavoro, soprattutto in termini di ore lavorate, adeguandola all’era digitale attuale, dove internet consente molte possibilità di delocalizzazione dal posto di lavoro stesso.

Bisogna quantificare il lavoro con un sistema differente, in un modo che rifletti più accuratamente il contributo che dona alla società in cui viviamo e ne riceva proporzionalmente una gratificazione (in termini salariali o finanziari o semplice tempo libero da dedicare ad altro).

L’importante è riportare in primo piano l’amore che l’uomo ha per il suo lavoro, per la sua integrità materiale, intellettuale e, aggiungerei, anche spirituale (per chi è credente).

Deve diventare espressione delle proprie capacità, comprese le attività che svolgiamo nel tempo libero o, perché no, anche quelle che dedichiamo alla società in cui viviamo (ad esempio il semplice volontariato).

Quindi dobbiamo dare un senso nuovo al lavoro, in termini di qualità e appagamento, cioè metterlo di nuovo al centro della vita dell’uomo. Alla fine della sua attività lavorativa, sia giornaliera che al momento del pensionamento, si deve sentire soddisfatto e gratificato da ciò che ha compiuto e creato, indipendentemente dalla retribuzione o dal numero di ore “lavorate”.

Cioè deve diventare espressione delle sue capacità, manuali ed intellettuali, ed uno strumento per amplificarle, non un semplice mezzo per sopravvivere. Capita troppo spesso che il lavoratore frustrato, nel tempo libero, non vuole assolutamente parlare del proprio lavoro… dato che, di fatto, non lo sopporta.

Sì…. avete ragione. A parte quando vuole vantarsi della posizione sociale raggiunta!

Il lavoro diventa un mero mezzo per procurarsi denaro da spendere nel meccanismo del consumismo moderno, spesso per beni effimeri di cui non si ha assoluta necessità, visto che il bisogno è stato indotto dai mezzi di informazione (pubblicità) oppure dal desiderio di onnipotenza nei confronti dei propri conoscenti. Ovvero mostrare i propri possedimenti (come trofei): cioè, ricordandomi un famoso libro di Erich Fromm, confondere il concetto di essere con quello di avere!

Concludendo, vorrei che il lavoro diventi più arte, da amare costantemente durante l’intera carriera professionale. Deve divenire un’attività naturale al pari di altre svolte durante la propria esistenza: camminare, parlare, mangiare, dormire, sognare, fare sesso, ecc.

Quindi far parte dell’essere della persona per migliorarla.

Pensate a che bel salto evolutivo avrebbe l’uomo oltre agli effetti benefici che porterebbe in termini di sviluppo tecnologico al suo servizio, oltre che per la stessa società.

Capite che, in questo modo, il concetto di ore lavorate diventa superato, anacronistico.

Bisogna trovare un altro strumento per quantificare il corrispettivo da dare in termini di crediti (salario) al lavoratore, sulla base dell’impegno e dei risultati che ottiene nelle diverse attività che svolge quotidianamente. Non solo durante il periodo lavorativo, ma anche nel tempo libero, come dedicarsi al volontariato, oppure a scrivere questo post da farvi leggere (sperando che non vi siete addormentati prima… oppure, se state ancora leggendo, siete sempre più convinti della mia pazzia).

Anche perché gran parte della conoscenza umana è oramai stampata a chiare lettere nel world wide web: basta solo saperlo cercare ed interpretare nella maniera corretta, adeguandolo alla situazione corrente o al problema da affrontare.

Secondo me siamo nell’era giusta per realizzare questa nuova concezione del lavoro, almeno nei paesi più avanzati economicamente, dove la produzione diventa sempre più marginale.

Certo, si tratta di un processo graduale… ci vorranno parecchie generazioni per realizzarlo. Poi, per il momento, non può riguardare tutte le nazioni (vi rendete conto quanto già il concetto stesso di nazione diventa limitato e superato!).

In tal modo il concetto di disoccupazione… sarebbe superato, relegato per sempre ai libri di storia economica.

Inoltre il lavoro acquisterebbe la migliore valorizzazione possibile in termini di dignità umana.

Conosco molte persone che applicano giornalmente, nella loro attività, tale concezione.

Un messaggio per i più giovani (specie disoccupati).

Sfruttate proficuamente il tempo libero che avete a disposizione per aumentare le vostre conoscenze personali e la vostra sensibilità. Accettate qualsiasi lavoro, anche il più umile. Accertatevi però che venga sempre rispettata la vostra dignità personale come lavoratore.

Soprattutto, collaborate il più possibile fra di voi.

Viviamo il paradosso di essere immersi in un periodo storico in cui la comunicazione non è mai stata così a portata di mano come oggi… ma siamo allo stesso tempo diventati così individualisti (a causa del consumismo che così raggiunge l’apice della sua volontà), che non riusciamo più a comunicare fra di noi (spesso per paura del giudizio degli altri o del “branco”).

In questo modo si presenteranno molte occasioni… e molte idee.

Avrete difficoltà a scegliere quali realizzare. Qualunque scelta prendiate, fatelo con passione, fervore e amore.

Se credete con fermezza alla vostra idea, non permettete che nessuno intralci il vostro cammino.

Siate imprenditori di voi stessi!

Vedrete che non ve ne pentirete…

Buona riflessione.

Lampo

P.S.

La vedete quella scritta in fondo al cartello?

Provate a pensare a cosa significa la sigla R.D.L. (aiutino: guardate la data a fianco).

 

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 Fonti e approfondimenti:
[1] – Eurostat  News Release: Euro area unemployment rate at 10.9% – n.67/2012 (2 maggio 2012):