Cina-USA-Germania-Italia: il confronto

Come titolo di un post immagino incuriosisca più di qualcuno. L’obiettivo è di proporre delle considerazioni sullo stato delle rispettive economie reali, evidenziandone alcuni punti di forza o di debolezza e le possibili evoluzioni future in contesti stabili o in mutamento.
Obiettivo quanto mai arduo.
Tali e tanti sono i fattori che interagiscono che si rischia di andare in confusione. Però io tento lo stesso, cercando di non allargare troppo le analisi, poi vedremo cosa ne pensano i lettori interessati a dire la loro sull’argomento.
L’economia reale è fatta di aziende che producono beni e servizi utili a tutti. Sono attività che producono valore aggiunto vero, di solito anche tangibile e, normalmente, dà lavoro e un elevato numero di persone. L’economia reale ha oggi però pochissimo appeal perché normalmente non assicura facili guadagni. Per guadagnarci bisogna lavorare sodo, sempre, senza sosta e si rischia molto, in tutti i sensi.
Forse anche per questo motivo, noto che di quanto sta succedendo, proprio nell’economia reale, in fondo se ne parla poco. Gli eventi che vi succedono raramente sono eclatanti e, anche quando lo sarebbero, l’interesse che suscitano è molto meno di un piccolo scandalo di provincia. Delle glorie o tragedie della finanza globalizzata invece si legge dappertutto e, a furia di parlare di andamenti delle borse, per i più sembra che l’economia sia tutta lì.
Per entrare nel tema, visto come penso si svilupperanno le faccende di questo mondo, le considerazioni sulla Cina le lascio per ultime, anche perché la Cina non ne vuole sapere per il momento di essere considerata la potenza economica numero 1, nonostante tale sia, se valutassimo il suo PIL sulla base del potere d’acquisto interno.
Per il momento la Cina si accontenta di essere solo la candidata al massimo gradino del podio. Per i cinesi, meno all’estero si parla dei loro successi, meglio è. All’interno invece non c’è organo d’informazione ed evento che non esalti i grandi progressi industriali e le imponenti realizzazioni infrastrutturali che in quel paese si sfornano a getto continuo e inimmaginabile da ogni occidentale.
Godiamoci invece per un momento questa simpatica vignetta, tratta da altro blog, dove i 4 Re Magi, che portano i doni al Salvatore, potrebbero essere:
La Cina che porta l’oro
La Germania che porta l’argento (scusate il cambio di prodotto)
L’Italia che porta l’incenso
Gli Usa che portano il resto
USA
Se parliamo di industria manifatturiera, possiamo dire che negli USA ormai non esiste più, mentre un tempo era fortissima. Fino agli anni 90, una buona parte delle novità tecnologiche che apparivano sui mercati erano Made in USA e possiamo anche dire che la crescita economica di questa nazione fino ad allora si era basata su questo settore economico, facendo sì che i prodotti Made in USA fossero sinonimo di innovazione e qualità.
Oggi invece, escludendo gli alimenti, la grandissima parte dei prodotti che gli americani usano e consumano sono di provenienza straniera, prevalentemente asiatica, con la Cina che ormai la fa sempre più da padrona.
Perché è successo questo?
Molteplici le cause e la sequenza degli eventi.
- Il benessere rende le persone meno propense a essere operose. I lavori faticosi, impegnativi, stressanti tendono ad essere evitati e lasciati ad altri, finchè ce ne sono.
- Il benessere crescente modifica continuamente i modi di consumare. Crea nuovi bisogni, di solito sempre più tendenti al ludico e sempre più lontani dal vivere secondo e nel rispetto della natura.
- In un’economia che gira forte si creano patrimoni notevoli, che poi determinano l’esigenza di essere remunerati, ovvero investiti.
- Si viene a scoprire che investire nell’economia reale, se le condizioni di contorno diventano man mano meno favorevoli, è sempre più rischioso e meno remunerativo.
Insomma piano piano l’economia si trasforma. Da prevalentemente manifatturiera diventa sempre più di servizi e, fra questi, quelli finanziari assumono sempre più rilevanza.
Insomma si passa alla finanziarizzazione dell’economia. Dove i soldi si fanno con i soldi con una sorta di meccanismo perverso che, per stare in piedi, necessita che venga attribuito sempre maggior valore ai beni tangibili, sottostanti ai prodotti finanziari.
Se poi, come è il caso degli USA, si gode di un privilegio unico, ovvero di avere una moneta che è quella di riferimento per le quotazioni e gli scambi internazionali, si diventa banca centrale universale, con la possibilità di consegnare, con un semplice clik, carta in cambio di beni reali e tangibili.
Insomma siamo arrivati in questo paese, in un numero di anni tutto sommato ridotto, al completo stravolgimento dei sani principi economici, che sono stati alla base della creazione della grande nazione americana, che ancora oggi riteniamo essere la potenza numero 1.
Contemporaneamente il vero potere in questa nazione e conseguentemente nel mondo è passato totalmente nelle mani delle oligarchie finanziarie vecchie e nuove che, attraverso il controllo dei media globali, riescono a convincere quasi tutti, attraverso la confusione e la manipolazione delle informazioni,
- che il mondo di oggi non può funzionare in modo diverso,
- che l’economia globalizzata è una via senza ritorno,
- che le voragini create dal sistema finanziario devono essere pagate, non da chi le ha create o ne ha tratto vantaggio ma dagli altri,
- che vivere di speculazione è molto più nobile che vivere di un lavoro dove si fatica un po’,
- che finché si trova uno che lavora per te va benissimo a tutti,
- che addirittura è normale che l’interesse di pochissimi causi disastri per tantissimi,
- che il povero è lui stesso causa del proprio malessere e così via.
Però tutto ciò ha minato profondamente lo stato di salute dell’economia USA perché oggi la situazione in cui versa è a dir poco allarmante. La delocalizzazione produttiva, spinta, provocata e anche voluta dalla politica del dollaro forte, ha praticamente smantellato tutto l’apparato industriale manifatturiero americano. Con esso sono scomparse la gran parte delle professionalità, degli operatori economici che hanno creato le grandi/medie/piccole aziende produttive manifatturiere che davano lavoro e benessere diffuso.
Oggi le zone industriali americane di un tempo sono dei cimiteri che a percorrerli viene gran tristezza e sconforto. Ritornare agli antichi splendori è però una missione quasi impossibile, perché ormai nell’americano in giovane età manca lo spirito e la disponibilità del pioniere. Vale a dire che di condurre una vita di sacrifici e di rischi, come si richiede per un bel po’ a chi vuole intraprendere, non sollecita più negli USA.
Non parliamo poi della situazione della finanza americana, di cui si dibatte già moltissimo dappertutto e non serve certamente aggiungere altro. Chi vuole sapere oggi sa come stanno le cose, nonostante il bombardamento mediatico di notizie pseudo rassicuranti.
Insomma, anche se pare inconcepibile, gli USA sono decisamente ormai sulla strada del declino irreversibile. Quello che non è dato sapere è quanto sarà repentino.
GERMANIA
Be’, questo paese ha un grande vantaggio: è popolati da tedeschi, che bisogna ammetterlo sono un popolo con grandi qualità, rimaste in buona parte ancora intatte.
Ha complessivamente il senso dell’ordine e della disciplina, del vivere civile nel rispetto degli altri, non si è ancora assuefatto al malaffare, ha un innato orgoglio nazionalistico che, se non sfocia in eccessi, è un grande punto di forza.
Tanto ci sarebbe da imparare dai tedeschi, visti anche i risultati che ottiene la loro economia reale. La Germania riesce ad attuare politiche di sviluppo, grazie alle visioni lungimiranti che contraddistinguono le politiche economiche che i governi e le istituzioni nazionali e locali di questo paese hanno adottato. Questo pur in questo contesto di esasperata competizione globale, completamente alterato dall’avvento della Cina e dall’imposizione di fatto delle sue non regole.
La Germania ha perso molto della sua vecchia industria manifatturiera a favore prima dell’Italia e di altri paesi e poi della Cina. Ha saputo però percorrere decisamente la strada della qualità ai massimi livelli, il che le ha permesso di preservare quasi in ogni settore una ancora discreta presenza che, oltre che attualmente, potrà tornare utile prima o poi. Ha saputo ben preservare i propri marchi industriali. Tanti di questi sono diventati veri e propri centri di distribuzione di produzioni delocalizzate in Cina ma con livello di qualità tedesca.
La Germania ha in tutti i modi favorito lo sviluppo della ricerca diffusa. Cioè non solo di quella in capo alle grandi aziende, che già fanno questo come attività normale ma soprattutto quella che nasce nei più imprevedibili luoghi, nelle piccolissime aziende o nella testa di qualche geniale inventore con il pallino della tecnica nel sangue. Se hai una buona idea, in Germania è facilissimo trovare finanziamenti per un progetto di ricerca e successiva industrializzazione. I tedeschi sono talmente astuti, diciamo così, che se ci va uno straniero a chiedere finanziamenti lo accolgono a braccia aperte. Basta dimostrare di avere un buon progetto ed essere persone serie. Per i furbetti non c’è gran spazio, purtroppo per loro.
La Germania applica in modo sistematico nelle aziende il miglioramento continuo e. grazie a ciò, i suoi prodotti sono sempre un gradino sopra agli altri. In questo modo riesce a vendere bene, nonostante i prezzi siano fra i più alti, spesso più del valore della differenza rispetto ad altri. Poi, dulcis in fundo, la Germania è riuscita in modo mirabile a rendere l’area EURO economicamente a misura del proprio sistema economico-produttivo. La Germania, oltre a tutto il resto, vende alla grande prodotti Made in Cina, di cui è grande importatore e conseguentemente grande riesportatore, nell’area EURO ma non solo.
Questo ruolo ha fatto sì che, agli occhi dei cinesi, la Germania sia considerata un partner privilegiato a cui si concedono favori speciali, quali maggiori facilitazioni all’insediamento di industrie tedesche in Cina, meno restrizioni per i prodotti Made in Germany da importare in Cina, consultazioni frequenti fra i governi per meglio definire le politiche economiche di interesse comune.
Politiche che vengono perseguite e attuate poi nei fatti attraverso la presenza diffusa in Cina di istituzioni tedesche pubbliche e private, che operano con ottima professionalità ed efficienza in favore del proprio sistema industriale.
Insomma non si può che dire: “tanto di cappello ai tedeschi”.
ITALIA
Dopo aver descritto come opera la Germania viene veramente la desolazione a fare paragoni con l’Italia.
Qui non si tratta di piangersi addosso e di lamentarsi per quanto la classe politica non fa, per il semplice fatto che in Italia lo Stato è quasi sempre stato assente, nel sostegno e salvaguardia della propria economia reale, soprattutto di quella che compete nell’economia globalizzata. Infatti questa assenza non è un atteggiamento nuovo, è sempre stato così. L’imprenditoria italiana si è sviluppata da sola, nonostante lo stato si potrebbe dire. Pur in questa sorta di ambiente ostile, l’imprenditore italiano ha dimostrato nel mondo di avere grandi qualità quali l’inventiva e il dinamismo. Sono caratteristiche di cui noi italiani ci possiamo ancora vantare.
Quello che però oggi ci frega e ci sta portando alla rovina come paese manifatturiero è l’appartenenza a un’area economica dove le regole da rispettare non sono adatte a una nazione come l’Italia, che ha una classe politica che non gode della credibilità dei cittadini. E’ così purtroppo e c’è poco da fare, ogni paese ha i politici che si merita. Che fare quindi, se si vuole uscire da questo cul de sac? Pur con tutte le controindicazioni che ci possono essere, pur con tutti i rischi a cui si andrebbe incontro, bisognerebbe uscire dall’EURO.
L’Italia, come altri paesi del resto, non può avere la stessa moneta della Germania. La creazione dell’Euro è nata dal grande ideale di amalgamare in senso positivo le economie dei vari paesi europei. A volerla ben vedere credo non ci sia nulla di realizzato che possa essere considerato ben riuscito, salvo il fatto di avere una moneta che consente a tutti i cittadini dell’unione monetaria europea di girarci dentro senza dover sottoporsi al fastidio del cambio valuta e di avere reso gli scambi commerciali interni molto semplificati.
Per il resto l’Italia si è ingessata. Avendo perso la propria sovranità monetaria ha perso soprattutto la possibilità di porre rimedio alle ripercussioni sulla propria economia dei disastri della finanza globalizzata e dell’inettitudine conclamata della propria classe politica e della pubblica amministrazione che le fa da contorno. Nonostante spesso si consideri la buona tenuta di alcuni settori economici che, nonostante tutto, continuano a esportare, è meglio non farsi grandi illusioni di ripresa vera, anzi. Piuttosto che illudersi sarebbe molto meglio seguire l’andamento della moria delle imprese, che continua inesorabile e che nelle attuali condizioni di competitività internazionale è destinata a non arrestarsi, se non a completo smantellamento. USA docet.
CINA
Qui è tutta un’altra aria, un’altra storia.
- Classe politica molto preparata e lungimirante, .
- Imprenditoria dinamica e intraprendente, che si sente tutelata e accompagnata dalla propria dirigenza politica.
- Popolazione disciplinata e operosissima, come da noi non si sa più cosa voglia dire.
- Poche regole e lacci che possono frenare lo sviluppo economico.
- Il NUMERO: oltre 1.300.000.000 (milletrecentomilioni) di cittadini, orgogliosi di essere cinesi.
Che vuoi di più?
Un mix micidiale, in grado di stroncare chiunque nel lungo termine, tedeschi e giapponesi compresi, se lo sviluppo dell’economia mondiale continuerà con le attuali regole/non regole, praticamente tutte in favore della Cina.
Caso mai qui c’è il problema di come rendere più equilibrato questo sviluppo impetuoso, non comprensibile nella sua misura per un occidentale, abituato ai ritmi, ormai da fiacca costante, delle nostre economie mature. In effetti in Cina stanno esplodendo delle belle bolle, una è quella immobiliare che è immensa, un’altra è l’eccesso di capacità produttiva, che potrebbe non trovare sbocchi al momento di una possibile grave contrazione delle esportazioni.
Quest’ultimo è il vero punto debole della Cina e la dirigenza cinese ne è del tutto consapevole. La sua economia è troppo export oriented. Vale a dire che dipende esageratamente dalla capacità del resto del mondo di continuare ad acquistare le loro merci al basso prezzo determinato da un tasso di cambio assolutamente fuori da ogni collegamento con il potere d’acquisto interno della loro valuta. Viene da porsi una domanda: Ma come è possibile che il resto del mondo ancora non riesca, in qualche modo, a modificare questa enorme stortura, che altera la più elementare regola di convivenza fra economie che vogliono fra loro interagire?
La risposta non è difficile. L’industria manifatturiera cinese ha fuori casa formidabili alleati. Sono le lobby delle grandi multinazionali della distribuzione occidentali che hanno potuto divenire sempre più grandi, grazie agli enormi margini che realizzano, comprando merci a bassissimo costo in Cina, per poi rivenderle a prezzi quintuplicati o più negli shopping center, tutti uguali e con gli stessi prodotti sparsi in tutto il mondo.
Società che sono finanziate dalle istituzioni, anch’esse occidentali, che si danno da fare a più non posso per aiutare la mission principale della Cina che vorrebbe, prima di una vera rivalutazione del CNY, aver completamente smantellato quel po’ che resta dell’industria manifatturiera occidentale. Per coloro che hanno la voglia di seguire i dibattiti che ci sono in Cina, sul problema del dumping valutario, che praticano con sistematica quotidiana determinazione, è interessante capire il loro atteggiamento/ragionamento che è riassumibile come segue:
- I cinesi non lo chiamano dumping valutario ma mantenimento di un valore “stable” del cambio CNY/USD
- Dicono di aver già provveduto a rivalutarlo di ben il 20%, dal 2006 al 2008, per poi non toccarlo praticamente più fino ad oggi.
- Dicono che la manodopera da loro è nominalmente aumentata più che in occidente e che la Cina non può permettersi di diminuire troppo la propria competitività nei mercati mondiali, visto che ha lì vicino dei competitor che potrebbero insidiarla. Ne varrebbe della stabilità politica della Cina, bene supremo da assolutamente mantenere.
- Dicono che anche se praticassero oggi una rivalutazione moderata del CNY, negli USA e anche negli altri paesi non ci sarebbe giovamento per le popolazioni perché si verificherebbe solo un incremento dei prezzi al consumatore, oltre che il maggior costo delle importazioni.
Insomma quando affrontano l’argomento la conclusione obbligatoria dei dibattiti cinesi è che va bene così. Che cavolo vogliono questi occidentali. Lavorino di più e a costi più bassi, in modo che i loro beni costino meno, altrimenti zitti e continuate a comprare a più non posso.
Sui vari punti sopra c’è poco da dire, fanno i loro interessi.
In pratica ci prendono in giro, ben sapendo di averci messo il cappio al collo. Anche sul punto 2 si dimentica volutamente di dire che dal 2006 a oggi la produttività per addetto in Cina è fortemente aumentata. Per chi non lo sapesse ben di più del 20%. Per esperienze personali posso dire che è aumentata almeno del 30-35 % e che è migliorata di molto pure la qualità dei loro prodotti, grazie alle nostre utili indicazioni.
Per non annoiare evito di dirne altre e pongo una domanda:
C’è qualcuno che dubita che la CINA sia già la potenza economica NR 1?
Gaolin
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