Bond: emittente, CDS e rischio default
Cosa è un CDS (Credit Default Swap)? E come valutare il rischio emittente in mancanza dei CDS?
Come forse avrete avuto modo di vedere nei banner pubblicitari presenti su questo blog, è nato qualche mese fa un nuovo giornale di Finanza, chiamato semplicemente F. Senza nemmeno volerlo, mi sono ritrovato come redattore in quanto alcuni lettori hanno scritto direttamente al Direttore del Giornale, chiedendo se potevano pormi qualche domanda. E così è stato. Purtroppo la mia presenza al momento è ancora “sporadica” in quanto il lavoro è sempre pesante da smaltire e poi…c’è il blog che voi conoscete e che non voglio trascurare.
Questo è uno degli articoli che ho scritto qualche tempo fa per il neonato F. Come leggete dal titolo, si parla di obbligazioni, di Credit Default Swap, di rischio emittente e di come valutare il rischio sul mercato obbligazionario.
Ma andiamo all’articolo. Ve lo ripropongo sia in versione testuale che in versione di file .pdf che potete leggere e visualizzare con i vari grafici inclusi.
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Un saluto al Direttore e in bocca al lupo per la bella avventura di F che avete cominciato. Ho visto sul sito che tra i collaboratori c’è anche un blogger, Dream Theater del blog Intermarketandmore.
Più volte ha scritto dei CDS per valutare la rischiosità di un emittente. E’ anche vero però che i CDS sono strumenti “per professionisti”. Lasciando da parte i rating che si dimostrano sempre più inaffidabili, come può un singolo investitore privato come il sottoscritto capire il rischo emittente, senza però avere la tabella dei CDS?
Che cos’ è un CDS?
Il Credit Default Swap (CDS) è a tutti gli effetti un contratto derivato di tipo “credit derivatives”, è dunque uno swap impiegato per trasferire l’esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti.
E’ sicuramente uno strumento finanziario molto evoluto ma non necessariamente complicato. In sostanza possiamo pensare al cds come a un’assicurazione sull’insolvenza di un emittente.
Per questo motivo il CDS è spesso utilizzato come polizza assicurativa o copertura per il sottoscrittore di un’obbligazione.
I CDS sono diventati famosi dopo il fallimento di Lehman Brothers. Infatti analizzando l’andamento degli stessi, era possibile poter “prevedere” una situazione che andava in dissesto. Quindi CDS come una polizza assicurativa contro il default. Peccato che poi la speculazione e la finanza moderna abbia saputo trasformare questa polizza in un pericoloso derivato speculativo, dando la possibilità agli operatori di comprare contratti CDS senza avere il sottostante da assicurare, quindi solo per fini speculativi.
Lasciando da parte questo utilizzo dei CDS, andiamo invece a capire cosa succede nella realtà. Se io voglio assicurarmi, ad esempio, sulla solvibilità di FIAT, posso comprare da un intermediario un contratto di credit default swap. Così facendo, se FIAT fallirà, ci sarà qualcuno (colui che ha emesso la “polizza”) che pagherà al posto dell’emittente. E quindi possiamo dire che con i CDS il mio rischio emittente viene neutralizzato. E’ quindi ovvio che il costo del CDS varia a seconda dell’emittente. Più l’emittente è “pericoloso”, e più mi costerà assicurarmi.
Guardando alla realtà attuale, l’esempio più calzante lo vediamo sul mercato analizzando i cosiddetti PIIGS. Infatti, assicurarsi contro il default della Grecia, costa oggi 2337 basis point, mentre lo stesso contratto con sottostante titoli del debito pubblico Italiano costa “solo” 294 basis point. (Figura 2).
Questo perché? Perché la Grecia è fallita e l’Italia no.
Quindi il costo di un CDS può essere un ottimo strumento per capire la rischiosità di un emittente. Ma questi dati sono difficili da reperire e spesso il risparmiatore si trova smarrito.
In realtà, anche senza CDS si può capire la rischiosità di un emittente. Ragioniamo un attimo. Il CDS è quel contratto che neutralizza il rischio emittente. Quindi, chi ha un bond FIAT e paga la polizza assicurativa CDS per dormire sonni tranquilli, alla fine avrà un rendimento effettivo che è pari (circa) al cosiddetto “risk free”, vale a dire pari ad un investimento privo di rischio Quindi, alla fine quello che fa la differenza è sempre e solo lui: il mercato, che stabilisce dei prezzi per ogni singola asset class e quindi il relativo rendimento.
In conclusione, il risparmiatore che non ha la possibilità di visionare i CDS giornalmente potrà ovviare a questa carenza confrontando i rendimenti dei vari titoli, tenute costanti la scadenza e la tipologia di titolo. L’ideale è utilizzare un benchmark, un riferimento. E il riferimento può essere il Bund (il massimo della sicurezza per il mercato) oppure il nostro BTP (molto meno sicuro ma resta sempre il nostro benchmark italiano). Un esempio? Eccovelo servito. (Figura 3)
Ipotizziamo che vogliamo fare un confronto tra titoli emessi in Europa, tutti di pari scadenza (10 anni) e tutti a tasso fisso. Come potete vedere, c’è un’evidente correlazione tra il valore del CDS e il rendimento. Più è alto il CDS, maggiore è il rischio e maggiore è il rendimento.
Quindi, per farla breve, la vecchia regola del rischio / rendimento è sempre quella che domina sul mercato. Maggior rendimento, a parità di condizioni e scadenza, significa maggiore rischio. E questi ragionamenti si possono fare anche se non si hanno i CDS da monitorare.
STAY TUNED!
DT
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