FUGA dagli EMERGENTI: non è finito l’esodo dei capitali dai BRICS

10 Settembre 2015 09:45

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Il downgrade a livello di junk bond del Brasile di certo non aiuta un settore già in forte difficoltà. Il sell off non è ancora terminato ma facciamo attenzione a paragonare il 2015 alla grande crisi del 1990

Su questo blog abbiamo molti mesi fa (concetto ribadito dal sottoscritto anche in alcune interviste su Binck.tv  nel mese di giugno) denunciato il rischio che ci sarebbe stato, rimanendo esposti al rischio ”paesi emergenti”. Ben inteso, con questa affermazione si andava a ricomprendere tutto il mondo degli emerging markets, sia azionario, che obbligazionario che valutario.
La motivazione era semplice: si prevedeva una nuova fuga di capitali (come è già successa in passato) da queste aree (BRICS in primis) ai paesi definiti “core”.
Quanto è poi successo negli ultimi mesi non ha fatto altro che enfatizzare il rischio sugli emergenti, portando addirittura alcuni mercati in area “panic selling”, anche perché ci sono ancora tantissimi punti interrogativi.

La Cina rappresenta una qualche certezza? Ci garantisce quella trasparenza necessaria nelle fasi di difficoltà? La risposta è NO.
La Russia, Sud Africa ed il Brasile stanno dando segni di inversione nella loro recessione? La risposta è NO.
Tralasciando l’India, i BRICS sono serviti…

Non dimentichiamo poi la debolezza delle commodity, prodotte ed estratte in questi paesi, che continuano a viaggiare su quotazioni minime.
Insomma, i paesi asiatici e dell’America Latina sono in difficoltà e lo sono ancor di più coloro che hanno un’esposizione debitoria verso l’estero importante.
Malgrado queste ventate di euforia, bisogna mantenere i piedi per terra. Secondo molti questi sono i minimi.
Ma in questo momento non abbiamo assolutamente la possibilità di poter regalare questa certezza.
Non dimenticate MAI un famoso detto che una mia vecchia conoscenza, Gerard Minack, era solito inserire nei suoi report

“Un investimento che è a -90% è un investimento che era a -80% che poi si è dimezzato”

Un chiaro monito per chi predica frasi del tipo “sotto a certi livelli non può andare”, oppure “siamo ai minimi”. Ci vuole buon senso, quello si. Intanto da inizio 2015, la fuga di capitali dai paesi emergenti è stata pari a 54 miliardi di USD. Impressionante però l’accelerazione avuta da meta luglio. Da tale data gli outflows sono stati pari a 44 miliardi di USD (fonte EPFR).

EPFR-outflowsOvviamente la cosa che poi ha creato danni immani ai portafogli è l’impatto valutario, che ovviamente ha contribuito a far scendere ulteriormente i valori. Anche in questo caso il crollo delle valute emergenti è argomento complesso.

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Siamo di nuovo alla vigilia di un nuovo 1990?

Siamo onesti. Rispetto ad allora, le economie dei paesi emergenti sono decisamente più solide rispetto ad allora e quindi sono meno vulnerabili. Questi paesi hanno più riserve valutarie, hanno meno debito, sono economie più flessibili.

Quindi?

Se guardiamo ai fondamentali, secondo me bisogna cominciare a buttare un occhio ai paesi emergenti ma con grande prudenza, in quanto la volatilità (che se ne frega dei fondamentali che portano valore nel lungo periodo) potrebbe fare ancora danni immani, malgrado il fatto che certe quotazioni stanno veramente diventando interessanti.
Parole d’ordine sono SELEZIONE e prudenza. Anche perché, come detto, i focolai di pericolo non sono stati spenti. Fermo restando che un eventuale aumento dei tassi FED rappresenterebbe un’ulteriore mazzata per quest’area. Eccovi spiegato il perché delle suppliche di FMI e Banca Mondiale rivolte alla Yellen. Visto che il paesi emergenti sono in grande difficoltà, non è certo il caso di “finirli” con un ulteriore colpo basso.

Strategia corretta? PAC su prodotti con strategie molto ben definite che si sposano con le esigenze dell’investitore. In questo modo non si cercherà di “prendere al volo il coltello che cade” (falling knife)  ma si investirà sul valore.

Riproduzione riservata

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Danilo DT

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