Stati Uniti d’Europa? Difficile, con una sempre maggiore (Dis)Unione Europea

Pubblicato 1 Novembre 2012 Aggiornato 7 Agosto 2014 15:03

Il processo di Euro-convergenza resta una vera chimera. Tante parole fatte ma poi, in concreto, si trovano sempre dei paesi dell’Eurozona che tendono ad allontanarsi l’uno dall’altro. Le distanze tra il cosiddetto “nord” dell’Eurozona, solido, affidabile, forte, ed il Sud, indebitato, in recessione, politicamente debole ed instabile, non fanno che aumentare. Il gap aumenta e più aumenta questo gap, e più si allontana la possibilità di trovare un giorno quel “sogno” che per alcuni continua ad essere il modello simil USA, ovvero un’organizzazione federativa, che prende il nome di Stati Uniti d’Europa.

Vi propongo l’interessante parere del Prof. Hans Werner Sinn dell’Università di Monaco . Una voce autorevole che mette in evidenza proprio questi fattori, più volte sottolineati dal blog di I&M.

MONACO – Se “e pluribus unum” (uno fra molti) è il motto degli Stati Uniti, quello dell’Europa è invece “in varietate concordia”, ufficialmente tradotto con “uniti nella diversità”. E’ difficile spiegare in termini più chiari le differenze tra il modello statunitense e quello europeo. Gli Stati Uniti sono infatti un “melting pot”, mentre l’Europa è un mosaico di persone e culture diverse che si è sviluppato nel corso della sua lunga storia.


Questa differenza porta a chiedersi se valga o meno la pena aspirare agli Stati Uniti d’Europa, un concetto che molti si rifiutano di accettare non credendo nella possibilità di un’identità europea unificata. Lo stesso vale per un unico sistema politico come negli Stati Uniti che, molti sostengono, presuppone una lingua comune ed un’unica nazionalità.
Forse l’idea degli Stati Uniti d’Europa, il sogno dei bambini del dopoguerra come me, non potrà mai essere realizzata. Tuttavia, non ne sono così sicuro. Dopotutto, una maggiore integrazione a livello europeo e la creazione di un unico sistema politico offrono dei vantaggi solidi e pratici che non richiedono necessariamente una lingua o un’identità comune. Tra questi vantaggi ci sono il diritto di spostarsi liberamente tra le frontiere, la libera circolazione di merci e servizi, la sicurezza legale per le attività transnazionali, un sistema di infrastrutture per il trasporto in tutta Europa e, altrettanto importante, una serie di disposizioni di sicurezza comuni.

 

La regolamentazione bancaria è l’argomento più attuale rispetto al quale un’azione collettiva ha decisamente senso. Se le banche vengono regolamentate a livello nazionale, ma fanno business anche a livello internazionale, le autorità di regolamentazione nazionali hanno un incentivo permanente a fissare degli standard permissivi al fine di evitare di spingere le opportunità di business verso altri paesi e attirarle invece a sé. La competizione normativa tende pertanto a degenerare in una gara al ribasso visto che i vantaggi di una regolamentazione permissiva si traducono in profitto a livello nazionale, mentre le perdite vengono assorbite dalle banche mutuanti di tutto il mondo.
Ci sono molti esempi simili nell’area degli standard, delle politiche legate alla competizione e del fisco che si possono applicare a questo contesto. Pertanto, le considerazioni di base risultano a favore di una maggiore integrazione europea e persino di un unico stato europeo.

 

Il pericolo di questo percorso è legato al fatto che gli enti responsabili del processo decisionale collettivo non solo forniscono dei servizi utili a tutti, ma sono anche spesso nella posizione di poter abusare del loro potere nel processo di ridistribuzione delle risorse tra i paesi partecipanti. Anche gli enti democratici non sono immuni a questo pericolo. Al contrario, permettono alle maggioranze di sfruttare le minoranze. Per contrastare questa minaccia, gli enti democratici hanno necessariamente bisogno di regole speciali per proteggere le minoranze, come ad esempio il requisito di un voto di maggioranza qualificata o un processo decisionale unanime.
Le decisioni prese dalla Banca Centrale Europea sono un esempio particolarmente evidente di questo problema, in quanto si tratta di decisioni prese dalla maggioranza di un istituzione che non è neppure eletta democraticamente. Le decisioni della BCE portano infatti ad un’enorme ridistribuzione della ricchezza e del rischio tra gli stati membri dell’eurozona, tra i contribuenti dei paesi stabili che non hanno alcuna posta in gioco nella crisi, e persino tra gli investitori globali che ne sono invece direttamente influenzati.

 

La BCE ha fornito quasi tutto il credito in termini di rifinanziamento ai cinque paesi dell’eurozona colpiti dalla crisi, ovvero Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda. Tutti i soldi che circolano all’interno dell’eurozona sono partiti da questi cinque paesi e sono stati poi utilizzati in gran parte per acquistare beni e prodotti negli stati membri dell’Europa del Nord e per riscattare il debito estero di questi stessi paesi.
La Riserva Federale statunitense non sarebbe mai autorizzata a condurre una politica così squilibrata a livello regionale. In generale, non può proprio elargire credito a regioni specifiche, figuriamoci nel caso in cui uno degli stati si trovi sull’orlo della bancarotta (come ad esempio nel caso della California).

 

Nel frattempo, il Presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, sostenuto da gran parte dei paesi dell’eurozona in difficoltà, sta ora proponendo nuovamente gli Eurobond e una serie di schemi di mutualizzazione del debito. Queste proposte vanno ben oltre il sistema americano, infatti il tipo di integrazione fiscale e di potere centralizzato che richiederebbero non assomigliano neppure lontanamente alle misure in vigore negli Stati Uniti.
Le proposte di Van Rompuy sono estremamente pericolose e potrebbero distruggere l’Europa. Il percorso verso un’unione basata su una responsabilità collettiva, contro la volontà di gran parte della sua popolazione, non sta portando ad uno stato federale nel vero senso della parola, ovvero ad un’alleanza tra pari che decidono liberamente di unirsi e di proteggersi gli uni con gli altri.
Inoltre, questo percorso non porterà in ogni caso a creare gli Stati Uniti d’Europa semplicemente perché una gran parte dei paesi dell’Europa si rifiuta di seguirlo. L’Europa non coincide con l’eurozona, ma è invece composta da molti più paesi di quelli che utilizzano l’euro come valuta. Per quanto utile possa diventare l’euro ai fini della prosperità europea nel caso in cui ne vengano corretti i difetti, il modo in cui si sta ora sviluppando l’eurozona porterà quasi sicuramente ad una divisione dell’UE e all’indebolimento dell’idea di unità nella diversità.

L’affermazione secondo cui l’eurozona può essere trasformata negli Stati Uniti d’Europa non è più convincente. E’ molto più probabile che il percorso verso una responsabilità collettiva porti ad una divisione profonda all’interno dell’Europa, dato che la trasformazione dell’eurozona in un’unione di trasferimenti e debito mirata a prevenire le insolvenze di qualsiasi stato membro richiederebbe un potere centrale addirittura più grande di quello che hanno attualmente gli Stati Uniti. (Source)

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DT

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