Il governo MONTI in volo verso Marte e i conti della serva

Guest post: Mario Monti, la Cina e i numeri “spaziali”
Mentre la cicala americana e la formica cinese continuano a ben recitare la loro parte, senza ancora voler intravvedere come imminente il terribile inverno che verrà, la scorsa settimana c’è stata la visita del segretario di stato Hillary Clinton in Cina.
Si è trattato del 4° round del dialogo strategico ed economico Cina-USA in itinere. Ad accompagnare la Clinton c’era anche il segretario al tesoro Timothy Geitner che a quanto pare ha portato a casa ben poco se, come al solito, si è per l’ennesima volta riaffermato che le regole del WTO non si mettono in discussione, tantomeno per cominciare a riappianare gli squilibri della bilancia commerciale fra i due paesi che, tanto per non cambiare, nei primi 2 mesi del 2012 è ulteriormente peggiorata, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Alla faccia dei buoni propositi affermati, che vorrebbero gli USA decisamente orientati a ridurla di molto nei prossimi 5 anni, compreso quello in corso.
I cinesi a dire il vero hanno anche suggerito il modo. Gli USA dovrebbero togliere ogni restrizione all’export dei prodotti ad alta tecnologia verso la Cina. Vista l’imponenza di cianfrusaglie, beni utili e inutili che vanno da una sponda verso l’altra del mare fra i 2 paesi, quasi in un’unica direzione, viene da chiedersi quali potrebbero essere queste merci da far ottenere una simile performance.
Mistero cinese.
Anzi no. Alla Cina interessa molto che le poche restrizioni vengano tolte, così l’appropriazione del know-how altrui verrà ulteriormente facilitata, in barba alla volontà espressa dalla Cina di migliorare le proprie leggi e regole sulla proprietà intellettuale. Sembra addirittura che per scopi civili gli USA si siano impegnati a incrementare l’export verso la Cina di tecnologie avanzate.
Bisogna ammettere che i Cinesi sono dei negoziatori formidabili. Per capire il loro sistema di negoziare bisognerebbe fare un bel training di qualche anno in Cina in incognito. I presuntuosi capi occidentali non hanno certamente tempo per questo apprendistato e così, ogni volta, va a finire come va meglio ai cinesi.
Sta di fatto che il buon Timothy dovrà rimandare alla prossima volta, ovvero al prossimo mese di giugno, ogni suo proposito di far desistere la Cina dalla ferma volontà di voler essa stessa stabilire il valore della parità monetaria USD-CNY, sostanzialmente stabile da molti anni e del tutto avulso da ogni relazione con il potere d’acquisto delle loro monete nei rispettivi paesi.
Il risultato di questa politica cinese di gestione del FOREX ha fatto sì che le riserve valutarie cinesi si sono raddoppiate nel corso degli ultimi 4 anni, raggiungendo l’incredibile, se non fosse vera, cifra di 3.300 miliardi di USD a fine marzo 2012.
Ma che c’entra tutto questo con il titolo di questo post?
C’entra perché, dopo aver provocato lo smantellamento di buona parte del sistema manifatturiero made in USA, la Cina sta procedendo allo stesso modo verso quello europeo e italiano in particolare. Insomma l’equazione:
(N posti di lavoro in più in Cina)
– (N posti di lavoro in meno dalle altre parti)
= Zero
Resta ancora valida.
Di questo fenomeno pernicioso il popolo italiano che lavora sul serio, o lavorava prima di perdere il posto , se ne sta accorgendo bene da un bel po’. Il governo Monti, i nostri politici e i nostri alti burocrati invece sembra proprio che non vogliano capire cosa sta succedendo.
CRESCITA ITALIA, la nuova parola magica

Da un po’ non si fa altro nel mondo occidentale, ancora benestante, che parlare di crescita, growth, croissance, crecimiento, ecc. Siccome in realtà nessuno riesce a proporre qualcosa di credibile e sicuramente efficace, avendo in troppi paesi, purtroppo, come vincolo anche il contenimento, o addirittura la riduzione, del debito globale, a me sembra il caso di far intervenire la serva diligente e avveduta che sa fare i conti.
Non si tratta di conti misteriosi. Milioni di imprenditori nel mondo devono sapere fare bene i conti nella propria azienda. Se li fanno male, questa va dritta al fallimento, a meno di essere una banca o una finanziaria too big to fail beninteso.
Si può anche dire che è giusto che, chi non riesce a fare bene i conti a casa propria, è meglio per lui e per tutti che cambi mestiere. Ad ogni modo il libero mercato è inesorabile verso costoro, Da sempre, anche nei momenti migliori e di generale espansione economica c’è stato chi ha sbagliato e ha giustamente pagato. In questi ultimi anni però non si può più dire che stanno fallendo solo le aziende i cui imprenditori non sanno fare bene i conti, altrimenti detti i “conti della serva”. Di seguito cercherò, attraverso una estrema semplificazione, di mostrare come sono questi conti in giro per il mondo.
I conti della serva
Certamente i lettori di blog come I&M sanno cos’è un conto economico di un’azienda, fatto di ricavi e costi, detto anche conto dei profitti e delle perdite. Anche la serva tutto sommato lo sa bene, anche se lei ragiona per entrate e uscite di cassa che, semplificando, possiamo dire che sono la stessa cosa. Insomma, perché un’azienda possa andare avanti e magari prosperare, deve riuscire ogni anno ad avere utili di gestione, altrimenti fallisce.
Il conto economico può essere considerato costituito da poche voci fondamentali, entro le quali poi si articola quello specifico di ogni realtà aziendale e che sono:
I RICAVI in generale, ottenuti moltiplicando il prezzo di vendita dei prodotti per il numero dei prodotti stessi venduti.
I COSTI, suddivisi in 3 macro categorie: Costi per materie prime, costi del lavoro, altri costi.
Prima di fare un po’ di questi così detti “conti della serva” è bene precisare che un’impresa, che opera nell’economia libera e internazionalizzata, deve vendere al prezzo di mercato di quel prodotto, più di tanto non può discostarsi. Cioè i ricavi, normalmente, sono determinati dal mercato e non dai costi dell’azienda che li produce. Insomma è la concorrenza che determina i prezzi di mercato e l’azienda deve vendere a quelli.
Per i costi invece ogni azienda ha i suoi, che dipendono in parte dalla sua organizzazione e dalla sua tecnologia ma moltissimo dal contesto in cui opera.
Se un’azienda è allocata in Italia, piuttosto che in un paese europeo low-cost, o in Cina, oppure Vietnam e fabbrica lo stesso prodotto e con qualità sostanzialmente uguale, come oggi è possibile grazie alla globalizzazione, l’incidenza percentuale dei vari costi sopra descritti cambia molto al punto che con lo stesso prezzo di vendita stabilito dal mercato qualcuno ci guadagna molto, qualcuno poco e qualcuno ci perde. Indovinate chi.
Per togliere ogni dubbio sul chi, espongo questa tabella comparativa che mette a confronto il conto economico di 4 aziende che fanno gli stessi prodotti e nelle stesse quantità , che possono essere acquistati in qualunque paese del mondo ma che sono allocate in 4 paesi diversi. I prodotti potrebbero essere autovetture, sedie, elettrodomestici, pignatte, mutande, o quant’altro
I conti economici di queste 4 aziende, considerati a percentuale e pressappoco, sono i seguenti:
| Voci del conto economico | Allocazione azienda | |||
| Italia | Europa Low-cost | Cina | Vietnam | |
| RICAVI | 100 | 100 | 100 | 100 |
| Costo delle materie prime e/o dei componenti | -35 | -38 | -30 | -35 |
| Costo del lavoro | -40 | -24 | -15 | -10 |
| Altri costi | -35 | -24 | -22 | -17 |
| Risultato ante imposte | -10 | 14 | 33 | 38 |
| Imposte varie | -2 | -4 | -9 | 0 |
| UTILE/(PERDITA) | (-12) | 10 | 24 | 38 |
Sembra incredibile ma è grossomodo la verità del mondo manifatturiero oggigiorno nel mondo, con ovvie variazioni in più o in meno, a seconda dei prodotti.
Questa tabella spiega:
perché l’investimento per assemblare la Panda a Pomigliano d’Arco sarà in perdita per la FIAT, mentre la stessa ci guadagna in Polonia con la 500 e ci guadagnerà ancora di più in Serbia con la 500 Large;
perché l’Indesit chiude lo stabilimento di None (TO) e delocalizza in Polonia;
perché chi in Italia non riesce a de localizzare fallisce o chiude prima di fallire;
perché nessun straniero investe in Italia, se non in settori protetti dalla concorrenza;
e chi più ne ha più ne metta.
Qui è il caso di richiamare il titolo che riguarda il nostro governo.
Il governo Monti in volo verso Marte
Di solito quando qualcuno dimostra di non conoscere una certa situazione gli si dice: ma tu vieni da Marte?
Nel caso del nostro governo Monti non si può affermare lo stesso. Quando è andato in carica ha ben detto che la situazione dell’Italia era grave, anzi sull’orlo del baratro, tanto per non esagerare. Fino qui tutti d’accordo.
Necessitava quindi prendere misure dolorose, da far piangere in diretta televisiva, attuare politiche di rigore, cominciando a da quelle verso i poveri cristi. Fino qui ancora abbastanza d’accordo. Necessitava poi cominciare ad attuare politiche di contenimento di sprechi, abolizione di privilegi italici assurdi, avviare provvedimenti e prendere decisioni orientate allo sviluppo e alla crescita del paese. Qui non ci siamo proprio. Il governo Monti ora sta andando fuori dalla realtà, ovvero sta volando verso Marte.
A sentire il nostro premier e i suoi ministri, pare che della realtà, oggi ancora più grave in prospettiva di qualche mese fa, il governo non voglia rendersi conto. Non vuole rendersi conto che con quello che ha fatto, sta facendo e che ha in mente di fare nulla cambierà nello scenario del sistema manifatturiero in Italia che, così come stanno le cose, è in gran parte destinato a scomparire o a emigrare dall’Italia, è solo questione di tempo. Questo insieme di tecnici e professori che formano il governo, viste le idee che circolano nelle loro menti e le convinzioni che hanno e che sembra non conosca i dati della soprastante tabella, porterà l’Italia al disastro irreversibile. A meno che, come si può sperare, non accada un bel patatrac che mandi all’aria quella insana costruzione di un’Europa unita dal solo avere in comune una moneta e niente del resto per essere una vera comunità.
Concludo con la speranza di aver nel post sbagliato tutto, anche i conti della serva.
No!
Quelli sono veri, purtroppo.
GAOLIN
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