ITALIA: Manifesto per la crescita economica e la ripresa

Pubblicato 31 Agosto 2011 Aggiornato 31 Agosto 2011 22:57

Guest Post by Paolo41 & Gainhunter: soluzioni per poterci assicurare un futuro degno di essere vissuto

Insieme al debito pubblico, il grosso problema dell’Italia è da almeno due decenni la bassa crescita. Ma come si può fare a stimolare la “crescita economica”? Proponiamo alcune soluzioni, tenendo in considerazione che:  

1) abbiamo una forte disparità, in termini di occupazione, fra le regioni del nord e di parte del centro rispetto a quelle del sud, dove continuano, senza generalizzare, ad albergare regole che non sono quelle dello Stato: attraverso l’evasione, il lavoro nero, le attività della malavita organizzata, il mancato rispetto delle regole, ma con tanto di cappello per quegli imprenditori (e non sono pochi) che riescono a gestire legalmente la loro attività, il “sistema Sud” continua a sopravvivere, ma non dà contributi sostanziali all’economia del paese, anzi ne assorbe risorse.

2) la crisi del 2008 ha colpito in particolare il Nord [source] e un’ulteriore recessione, unita al probabile calo di consumi interni conseguente alla finanziaria, potrebbe avere conseguenze devastanti proprio sulle regioni che “tirano” di più. 

Pertanto, le varie proposte dovranno essere applicate o meno e in diversa misura a seconda della situazione di ogni singola regione o area geografica, con il duplice obiettivo di favorire la crescita economica in ogni regione e di ridurre il gap tra Nord e Sud.

 Per stimolare la crescita economica ci sono due alternative basilari: 

1) investire in infrastrutture, dove mancano, e in particolare al Sud, per facilitare il legame con il Nord e con i paesi dove sarà possibile esportare

2) agevolare gli investimenti produttivi privati, eventualmente con partecipazione dello stato (la Gepi di una volta), sia come ulteriore aiuto sia come controllo del business, per un periodo che agevoli l’avviamento e il consolidamento dell’attività.

Personalmente (paolo41, ndr) ho avuto occasione di fare alcune consulenze ad aziende del sud-Italia. Una di queste (fine anni ’90) è stata quella di impostare l’avviamento di un’attività per un’azienda straniera al sud; trovai un finanziamento agevolato nell’area di Manfredonia, in una parte dell’ex-stabilimento Eni, chiuso anni prima per grosse problematiche ecologiche. Dopo la stesura del piano finanziario e delle pratiche per ottenere le agevolazioni finanziarie segui il rifacimento del lay-out nella vecchia area, l’acquisto e l’installazione dei macchinari (la fabbrica aveva un livello di automazione medio-alto) e i primi lotti di produzione. I sindacati locali furono di una collaborazione estrema sia  nella selezione del personale sia nello stabilire i livelli retributivi. La fabbrica continua, ancora oggi, a produrre, anzi mi risulta abbia incrementato la sua attività, ma non è solo un caso, perché ci sono altre aziende che hanno intrapreso attività in tale area. Sono stati, nel frattempo, migliorati i collegamenti logistici con le principali vie di comunicazione. Quindi vogliamo dire, se il progetto è sano e non si pensa solo a “sfruttare” il denaro degli investimenti agevolati, anche le iniziative al sud possono creare lavoro.

 E allora, cosa serve per spingere i privati a investire, e quali sono le possibili soluzioni per stimolare la crescita economica e l’occupazione? 

* Progetti concreti, studiati e realizzati in coordinamento tra Stato, Confindustria e sindacati; il fatto che ci siano tre soggetti diversi dovrebbe garantire sia che i progetti abbiano una intrinseca validità sia un certo controllo sull’effettiva realizzazione dei progetti. In particolare, bisogna favorire il riutilizzo di tutte le aziende esistenti chiuse o decotte o in procinto di chiudere, possibilmente vicino a centri universitari: da quello che si legge non c’è sempre bisogno di costruirne di nuove, ci sono tanti capannoni non utilizzati (che magari, non escludiamolo, hanno già usufruito di precedenti agevolazioni; ma non importa, bisogna insistere).

Settori dove investire: ce ne sono tanti a partire ad quelli più affini alla nostra tradizione ( meccanica, macchinario d’ogni tipo sia di impiego generale che per impieghi specifici, abbigliamento, calzature, prodotti chimici, farmaceutica, componentistica auto, alimentari, etc), ma c’è spazio nei settori energia (incluse le rinnovabili), elettronica, biologia, nanotecnologia, apparati di telecomunicazione, ricerca medica pura e relative tecnologie di cura e assistenza, etc. Probabilmente sono molti di più quelli che non abbiamo elencato rispetto a quelli soprascritti… 

* Ai singoli progetti vanno legati direttamente agevolazioni fiscali, contributi a fondo perduto da parte di Stato, UE, regione (spesso inutilizzati), facilitazioni nell’utilizzo dei servizi magari con contributi delle regioni, burocrazia ridotta al minimo. Si può prendere esempio da quanto hanno attuato l’Irlanda e, più recentemente, la Svizzera per attirare gli investimenti produttivi e di aziende di servizi.

Tale formula di incentivazione vale per tutte le zone italiane a più alto tasso di disoccupazione(non solo per il Sud): bisogna mettere in concorrenza le regioni fra loro per fornire i servizi e i finanziamenti più competitivi ai nuovi investimenti, come avviene nei distretti cinesi o fra gli stati nord-americani o canadesi. Non c’e migliore utilizzazione del federalismo per applicare tale competitività.

* Inoltre serve una forte partecipazione della parte sindacale ad accettare accordi specifici per ogni iniziativa fuori dagli schemi nazionali (e ci sembra che nella manovra presentata dal governo ci sia un’apertura verso accordi sindacali locali e aziendali): senza arrivare alle gabbie salariali, si può rendere più competitivo il costo del lavoro agendo sulle tasse sul lavoro, sul salario netto dell’operaio (dove il costo della vita lo permette), sui contributi da versare (che potrebbero essere integrati da una pensione integrativa suddivisa tra operai, azienda e regione, come ci risulta stiano già facendo regioni a gestione autonoma). Si dà per scontato che occorre ridurre le retribuzioni parossistiche di certi managers!!!!! E questo più al nord che al sud !!

 * Informatica di fabbrica e automazione. Dove è possibile, occorre cercare di automatizzare il processo produttivo; ma spesso le nuove iniziative e le dimensioni dell’attività non consentono un adeguato ritorno degli investimenti in automazione.

E’ quindi opportuno gradualizzarli con i piani di crescita dell’azienda. E’ comunque importante che anche una macchina a conduzione manuale abbia un collegamento informatico con l’ufficio gestione dell’azienda. In azienda deve girare poca carta (con l’esclusione naturalmente ..delle cartiere). L’information technology di fabbrica è un’altra area dove la regione può e deve intervenire offrendo servizi integrati in cooperativa per una pluralità di aziende.

 * Apprendistato: E’ necessario perché oggi le aziende hanno difficoltà a dare lavoro a persone senza esperienza. Meno burocrazia e più agevolazioni alle imprese: almeno per un certo periodo i contributi devono essere pagati dallo stato o dalle regioni. D’altra parte cosa fanno le aziende oggi?? Selezionano il personale fra quelli più capaci, li assumono a tempo determinato o come apprendisti per coprire le punte di ordini, effettuano una rotazione degli stessi, salvo assumere a tempo indeterminato quelli estremamente validi.

L’apprendistato potrebbe essere esteso, con le opportune modifiche e limitazioni, a tutti i lavoratori che vogliono imparare un nuovo lavoro, senza limiti di eta’.

Questo consentirebbe: 

– ai lavoratori di aziende che hanno chiuso, di trovare un altro lavoro anche completamente diverso dal precedente, bypassando il problema del “troppo vecchio per imparare, troppo giovane per andare in pensione”

– alle aziende che non trovano giovani volonterosi, di trovare comunque dei lavoratori volonterosi – allo Stato, di pagare meno cig e indennità di disoccupazione

– ai lavoratori di aziende che non hanno chiuso, di trovare un lavoro più consono alle proprie attitudini, stimolando quindi la motivazione e aumentando la produttivita’ (più uno è motivato, meglio lavora)

 Non dimentichiamo che abbiamo molti immigrati con permesso di soggiorno che sono disposti ad accettare lavoro; si tratta di rivedere i livelli di paga dell’apprendistato e se ci sono posti dove non vogliono andare i nostri giovani, dobbiamo utilizzare, ove esistono, anche le competenze degli immigrati, come sta avvenendo in molte fabbriche del nord.

Ampliando la nostra “vision”, sappiamo benissimo che siamo uno dei paesi a basso tasso di natalità e con gli anni la percentuale della popolazione anziana nazionale continuerà ad aumentare. In tale ottica gli immigrati “validi” possono essere una risorsa.

 * Promuovere nelle scuole gli indirizzi con maggiori sbocchi professionali: Di giovani che hanno voglia di lavorare ce ne sono ancora molti, ma sono pochi quelli che hanno una base tecnica o che accettano lavori ove occorra una certa manualità. La stragrande maggioranza dei giovani ha indirizzo umanistico o scienze politiche o avvocati o linguistico o commercialisti o geometri. Il mondo del lavoro è saturo, non ha sbocco, se non in rarissimi casi, per tali titoli di studio.  E’ assolutamente necessario intensificare la campagna di informazione che occorrono diplomati tecnici e fra i laureati ingegneri, fisici, matematici, biologi, chimici, agronomi, etc. Sono lauree più difficili e più lunghe, ma con le altre discipline è molto più elevato il rischio di fare i “bamboccioni“.

A questo proposito, si potrebbe permettere alle scuole (sia istituti tecnici sia licei) di (re)introdurre dei laboratori tecnici dove gli studenti possano sperimentare la propria manualita’: se uno studente è sempre stato abituato solo a studiare, come fa a capire se è più portato per una professione “di concetto” o una professione manuale?

Inoltre si dovrebbero fare delle gite scolastiche nelle aziende della zona, in modo che gli studenti possano farsi un’idea di cosa significa fare un lavoro piuttosto che un altro.  In questo discorso si inserisce il problema dei “sacrifici”, a cui spesso i giovani non sono abituati (spesso non per colpa loro), e probabile motivo per cui vengono scelti percorsi percepiti come più facili.

Nel mio primo lavoro (paolo41,ndr), novello ingegnere, sono stato messo al tornio, alla fresa e al trapano, in tuta a imparare a lavorare sulle macchine. Avevo uno stipendio come un operaio e il 50% mi andava via per l’affitto. Ci sono stato nove mesi prima di avere un incarico come ingegnere d’officina aiutante al capo officina ( non era laureato ma ne sapeva molto più del sottoscritto), che per me è stato una fucina di esperienze di lavoro e di vita. 

* Artigianato 

– Detassare/incentivare gli artigiani che si rendono disponibili a insegnare la loro professione a un apprendista (sempre senza limiti di età). Una volta l’artigiano era molto geloso del suo lavoro, non insegnava niente al garzone, era il garzone che doveva “osservare l’arte e metterla da parte”; oggi i tempi sono cambiati, e un artigiano in via di pensionamento non avrebbe nessun interesse a non farsi rubare il mestiere.

– Introdurre tra i corsi professionali regionali o comunali già esistenti anche dei corsi pratici di artigianato, reclutando gli insegnanti tra gli ex-artigiani pensionati.

* Collaborazione scuole-imprese: Spesso le aziende chiedono alle scuole l’elenco dei diplomati, poi quando hanno bisogno di assumere chiamano i neodiplomati (o chi si è diplomato da qualche anno, per vedere cosa hanno fatto nel frattempo) e li invitano a un colloquio; questo avviene specialmente se una scuola ha una buona reputazione in merito alla formazione degli studenti. Dove ciò non avviene, le scuole potrebbero prevedere degli open day per le aziende, invitando magari degli ex studenti e/o degli imprenditori che li hanno assunti, per portare le loro testimonianze. 

* Liberalizzazioni a più non posso per commercialisti, avvocati e tutte quelle attività dove le caste bloccano l’avanzare dei giovani: lasciare il tirocinio ma togliere gli esami di stato, chi è bravo saprà andare avanti. Per inciso io come ingegnere non ho mai voluto dare l’esame di stato..tempo perso e non serve a niente..si impara con la pratica..c’è tanta gente che capisce ..poco.. e mette la firma ad un progetto.

* Sistema rete:  Aziende dello stesso settore, specialmente se nello stesso distretto produttivo (ma questo vale, in parte, anche fra distretti omogenei dislocati in diverse regioni) che, per dimensioni non possono sostenere elevati costi di struttura, devono fare “rete”, favorendo centri di R&S comuni, sharing dei servizi e coordinamento acquisti.

Per quei componenti che raggiungono, messe insieme le singole necessità, elevati volumi si passa ad una attività comune che consenta di automatizzare la produzione. Anche in questo caso lo stato o la regione agevola l’investimento. Strategie comuni condivise  per l’esportazione o per la presenza produttiva in altri paesi. In questi casi è importante il coordinamento della confindustria locale e/o nazionale. Significativi contributi devono essere disponibili per le aziende che esportano o in termini di riduzione dei costi o come detassazione degli utili sull’esportato.

* R&S: Deve essere coordinata con centri di ricerca nazionali e sopranazionali; l’utilizzo dei centri di ricerca universitari deve essere fatto selezionando quelli che hanno una valida base tecnica e che non mirano solo a fare le tesine e pubblicazioni per fare carriera all’interno dell’ università. Ci deve essere integrazione fra fabbrica e ricerca. La ricerca universitaria e di centri nazionali deve essere pagata dallo Stato. I costi della ricerca su centri privati, opportunamente documentati sia in termini di preventivo che a consuntivo dei risultati, vengono detassati dagli utili aziendali. I centri di ricerca devono essere una fucina di futuri managers. Brevettare il più possibile, ridurre la burocrazia e i costi dei brevetti; i brevetti non devono essere considerati come una fonte di introiti per lo Stato, devono essere un servizio per l’industria, agile, veloce ed essenziale.

Difendere il know-how tecnologico e il marchio, non permettere contraffazione o imitazione dei nostri prodotti. Corsi d’istruzione continuativi per tutti, dagli operai ai managers di più alto livello.

 * Controllo delle remunerazioni:Non possono essere accettati gli squilibri oggi esistenti fra i livelli operativi e la dirigenza. Cerchiamo di essere il più possibile cinesi e non copiamo gli americani. Dobbiamo essere parchi nei dividendi e investire nello sviluppo.

* Occorre un forte coordinamento nei servizi logistici e trasporti, evitare l’ eccessiva proliferazione che non consente una riduzione dei costi, favorire la rapidità nello smistamento delle merci sia in approvvigionamento che in consegna. Come si può accettare che ad un Tir occorrano 24 ore per attraversare lo Stretto di Messina o 12 ore per fare la Napoli-Salerno o rimanere bloccato a Incisa sulla A1 o sui vari nodi autostradali del Nord???

Quindi, oltre a migliorare la rete autostradale, è necessario investire nel trasporto ferroviario e via mare sulle grandi vie di trasferimento e usare sistemi più flessibili ( via strada) per le connessioni locali costruendo agevoli interconnesioni  o aumentando quelle esistenti.

L’investimento sul ponte di Messina fa spavento, ma la soluzione non è, in assoluto, quella dei porta container (troppo macchinosa per brevi tratti di mare), mentre risulta essere molto costosa e abbastanza lenta quella delle grosse navi traghetto. Il Giappone è più indebitato (e più sismico) di noi; ciononostante ha sviluppato opere gigantesche nel campo della mobilità.

* Guerra ai cosidetti “no per principio“: sono, per natura, contro qualsiasi forma di sviluppo. Ad esempio è ormai impellente prevedere aziende per la separazione e cernita dei rifiuti. I rifiuti sono una miniera d’oro e quelli che possono essere bruciati devono andare in termovalorizzatori italiani e non tedeschi. La maggior parte dei rifiuti che non sono utilizzati per produrre energia, vengono riciclati. Non avere queste aziende che trattano i rifiuti è uno spreco enorme per il paese.  Non è comprensibile che a Napoli si preferisca spedire i rifiuti in Germania, e per di più pagando, quando questi vengono poi separati e utilizzati per diverse applicazioni in elevata percentuale. E si perdono opportunità di lavoro.

* La voce più grossa delle nostre importazioni sono i prodotti energetici: intensificare la ricerca di riserve di petrolio o gas in Italia e considerare il “drilling” di pozzi anche se sono nella pianura padana o nell’adriatico o negli altri nostri mari. Pensiamo che la Norvegia vive e vive bene con l’estrazione del petrolio. Ci rendiamo conto che non possa essere “libero drilling” (per esempio pare che ci sia del petrolio in un piccolo parco regionale lombardo…), basterebbe che si impari a dialogare e ascoltare, cosa che troppo spesso non avviene: molte volte si potrebbero trovare compromessi se non soluzioni migliori di quella proposta originariamente. Quindi no al “no per principio” ma anche alla liberta’ senza regole. Si ai degassificatori come soluzione alternativa e flessibile ad eventuali carenze di rifornimento tramite i gasdotti.

 * E’ un discorso difficile, ma occorrerebbe trovare qualche soluzione per l’utilizzo dei cassa integrati, magari per lavori a fondo sociale ma a valore aggiunto con possibilità  di aggiungere  una paga addizionale a quanto percepiscono dalla cassa integrazione. Se non accettano (magari perché lavorano al nero) dopo un certo periodo la cassa integrazione viene sospesa. Su questo punto toccherebbe alle regioni e, in particolare ai comuni, proporre delle soluzioni. A questo proposito sono stati introdotti dei “voucher” per i lavori occasionali, utilizzabili sia dalle aziende (per esempio quelle agricole per le raccolte stagionali) sia dai comuni (e qualche comune li ha utilizzati per far pulire le strade ai cassaintegrati).

 * Combattere il dumping ed elevare barriere a quei prodotti che nuocciono al tessuto industriale nazionale, anche litigando, a muso duro, con i burocrati europei; fare la voce grossa, non subire in continuazione, pretendere equilibri nelle quote import/export.

 Fare pressione su UE e poi sul WTO per modificare il sistema dei dazi per renderli proporzionali a:

 – emissioni di CO2 dello Stato di provenienza

– infortuni sul lavoro nello Stato di provenienza

 E se necessario, anche un contingentamento per certi prodotti. Nota storica: Nei primi anni ’90 in Europa si temeva un’invasione delle automobili giapponesi paragonabile a quanto era già avvenuto negli USA, con forti ripercussioni sulle vendite delle Case automobilistiche domestiche e di conseguenza sull’economia. Perciò l’UE decise di stabilire un numero massimo di automobili importabili dal Giappone ogni anno. Il risultato di questa norma fu che i costruttori giapponesi costruirono nuove fabbriche di automobili in Gran Bretagna, in Olanda, in Francia e in Spagna, creando nuovi posti di lavoro. 

Ma soprattutto, lottare contro la manipolazione del valore delle valute. 

* Introdurre una tassazione sulle banche mirata a favorire i finanziamenti e contrastare le operazioni speculative, per esempio tassando le transazioni finanziarie delle banche (magari oltre un certo limite, o con aliquote progressive) e riducendo le tasse sugli utili derivanti dall’attività bancaria tradizionale rivolta al supporto della economia imprenditoriale.

 

Di soluzioni ne abbiamo trovate, qualcuna anche di facile applicazione, prendendo spunto da quanto è già stato applicato in passato o viene applicato in alcune zone o settori. Sarebbe utile creare un sistema di scambio delle varie iniziative tra i vari comuni, province, regioni, in modo che se una soluzione funziona possa essere applicata anche in altri posti; un forum su internet sarebbe sufficiente. Magari commissionato a un piccolo team di giovani informatici, almeno si evita di buttare all’aria milioni di euro come avvenuto con il “portale Italia”.   

In sintesi, ci sono tante voci dove prevediamo un forte intervento statale e talvolta anche una presenza diretta, ma c’è anche altrettanta necessità di partecipazione del “privato”.  Si tratta praticamente di cambiare le regole del gioco: lo Stato assume un ruolo di macropianificazione industriale, ma per far ciò ha bisogno di managers qualificati che, difficilmente, si trovano nel mondo dei carrieristi della politica attuale.Non credo che ci siano tante altre alternative: se vogliamo evitare il baratro dove ci stiamo dirigendo, è assolutamente necessaria questa “fusione” fra Stato (e sue strutture regionali e comunali), Confindustrie (centrale e locali) e parti sociali. 

Non e’ una fusione impossibile, se l’obiettivo e’ comune.

Paolo41 & Gainhunter

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