Conflitto sociale: NON è un problema solo africano

Le immagini sono ancora nei nostri occhi, le abbiamo visti tutti in TV. Se questa non è sommossa popolare, se questa non è crisi socio-umanitaria, se questo non è vero conflitto sociale, se questa non è guerra civile.
Purtroppo il conflitto sociale si sta allargando a macchia d’olio. E di questo potete leggere di tutto, ovunque.
La cosa che incuriosisce è che tutto questo accade proprio nel giorno dove la FAO denuncia un caro prezzi per gli alimentari mai visto. Siamo ai massimi storici.
Mai così in alto dal 1990. I prezzi alimentari mondiali a gennaio sono saliti ancora a livelli record, battendo il primato del 2008 quando la fiammata sul costo delle derrate scatenò una serie di violente rivolte in Africa, in particolare in Egitto, e nel Sud Est Asiatico. A rivelarlo è il Food Prix Index, della Fao, l’agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura. Lo speciale indice, dopo sette mesi consecutivi di crescita, ha segnato infatti una nuova impennata raggiungendo il picco più elevato, in termini sia reali sia nominali, dal 1990, da quando cioè la Fao ha iniziato la misurazione dei costi. (Source)
Metteteci le guerre, il clima, i cattivi raccolti ed ovviamente la speculazione. La morale non cambia. Gli alimentari sono cari come non mai e dove si sfiora la soglia della povertà e dove gli stipendi sono da fame, scatta la guerra, la protesta, la contestazione.
Questa slide rende bene l’idea sulla situazione di questi stati, messi in ginocchio, assieme alla loro popolazione, dal caro alimenti.
Effetto contagio
La situazione in Egitto si fa difficile, ma… nel resto dei paesi limitrofi con i quali possiamo notare un forte rischio contagio, come stanno le cose? Ecco in sintesi un po’ di news trovate in rete…
MAROCCO
Il re Mohammed VI ha evitato l’estendersi della rivolta introducendo sistemi per frenare il carovita. Ma è un lento stillicidio: solo martedì due disoccupati si sono dati fuoco.
ALGERIA
È qui che a metà dicembre si è accesa la scintilla che ha incendiato l’area. Molti i suicidi di protesta; il presidente Bouteflika è ancora al potere e due giorni fa, tre disoccupati si sono mutilati.
TUNISIA
Cacciato Ben Ali, il primo ministro Ghannouchi deve ora vedersela con le riforme chieste dalla popolazione. Che ancora manifesta, insoddisfatta del governo di compromesso.
LIBIA
Nel paese di Gheddafi, al potere dal 1969, a inizio gennaio centinaia di libici hanno occupato case contro il carovita. Subito arriva la repressione.
La disoccupazione è al 31%.
EGITTO
Il più popoloso dei paesi dell’area (84 milioni di abitanti) ha visto nel corso di cinquant’anni ha visto la successione di Gamal Nasser fino al 1970, al-Sadat
fino al 1981, poi Mubarak. Il resto… è cronaca di questi giorni.
GIORDANIA
Le tante proteste ad Amman, ultima quella di venerdì scorso, hanno portato due giorni fa il re Abdallah a licenziare il vecchio premier Marouf Bakhit e a nominare il nuovo, Marouf Bakhit
ARABIA SAUDITA
Le manifestazioni sono arrivate persino in Arabia Saudita, a Gedda, dove ha trovato rifugio l’ex dittatore tunisino Ben Alì. E anche nel paese di Re Abdullah, un uomo si è dato fuoco.
YEMEN
Il 35% degli abitanti ha tra i 14 e i 29 anni; il tasso di disoccupazione è del 35%. Oggi è prevista una manifestazione per chiedere le dimissioni del presidente Saleh nella capitale San’a.
SUDAN
Il presidente al-Bashir ha accettato formalmente l’indipendenza del Sud. Ma il Sudan diviso, in una situazione di instabilità, potrebbe essere focolaio di una rivolta generale.
MAURITANIA
Anche in Mauritania ci sono state proteste di piazza e un imprenditore si è dato fuoco. Il paese ha un tasso di disoccupazione del 30%. I giovani sono il 31% della popolazione.
Forse è meglio iniziare a prendere sul serio uno scenario che non deve essere visto solo localmente (Nord Africa) ma rischio di diventare una sommossa ben più grave.
PS: ma…non si era già detto mesi fa del rischio di un aumento dei conflitti sociali?
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DT
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