SIMPOSIO di JACKSON HOLE: non bastano le banche centrali
Il mitico simposio di Jackson Hole rappresenta da anni un appuntamento quantomai atteso. Come se l’incontro dei vari banchieri centrali fosse la base di partenza per prevedere la tendenza dei mercati finanziari e delle economie dei grandi paesi.
Ma questo simposio ha un sapore diverso, particolare, sicuramente più aspro e difficile da comprendere.
E’ il contesto a complicare enormemente le cose. Diventa quasi inutile sprecarsi in sterili elenchi. La realtà è davanti ai nostri occhi. Dalla Brexit alla trade war, dalla crisi politica italiana alle questioni di Hong Kong, dall’Argentina al rallentamento globale e molto altro.
Il mercato si sta preoccupando e per l’ennesima volta spera che siano proprio le banche centrali a buttare l’ennesima ciambella di salvataggio, al fine di evitare il naufragio economico globale. Ma il mare è sempre più in tempesta, la ciambella deve essere sempre più grande, e un bel giorno non basterà più. E quindi che cosa capiterà? Gran bella domanda…
Intanto però, vista la crisi tedesca, è lecito attendersi proprio dalla BCE (spinta, udite udite, dai freddi teutonici e finlandesi da sempre restii a manovre del genere) delle prese di posizione molto forti sull’argomento, utilizzando un articolato pacchetto di misure espansive, all’interno del quale non dovrebbero mancare né un programma di acquisto titoli (QE alias quantitative easing, remember?) e nemmeno un taglio dei tassi ufficiali.
Meno sfrontata dovrebbe essere la FED (visto che economicamente stanno decisamente meglio di noi), dove dovrebbe esserci un secondo taglio dei Fed Fund di almeno 25 punti base (-0,25%) sempre in settembre.
(…) La Fed vuole mantenere “aperte le opzioni” sull’evoluzione dei tassi di interesse. I componenti del Federal Open Market Committee (Fomc) ribadiscono che non si procederà “su un percorso predefinito”, ma che le future decisioni sui tassi “saranno prese in base ai dati economici”. È quanto emerge dalle minute dell’ultimo vertice di politica monetaria della banca centrale americana, nel quale fu deciso di abbassare i tassi per la prima volta dal 2008, con un taglio dello 0,25%. (…) Proprio in merito alla decisione di abbassare il Fed fund di un quarto di punto, portandolo tra il 2% e il 2,25%, nei verbali si evidenzia come due membri della Fed avrebbero preferito un taglio di mezzo punto invece che di un quarto di punto. La bassa crescita globale e le tensioni commerciali possono “rallentare l’economia statunitense”, si legge ancora nei verbali. I partecipanti alla riunione hanno sottolineato che “i rischi associati all’incertezza del commercio sono un vento contrario persistente” e le incertezze derivanti dalle tensioni commerciali “non sembrano essere in grado di dissiparsi molto presto”. [Source]
Quindi si conferma quanto annunciato dal sottoscritto ormai tantissimi mesi fa: unità di intenti tra le banche centrali, intenti che spesso però fanno a pugni con le idee di Trump, decisamente più campanilistiche e mirate ad obbiettivi personali.
E guarda caso, il simposio di quest’anno come è intitolato?
‘Sfide per la politica monetaria’
Mai titolo fu così azzeccato. Perché la politica monetaria è l’assolta protagonista e anche per il fatto che di sfide (e scommesse) si tratta, visto che mai si è avuto a che fare con uno scenario del genere. Il che significa ahimè una cosa: mancanza di precedenti e quindi diffidate da chi vi confeziona le certezze per il futuro. Impossibile fare previsioni se non proiezioni. Ovviamente faremo il possibile per anticipare il futuro ma non sarà facile. Ma di questo parliamo tutti i giorni.
Qualche segnale già lo possiamo vedere? Certo che si.
E non sono segnali positivi. Basta essere realisti. L’inflazione non risale. La politica monetaria è stata iperespansiva per anni, ma la base monetaria creata artificialmente non si è trasformata in offerta di moneta, e i prezzi non sono saliti. Il QE negli USA ha avuto un certo successo, molto meno lo ha avuto successivamente in Europa. In Giappone non sanno nemmeno più su cosa lanciare il QE visto che siamo già passati all’acquisto di equity.
Lo sapete, in ogni dove regna il tasso negativo. Addirittura in Danimarca (la prima ma ne seguiranno altre) siamo arrivati a pagare per finanziare, eticamente MOLTO discutibile.
Quindi il pedale dell’acceleratore è già pigiato non di poco, ma gli effetti benefici mancano. Bisogna saper aspettare? No, non più. Continuano a dircelo da tempo, ma ormai è chiaro. IL CAVALLO NON BEVE. E nascondersi dietro ad un’appendice alla precedente frase (Il cavallo non beve, ma berrà) ormai non è più credibile.
Se poi in questa complicata fase si mette anche il nostro POTUS, alias Donald Trump, tutto si complica ulteriormente (protagonista di una personale guerra contro il poco attivismo [??!?] della FED) visto che tanti sforzi rischiano di venire vanificati da un tweet o da un’iniziativa diplomatica sbagliata. Un esempio su tutti. Ieri parlavo della CINA: ma secondo voi, una violenta frenata cinese lascerebbe esenti da conseguente USA ed Europa?
Quindi va benissimo discutere a Jackson Hole strategie comuni ma resta necessario l’impegno verso un mondo economico più collaborativo: ormai il percorso della globalizzazione è irreversibile. Farci la guerra significa semplicemente autolesionismo.
PS: avrei anche voluto parlare (andando fuori dal seminato) di un episodio che testimonia la “stranezza” del momento, che io preferirei definire stranezza preoccupante. Che potremmo dire Trump che cancella la sua visita in Danimarca perchè questa si rifiuta di vendergli la Groenlandia? Signori, VI RENDETE CONTO? Cose che nemmeno ai tempi del Commonwealth e dell’imperialismo di 300 anni fa si potevano vedere.
Peccato che poi ci guardiamo in giro e di potenziali “Trump” ne troviamo in ogni dove. Italia in primis. E queste persone sono quelli che hanno il potere sul mondo che conta. Fermate il treno, voglio scendere! Si, ma per andare dove?



