Default Grecia: due nuove analisi da non sottovalutare

27 Maggio 2011 11:22

Default Grecia? Ebbene si. La Grecia è tecnicamente in default.

Ormai tutti lo sanno, tutti ne parlano ma ancora non si capisce come riuscire a gestire la patata bollente.
Lasciamo perdere le autocelebrazioni su cosa detto in passato e andiamo al sodo. In questo post vi proporrò due interessanti pareri di due personaggi di livello assoluto, quali Nouriel Roubini e Martin Feldstein.


Questo è quanto dice Nouriel Roubini in un’intervista rilasciata al giornale teutonico Handelsblatt.

Anche con un pachetto di austerità draconiane pari al 10% del PIL, il debito pubblico di Atene arriverebbe comunque al 160%. In Portogallo invece, al momento la situazione è migliore anche se la stagnazione che accompagna l’economia da un decennio, porterà all’insolvenza del settore pubblico. Il problema di Spagna e Irlanda invece sta nel settore bancario. E a nulla servirebbe un allungamento delle scadenze o nuove iniezioni di liquidità. Come alternativa si potrebbe proporre uno swap, uno scambio di bonds. Al posto dei vecchi titoli di stato, ritrovarsi con dei nuovi bonds legati però alla crescita economica. (SOURCE: CWD)

Potrete trovare l’intervista anche in Tedesco direttamente sul sito originario . Il parere di Nouriel Roubini non si discosta poi così tanto dal nostro pensiero anche se questa nuova soluzione mi giunge nuova. Praticamente l’obbligazionista diventa un po’ “azionista” del paese in default. Ma siamo sicuri che chi aveva titoli di stato, un porto d’investimento considerato sicuro, si ritrovi invece ade essere paragonato ad un azionista? E’ anche vero però che queste obbligazioni ormai, tutto sono fuorchè un porto sicuro…

Questo invece è l’interessante articolo di Martin Feldstein:

CAMBRIDGE – Il governo greco, la Commissione europea e il Fondo Monetario Internazionale negano ciò che i mercati percepiscono in modo evidente, ovvero che la Grecia risulterà prima o poi inadempiente nei confronti dei suoi creditori pubblici e privati. I politici preferiscono procrastinare l’inevitabile investendo i soldi pubblici in aree non più coperte dai privati, in quanto questo procedimento permette ai creditori di continuare a far credere che il valore contabile delle obbligazioni greche in loro possesso non abbia bisogno di essere diminuito. Ciò permette, in cambio, di evitare ulteriori richieste di capitale bancario.
Ma sebbene i prestiti aggiuntivi che la Grecia riceverà a breve dall’Unione europea e dall’FMI abbiano dei tassi di interesse relativamente bassi, il livello del debito greco aumenterà comunque rapidamente fino a raggiungere livelli insostenibili. Ecco perché i tassi di interesse di mercato sulle obbligazioni greche dei privati ed i prezzi dei credit default swap indicano imminente una situazione di consistente inadempimento.
Ed un contesto simile, insieme ad una riduzione significativa del deficit di bilancio annuale, è in realtà necessario per ripristinare la sostenibilità fiscale della Grecia. Nello specifico, anche nel caso in cui l’inadempimento riesca a ridurre il debito del paese fino al 60% del PIL, la Grecia dovrebbe comunque ridurre il suo deficit annuale dall’attuale 10% fino al 3% rispetto al suo PIL per prevenire un eventuale nuovo aumento dell’indice di indebitamento. In tal caso la Grecia dovrebbe essere in grado di finanziare i suoi deficit annuali futuri esclusivamente attraverso risorse interne.
Ma la sostenibilità fiscale non rappresenta comunque una cura sufficiente per l’enorme deficit commerciale cronico che la Grecia si trova ad avere. Al momento, le importazioni greche superano le sue esportazioni del 4% del PIL, il che rappresenta uno dei più consistenti deficit commerciali dell’eurozona. Se questo divario commerciale dovesse persistere, la Grecia dovrà in futuro prendere in prestito annualmente la somma totale da risorse straniere, anche nel caso in cui i budget successivi all’inadempienza potrebbero essere finanziati tramite fonti di prestito interne.
Un processo di eliminazione o riduzione di questo divario commerciale in grado di evitare la depressione delle attività commerciali e dell’occupazione greca implica da parte della Grecia un aumento delle esportazioni ed una riduzione delle importazioni. Ciò comporta, dall’altro lato, una maggior competitività dei beni e dei servizi greci rispetto a quelli dei suoi partner commerciali. Un paese con una valuta flessibile può raggiungere questo risultato attraverso un deprezzamento del tasso di cambio, ma l’appartenenza all’eurozona non permette alla Grecia di optare per questa soluzione.
La Grecia si trova quindi a dover affrontare l’arduo compito di ridurre i prezzi dei suoi beni e dei suoi servizi rispetto a quelli degli altri paesi con altri mezzi, ovvero riducendo in modo consistente i salari e gli stipendi dei dipendenti del settore privato.
Ma anche nel caso in cui riuscisse a farlo, il divario commerciale rimarrebbe coperto solo fino alla durata della competitività dei prezzi della Grecia. Per mantenere tale competitività, il divario tra l’aumento degli stipendi greci e la crescita della produttività del paese (ovvero rendimento per ora di ciascun dipendente) non deve essere superiore al divario presente in altri paesi dell’eurozona.
Il che non sarà facile. Il divario commerciale greco si è sviluppato nell’ultimo decennio a causa di un aumento troppo rapido dei prezzi rispetto a quello degli altri partner commerciali. Ciò è dipeso a sua volta da un aumento altrettanto veloce degli stipendi in Grecia rispetto alla crescita della produttività e rispetto agli altri membri dell’eurozona.

Per capire perché sarà difficile che la Grecia mantenga la sua competitività, ipotizziamo che il resto dell’eurozona registri un aumento della produttività annuale del 2%, mentre la politica monetaria limiti l’inflazione dei prezzi su base annuale al 2%. In un contesto simile, gli stipendi nel resto dell’eurozona potrebbero aumentare anche fino al 4% su base annuale. Ma se la produttività in Grecia dovesse aumentare solo dell’1%, gli stipendi aumenterebbero solo del 3%. Ed un tasso più elevato provocherebbe un aumento dei prezzi più rapido rispetto ai partner commerciali dell’eurozona.

Pertanto, la Grecia si trova di fronte ad una sfida tripla, ovvero quella fiscale di ridurre il debito pubblico ed i futuri deficit, quella di ridurre i prezzi tanto da eliminare il divario commerciale, ed infine la sfida di mantenere la crescita degli stipendi al di sotto della media dell’eurozona o di elevare il tasso di aumento della produttività.

Da quando è iniziata la crisi in Grecia, il paese ha dimostrato di non essere in grado di risolvere i suoi problemi come l’FMI e la Commissione europea avevano sperato. I paesi che hanno affrontato problemi simili in altre parti del mondo hanno sempre alternato periodi di contrazione fiscale con periodi di svalutazione monetaria, operazione tuttavia non autorizzata all’interno di un’unione monetaria.
Un recesso temporaneo dall’eurozona permetterebbe alla Grecia di raggiungere una riduzione del livello dei prezzi mettendosi alla pari con gli altri paesi dell’area. Inoltre, se non esistesse l’imposizione di un limite agli stipendi, sarebbe più semplice per il paese regolarsi con il livello dei prezzi standard.

Il Trattato di Maastricht vieta espressamente a ciascun paese membro di lasciare l’euro, ma non si pronuncia riguardo ad un eventuale recesso temporaneo (e pertanto non lo vieta neppure). E’ giunto il momento per la Grecia, per gli altri membri dell’eurozona e per la Commissione europea di iniziare a pensare seriamente a quest’opzione.

Martin Feldstein, professore di economia presso Harvard, è stato Presidente del Consiglio dei consulenti economici sotto la presidenza di Ronald Reagan e Presidente del National Bureau for Economic Research.
Copyright: Project Syndicate, 2011.
http://www.project-syndicate.org/commentary/feldstein36/Italian

A dirlo, questa volta non è un giornalista di terzo livello, ma uno degli economisti più noti al mondo. In cuor mio, temo che la Grecia stia valutando da tempo la possibilità di uscire dall’Euro. Una mossa disperata che verrebbe presa soprattutto nel momento in cui si arriva a capire che non ci sono altre vie di uscita realmente risolutive. Per farla breve, tutte le altre soluzioni genererebbero sconquassi per la Grecia senza però risolvere il problema alla radice.

Uscire dall’Euro non è possibile. Ma con la benedizione di Germania & Co NULLA è impossibile. E secondo me è proprio per loro volontà che si farà il possibile per non lasciar uscire la Grecia dall’Euro. Perchè sono proprio Germania e Francia le prime ad avere tutto l’interesse a tenere la Grecia in UE.

STAY TUNED!

DT

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