Riforma del lavoro e competitività: Italia ad un bivio

Dati su ordini industriali a -5.6% e Articolo 18 (riforma mercato del lavoro). Occorre intervenire subito.
Gli articoli che avrete letto su questo blog sull’Italia e sull’Economia del Bel Paese, non sono certo molto leggeri nelle conclusioni. O si dà un bel giro alla baracca, cambiando tante cose, oppure l’Italia rischia di inabissarsi in una situazione difficilissima, all’interno di uno scenario macro che peggiorerà enormemente le cose.
Certo, oggi gli occhi sono ancora tutti rivolti alla ristrutturazione del debito greco, alle problematiche della “disciplinata” Repubblica del Portogallo, che cerca di sottostare alle richieste dell’Unione Europea, alle continue e sottovalutate difficoltà dell’economia spagnola, all’esposizione delle banche irlandesi, alla complessa crisi dell’Ungheria.
E l’Italia addirittura è vista da molti come un “modello” da prendere come esempio per uscire dalla crisi. Ma per favore! Il piano di austerity del governo Monti ha generato dei bei numeri, su questo non ci sono dubbi, ma sarebbe un errore clamoroso basare il risanamento solo su un piano di tagli di costi e di aumenti di imposte. Ormai vi ho già stancato con queste due parole: crescita economica. E’ qui che ci vuole la vera politica di Monti & Co. E’ qui che si capirà veramente se si metteranno le basi per una potenziale nuova rinascita italiana. E’ qui che si deciderà il nostro futuro, e non sul piano del rientro del debito, che comunque, a seguito del “fiscal compact”, comporterà già di per se, sacrifici enormi.
Quindi crescita ma soprattutto ritrovare quella cosa che stiamo perdendo giorno dopo giorno… non parlo della pazienza (quella anche) ma soprattutto la competitività. E a questo proposito è giusto ricordare proprio un dato importante.
Quando la Grecia è piombata in una crisi ormai grave, i policy maker si sono trovati davanti ad un bivio: cosa privilegiare? Le finanze pubbliche oppure l’economia reale, ed in primis la competitività? Sfortunatamente i policy maker si sono concentrati sulla prima e hanno sconsideratamente sperato che le riforme strutturali risolvessero la seconda. Le autorità greche hanno investito gran parte del loro scarno capitale politico in aggiustamenti di bilancio invece di concentrarsi sulla creazione di un’economia competitiva.
Ora, provate a guardare la situazione italiana. Il programma che si sta finalizzando attualmente inverte l’ordine delle priorità, NON mettendo la competitività e la crescita prima del completamento del consolidamento di bilancio, proprio perché come ho già detto i passato, il debito si può gestire, ma la crescita economica è un’altra cosa, deve essere “curata” e coltivata, ma mai abbandonata. Il rischio è che purtroppo, se non si interviene subito, sia troppo tardi. Ed a quel punto, intervenire sarà inutile. Come con la Grecia.
Produzione industriale: Italia nel baratro a -5.6%

Intanto un ALERT grosso come una casa si accende sul mondo Italia. E’ uscito ieri il dato sugli ordini industriali. Il mercato si aspettava un leggero recupero anche se un dato sempre negativo, ovvero -2.9%. Con estremo rammarico il dato consuntivo è stato pari a -5.6%. Praticamente il doppio (dato precedente -4.3% che era visto come possibile punto di minimo). E questo collasso era ampiamente previsto anche dal sottoscritto. Ma in che modo? Sfera di cristallo? ma per carità. Bastava guardare gli aggregati monetari (MASSA MONETARIA) per rendersene conto.
Cliccate QUI per visualizzare il report della Banca d’Italia. Questi numeri devono essere presi in seria considerazione, Prima che sia troppo tardi.
Capitolo “Articolo 18” e riforma del mercato del lavoro
E poi ovviamente il capitolo “Articolo 18” e la riforma del lavoro. Ormai è chiaro a tutti che la chiave sta tutta lì. il problema è che ogni il tentativo di mediazione tra i sindacati confederali è fallito, che non sono riusciti a trovare una posizione comune sulla riforma del mercato del lavoro. In assenza di un’intesa, il Governo andrà avanti comunque, molto probabilmente con quel modello “TEDESCO” già anticipato nei giorni scorsi (lasciare al giudice la decisione tra reintegro e indennizzo su licenziamenti disciplinari ed economici, conferma dell’articolo 18 per i licenziamenti discriminatori), e potrebbe passare la linea dura che sembra caldeggiata dallo stesso premier Monti (con indenizzo in tutti i casi, fatta eccezione per i licenziamenti discriminatori). In questo modo il governo verrebbe incontro alle richieste delle imprese che hanno contestato con forza l’incremento dei costi della flessibilità in entrata e degli ammortizzatori (le piccole), ed hanno minacciato di far saltare l’accordo sollecitando più libertà sulla flessibilità in uscita. Sarebbe una presa di posizione DURA da parte del Governo. Ma necessaria? Forse si, in quanto il modello deve essere rinnovato. Ma, mi domando io, perchè a pagare devono sempre essere i più deboli?
Chiudo con una citazione interessante. Giavazzi sul CorSera di un paio di giorni fa…
(…) Siamo a metà marzo: il decreto sulle liberalizzazioni attende ancora la definitiva approvazione da parte del Parlamento e le norme sul mercato del lavoro non sono state ancora portate in Consiglio dei ministri. Non è solo una questione di calendario. Più i tempi si dilatano, più le corporazioni che con queste norme si vorrebbero colpire riescono a organizzarsi per evitarle. Il decreto cresci Italia ne è l’esempio. Il provvedimento che verrà approvato è un’immagine molto sbiadita dell’afflato liberista che ispirò il primo testo del governo. (…) Il risveglio potrebbe essere brusco. Mentre il governo continua a costruire i propri programmi sull’ipotesi che l’economia nel 2012 si contragga dell’ 1 per cento, il Fondo monetario internazionale prevede un -2,2% e i maggiori investitori internazionali una forchetta fra -2%, nell’ipotesi più favorevole, e -4% in quella meno favorevole, con una mediana di -3%. Con questi numeri il deficit rimarrà sopra il 4% del Pil e il debito ricomincerà a crescere. Come lo spieghiamo a quegli stessi investitori e ai nostri partner tedeschi, ai quali abbiamo ripetutamente promesso il pareggio di bilancio nel 2013? C’è un solo modo per uscire da questo guaio. Convincerli che la recessione del 2012, per quanto grave, è un fatto transitorio e che le norme che stiamo approvando segneranno davvero un cambio di passo. Bruciata, purtroppo, la carta delle liberalizzazioni, rimane solo la riforma del mercato del lavoro. Su queste norme si gioca il futuro del governo e del Paese. Se le pressioni corporative o i suoi colleghi ministri dovessero chiederle un passo indietro, Elsa Fornero dovrebbe, con lo stile e la determinazione che la caratterizzano, abbandonarli al loro destino.
La coperta è corta, lo sappiamo, i sacrifici dobbiamo farli, lo sappiamo. Ma alla fine li faranno “i soliti noti”. Lo sappiamo…
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DT
