GUEST POST: Alle soglie di una crisi sociale
Articolo scritto dall’amico storico del blog Paolo41. Un excursus sui passaggi chiave dell’economia moderna, con importanti valutazioni sul perché siamo arrivati a questo punto , sommersi dal debito pubblico. Con l’incubo purtroppo realistico di una nuova crisi sociale.
Abbiamo parlato in questi giorni dell’eccessivo debito pubblico italiano, della necessità di una ripresa economica che possa risollevarci dalla crisi, abbiamo commentato come una politica di austerity potrebbe comportare controindicazioni per lo sviluppo, abbiamo convenuto che è difficile parlare di questi argomenti senza toccare tasti che richiamano la politica, di destra o di sinistra che sia, ci siamo addentrati sulle iniziative vessatorie in atto o in procinto di essere emanate dalla EU contro i paesi che non rispettano i parametri del debito, insomma è stata un’occasione per scambiarci opinioni e commenti, spesso, lasciatemelo dire, di notevole spessore.
Mi sembra, però, doveroso fare una breve sintesi storica (oserei quasi dire nemesi), per capire come siamo arrivati a questa situazione, sintesi che non può essere ridotta solo al nostro paese ma naturalmente coinvolge l’ evoluzione politica ed economica che ha caratterizzato in primis l’Europa e in una visione più ampia il sistema globale.
Ricordare gli anni della ripresa post-bellica, il boom economico degli anni sessanta è la premessa necessaria, perché contemporaneamente si è sviluppata un’informazione di massa (cinema e televisione in primis) che è arrivata in tutte le case.
La nuova rappresentazione del mondo lasciava in alcuni un senso di quasi ammirazione, in altri una volontà di imitazione e l’ambizione di raggiungere livelli sociali più elevati, in altri la frustrazione per una implicita convinzione che certe classi non sarebbero mai state partecipi del benessere che si stava consolidando, pur essendo parte attiva e necessaria alla creazione della ricchezza del paese. L’idealismo dell’allora esistente Unione Sovietica continuava a sollecitare uno scontro di classe, nonostante gli eventi della primavera di Praga o i moti di Ungheria.
La crisi sociale che si aprì negli anni settanta è, secondo diversi opinionisti, il PRIMO dei tre tasselli storici che hanno condizionato l’ evoluzione socio-economica dell’Italia e di altri paesi europei fino ad oggi.
La crisi sociale
La crisi sociale sfociò negli anni di piombo e nell’uccisione di Moro e di tante altre persone. Si era creato un clima di paura che portò, ad esempio, alle concessioni fatte da Agnelli (allora presidente di Confindustria) alle rappresentanze sindacali. Peraltro i vari governi che si susseguivano l’un l’altro con una impressionante frequenza, sapevano solo creare “centrali di voto” nelle aziende industriali a controllo pubblico e in quelle dei servizi pubblici (pensioni a pioggia, sanità incontrollata, scuola con eccessi di personale, trasporti locali, ferroviari, aerei e marittimi in continua perdita, idem per servizi postali, proliferazione delle agenzie più varie sia a livello centrale che locale a costi elevati e zero valore aggiunto) e, forse l’aspetto più grave, la burocratizzazione di tutto il sistema statale. E tutto questo con l’illusione di cercare la pace sociale, di evitare i potenziali sovvertimenti sociali che avevano paventato gli anni di piombo.
Negli anni successivi si consolidò naturalmente un’esplosione del debito pubblico (ricordo le polemiche di allora fra aziende pubbliche e private) e siccome, da quando è nato il mondo non c’è politica senza corruzione, il clima e la burocratizzazione permisero lo sviluppo di un eccesso di corruzione che portò a Tangentopoli, che colpì tutti, partiti, aziende pubbliche e private, managers e faccendieri, colpevoli e innocenti. Nel frattempo il debito aveva superato il 100% del PIL, in alcuni anni la svalutazione della Lira aveva addirittura superato il 20% annuo, c’era bisogno di sacrifici, ma nessuno aveva il coraggio e la capacità di intervenire.
La caduta del muro di Berlino
Nel frattempo, esattamente 20 anni fa si verificò il SECONDO fatto storico che ha condizionato lo sviluppo economico e sociale degli anni successivi: la caduta del muro di Berlino (con la pressoché immediata unificazione delle due Germanie) e la disgregazione dell’Unione Sovietica.
La Germania unificata, voluta da Kohl contro il parere iniziale degli USA e di quasi tutti i paesi europei, risuscitò vecchie paure e fu la causa per l’accelerazione della formalizzazione della Comunità Europea, con rilevanti pressioni di USA (che, cambiata opinione intravide la possibilità di costruire un più forte baluardo verso la Russia) e Francia, che intravidero in tale soluzione una possibilità di controllare una eventuale evoluzione “tangenziale” della Germania stessa.
L’unico vero mezzo che poteva dare un significato a tale unione fu l’utilizzazione di una moneta unica, il tanto discusso euro che alcune importanti nazioni come UK, Svezia, Norvegia, Danimarca (nazioni con una tradizione politica ed economica ben più solida di altre) si rifiutarono di adottare, garantendosi con l’indipendenza della valuta anche una maggiore libertà nelle scelte economiche.
L’Italia, per una questione di inutile orgoglio e, come ha sempre detto Prodi, per poter trovare una motivazione per ridurre il deficit statale e imporre rilevanti “finanziarie”, fece di tutto per entrare a farne parte, benché la nostra entrata fosse apertamente ostracizzata da Francia e Olanda.
La contrarietà di tali nazioni l’abbiamo, fra l’altro, pagata nel tasso di cambi Lira/euro.
Personalmente sono sempre stato dell’avviso che entrare nella EU a quelle condizioni sia stato un grosso errore (ecco perché uso la parola nemesi), ma la mia opinione vale quanto quella di chi pensa che sia stata una scelta giusta.
Fatto è che l’effetto quasi immediato, è utile sottolinearlo, fu che, in poco tempo, le mille Lire furono “sostituite” da 1 euro con una profonda riduzione del potere d’acquisto dei redditi degli italiani. In secondo luogo, dopo qualche mese, ci si rese conto che il recupero di competitività che permetteva la svalutazione della Lira non era più “permesso”, cosi come la svalutazione del debito, anche se il carico degli interessi sul debito cominciava a contrarsi.
Sull’Italia ci tornerò più avanti, perché vorrei inserire qui alcuni concetti recentemente espressi da Felipe Gonzales, primo ministro spagnolo dal 1982 al 1986 e oggi presidente del Centro Studi sul futuro dell’Europa (commenti che ho preso dall’inserto “Il caffè” del quotidiano QN).
Gonzales è amareggiato perché l’EU “non riesce a darsi una strategia comune su nessuna grande questione”, “ha una politica estera solo sulla carta”, “non ha affrontato i suoi problemi strutturali e per questo soffre più di altri per l’implosione finanziaria”.
Sulla Germania aggiunge: “Per 12 anni la Germania ha fatto quello che serviva alla sua economia, la sua crescita è avvenuta grazie ai consumi dei non tedeschi. E anche l’euro forte non ha nessuna giustificazione se non nel compiacere la nostalgia tedesca nel super-marco (n.d.r. esasperato controllo dell’inflazione importata). Qualunque analista economico vi dirà che i fondamentali dell’economia non giustificano il rapporto che esiste oggi fra euro e dollaro. La nostra politica monetaria, quella che pensano alla Bce di Francoforte, è eccessivamente tedesca”. E continua: “parlare di modello tedesco per i paesi europei non ha molto senso”, “le sfide che attendono l’Europa sono epocali, ma nessuno considera l’Europa, tanto meno gli europei”. Conclude con una battuta di Henry Kissinger: “ Quale telefono devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?”
Aggiungerei che il costo di tutto l’apparato dell’EU e della Bce costa una montagna di soldi che non producono …nulla… se non qualche legge cosiddetta comunitaria che è spesso in dissonanza con le esigenze dei paesi europei, anzi spesso è discriminatoria, ma sempre a favore dei paesi più forti o a scapito dei paesi con economie meno competitive. Iniziative per frenare il dumping delle importazioni cinesi o di altri paesi dell’est asiatico o della Nuova Zelanda o di paesi sud-americani sono solo accennate perché aprirebbero contenziosi sulle esportazioni tedesche e rimostranze dei commercianti olandesi.
Globalizzazione: un nuovo mondo
Il TERZO paletto della nostra analisi storica è il passaggio dal processo della globalizzazione alla delocalizzazione. I primi paesi a globalizzare le attività industriali sono stati il Giappone e gli Stati Uniti, cioè quelle economie che stavano realizzando elevati fatturati nelle esportazioni furono più o meno “costrette” a realizzare impianti industriali nei principali mercati di esportazione.
Per esemplificare, le fabbriche di assemblaggio di vetture giapponesi in USA e in UK erano il compromesso per vendere in tali mercati; veniva ceduto a tali economie una parte del valore aggiunto che prima era tutto concentrato in Giappone; naturalmente il valore aggiunto che veniva tolto ai produttori locali (in questo caso GM, Ford e Chrysler in USA) e ai costruttori europei (dagli assemblaggi giapponesi in UK) era decisamente superiore.
Diverso è il concetto di delocalizzazione, anche se deriva in gran parte dal primo processo: quando le produzioni estere si sono consolidate ed è maturata, nel frattempo, una maggiore stabilità sociale nei paesi asiatici e in quelli est-europei, è stato buon gioco per le aziende americane, europee e, in misura minore, giapponesi trasferire una rilevante parte della produzione nei paesi a più basso costo di mano d’opera. Per un certo tempo sono stati trattenuti in casa il Know-how, la pogettazione e la R&S, poi, gradualmente, anche una buona parte di tali attività ha cominciato ad “emigrare” (le sedi di progettazione in India sono l‘esempio più evidente).
Se questo è successo per le produzioni a più alto valore aggiunto, il processo di delocalizzazione è stato devastante per tutte quelle produzioni a basso barrieramento tecnologico che caratterizzano, ad esempio, il sistema industriale della maggior parte delle medie e piccole aziende italiane.
La rivoluzione Cinese
Il QUARTO episodio che ha caratterizzato l’economia mondiale è configurabile con i moti di piazza Tienanmen, non tanto perché siano stati il fatto scatenante ma in quanto hanno fatto capire all’apparato governativo cinese che occorreva accelerare il processo di sviluppo, peraltro già partito, per contenere una latente protesta che rischiava di estendersi ad una massa enorme della popolazione e quindi difficilmente controllabile. Sembra un paradosso, ma in sostanza è la pura e semplice realtà: assicurando il lavoro al popolo si ottiene automaticamente la pace sociale.
Si spiegano tante cose con tale principio: perché i cinesi fanno carte false per contenere la valuta e danno incentivi alle aziende che esportano , oppure perché in Italia, in USA, in UK e in altri paesi la crisi è più virulenta a differenza di Brasile, Australia o Svezia dove la disoccupazione è più contenuta.
Lo sviluppo cinese non ha guardato in faccia a nessuno, agevolato dall’ immobilismo degli apparati europeo ed americano che, per favorire le esportazioni della Germania o il commercio olandese o le multinazionali americane, hanno sacrificato milioni di posti di lavoro che ora, nella cruda realtà, sono difficilmente recuperabili.
Tiriamo le somme
Il risultato di questa nemesi storica è la crisi attuale di molti paesi e del nostro necessariamente: siamo schiacciati da un debito enorme, da una burocrazia imperante, dalla mancanza di iniziative imprenditoriali (salvo quella di delocalizzare,) da una prosopopea retorica sia da parte dei sindacati che di Confindustria e di tutte le rappresentanze politiche, da una visione egoistica e non partecipativa da parte dei vari partiti, di destra o di sinistra o di centro che siano, di governo o di opposizione. In questa situazione non riusciamo a mettere insieme un qualsivoglia progetto, prevalendo una continua e costante diatriba alimentata solo da critiche l’un verso l’altro.
Siamo allo sfacelo oppure abbiamo ancora qualche possibilità per uscire dalla melma in cui ci troviamo????
Ma sgombriamo subito il campo da eventuali illusioni che nuove elezioni possano risolvere il problema; chiunque vada a governare ha bisogno di un sostegno anche dai partiti dell’opposizione, dai sindacati e da una classe imprenditoriale che trovi il coraggio di reinvestire nel paese (Marchionne docet).
Soluzioni esistono, ma non ho la presunzione di stare qui ad elencarle e, magari, se i lettori di Intermarketandmore sono d’accordo, le proporrò in un altro post specifico sull’ argomento.
Certo è che se le parti in causa, prima menzionate, non cominciano a operare in sintonia, il rischio di rivedere riaffiorare la situazione descritta inizialmente sull’esplosione di una nuova crisi sociale è molto elevato.
Paolo41
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