BANCHE CENTRALI: la sfida è tutta in casa tra FED e POTUS

23 Aprile 2025 07:52

Viviamo tempi decisamente “interessanti”, come direbbe un eufemismo. Le banche centrali, un tempo fari apparentemente saldi nella notte della finanza globale, sembrano ora procedere a tentoni, quasi accecate da una nebbia fitta fatta di inflazione persistente (o forse no?), crescita a singhiozzo e, non da ultimo, dal ritorno ingombrante di dinamiche politiche che credevamo, ingenuamente, relegate ai libri di storia.

Il recente taglio dei tassi da parte della BCE, seguito a breve distanza dalle ormai consuete stilettate di Donald Trump contro Jerome Powell, ci offre un quadro perfetto di questa navigazione “al buio”, come è stata definita. E diciamocelo, la sensazione è che la strategia prevalente sia più quella di “galleggiare” che di tracciare una rotta definita. Forse la sfera di cristallo è in manutenzione straordinaria un po’ ovunque.

Francoforte: La Colomba Vola Basso. Washington: La Colomba (della pace) è stata abbattuta

Partiamo dall’Eurozona. La decisione di Francoforte di ridurre il costo del denaro è arrivata, quasi all’unanimità, si dice. Ma cosa ha spinto questa mossa? Il “fattore Trump”, con le sue minacce di dazi e la conseguente incertezza sul commercio globale, ha giocato un ruolo non secondario. Ha forse dato il colpo di grazia alle residue resistenze dei “falchi”, quei banchieri centrali più inclini alla prudenza e focalizzati sul mitologico “tasso naturale”?

Tasso Naturale: conservatori contro progressisti

Ah, il tasso naturale! Quel concetto elegante, quasi platonico, che dovrebbe rappresentare l’equilibrio di lungo periodo tra risparmi e investimenti, indipendente dalle bizze della congiuntura. Una bussola perfetta, se non fosse che calcolarla è un’arte oscura quanto leggere i fondi di caffè.

  • I “conservatori” (o falchi) sostengono che questo tasso stia risalendo a causa dell’enorme debito accumulato, e quindi tagliare i tassi nominali sarebbe un azzardo.
  • Dall’altra parte, i “progressisti” (o colombe), forse più pragmatici o semplicemente disillusi dalla bussola esoterica, preferiscono guardare ai dati contingenti: inflazione in calo (anche se appiccicosa in alcuni settori, come i servizi), rischi di stagnazione, aspettative.

E qui entra in gioco l’incertezza made in USA. Le prospettive di una guerra commerciale, magari condita da una svalutazione competitiva del dollaro, raffreddano le pressioni inflazionistiche importate ma gettano ombre pesanti sulla domanda di beni europei. In questo scenario, tagliare i tassi diventa quasi una scelta obbligata per sostenere l’economia, mettendo d’accordo (almeno sul cosa, se non sul perché) anche i più prudenti.

Madame Lagarde lo ha detto chiaramente: non è tempo di affidarsi alle bussole tradizionali. Tradotto: si naviga a vista, scrutando l’orizzonte immediato. E guai a chiedere indicazioni sul futuro (“forward guidance”): dopo le previsioni toppate degli ultimi anni, l’avversione al rischio reputazionale è palpabile. Comprensibile, certo. Anche i banchieri centrali, dopotutto, sono umani e detestano ammettere di aver sbagliato. Forse dovremmo mostrare un po’ di empatia… o forse no.

Washington: Powell Sotto Tiro e il Gioiello dell’Indipendenza

Se a Francoforte si naviga a vista, a Washington si rischia la tempesta politica. Donald Trump non perde occasione per attaccare Jerome Powell, reo di non assecondare i suoi desiderata di tassi bassi per spingere l'”America First” (a suon di debiti?). Le accuse sono dirette, personali: “troppo in ritardo”, “sbaglia”, fino alla minaccia nemmeno troppo velata di rimozione (“termination”).

“Virtualmente non c’è alcuna inflazione”. “Powell è un perdente”.

Queste le ultime bordate lanciate via social da Trump, che rincara la dose accusando la Fed di essere la potenziale causa di un rallentamento economico se non si affretterà a tagliare i tassi (ignorando bellamente le differenze tra l’economia USA e quella europea, dove la BCE ha appena tagliato).

Aggiungiamoci le voci, alimentate dal suo stesso consigliere economico, su studi in corso per “licenziare” Powell (una mossa di dubbia fattibilità legale, ma dal forte impatto mediatico), e il quadro è completo.

Qui la questione si fa seria e tocca un pilastro fondamentale: l’indipendenza della banca centrale. Un concetto che può sembrare astratto, ma che è cruciale per la stabilità economica e finanziaria. Una banca centrale soggetta ai capricci della politica rischia di generare inflazione per finanziare spese elettorali o di prendere decisioni miopi per compiacere il potente di turno. La storia, dagli anni ’70 con Nixon, insegna.

Powell, pur tra le righe e con diplomazia, difende questa autonomia, sottolineando come le decisioni della Fed debbano basarsi sui dati e non sulle pressioni politiche. E riceve attestati di stima bipartisan e internazionali, come quello significativo di Christine Lagarde. Persino figure vicine a Trump, come il Segretario al Tesoro Scott Bessent, definiscono l’autonomia della Fed “un gioiello da salvaguardare”. Ma non credo che certi valori siano condivisi dal POTUS.

STAY TUNED!

Danilo DT

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