Italia: la competitività, questa sconosciuta
Premessa
Nonostante la competitività sia per l’economia reale l’elemento cruciale, fondamentale, e imprescindibile con cui si deve rapportare ogni operatore economico, artigiano, piccola impresa o nazione che sia, per crescere o perlomeno continuare a restare in un mercato in cui vige la libera concorrenza, della questione in Italia non se ne parla, o meglio non se ne vuol parlare o, molto più probabilmente, non se ne sa parlare.
Ogni tanto il termine affiora nei discorsi o dibattiti ma non si va a fondo del problema.
Credo che più o meno tutti ritengano di sapere genericamente cosa significhi competitività ma, tutto sommato, pochi hanno per mestiere o mansione quello di doversi confrontare con l’esigenza di essere competitivi in quello che fanno, al fine di assicurarsi pane e companatico per domani e anche per i prossimi anni, sia per sé che per gli altri.
Infatti la gran parte delle persone ben raramente deve convivere con questa ansia. Non certo coloro che ci governano e quindi tutto il mondo politico e suo entourage, non certo quelli che lavorano nella pubblica amministrazione e nei servizi pubblici. Pure i dipendenti salariati di imprese che competono nel libero mercato, per la maggior parte, non si pongono il problema dell’essere competitivi. Infatti per costoro vale semplicemente la regola del fare più o meno bene il proprio dovere durante le ore di lavoro nel ruolo ricoperto, poi a casa o comunque da quel momento penso ai fatti miei.
Se a tutti costoro aggiungiamo quelli che non lavorano nella produzione, i giovani che studiano, i pensionati e le persone che non hanno un’occupazione per varie ragioni, scopriamo l’acqua calda. Ovvero che sono pochi quelli che veramente devono sottostare alle regole della competitività e che, sommariamente, sono gli imprenditori dei vari settori economici e un po’ meno il mondo delle libere professioni.
Non stupisce quindi che di competitività si parli poco e spesso con scarsa cognizione di causa.
Se poi chi parla ha questa scarsa o nulla cognizione di causa, spesso pronuncia in merito delle vere e proprie scemenze, convinto però di averla detta giusta perché l’ha sentita da qualche altra parte, l’ha interpretata a suo modo e gli pareva buona.
Se poi anche l’uditorio è allo stesso livello, come nella maggior parte dei casi, ecco che prosperano e si diffondono nella pubblica opinione le idee le più strampalate, le soluzioni ai grandi problemi le più controproducenti, insomma un delirio di proposte in un mare di confusione che alla fine fa prevalere l’interesse di coloro che, dietro le quinte e a piccole dosi, propinano al popolo i provvedimenti di legge di cui si stanno sperimentando gli effetti perversi in questi ultimi tempi anche in Italia.
Ma cos’è la competitività?
La competitività entra in gioco quando ci sono più operatori che forniscono sullo stesso mercato beni, o servizi, o prestazioni in regime di libera concorrenza.
Vince chi è più competitivo, cioè chi fornisce il prodotto della propria impresa al migliore rapporto qualità-prezzo con il miglior servizio per il cliente, insieme ad altri plus, che spesso risultano determinanti quanto quelli citati. Tali plus variano a seconda dei casi e possono essere: la tempestività della fornitura, il fattore estetico, il marchio, l’affidabilità del fornitore, a volte anche il rapporto umano fra le parti, le garanzie offerte, la distanza fisica fra i soggetti, le affinità culturali e linguistiche e altri minori.
Ciò detto bisogna distinguere fra competizione in ambito locale e internazionale, che in quest’ultimo caso avviene fra stati diversi, anche se facenti parte di stesse aree economiche, come la UE.
La competizione locale avviene fra soggetti che tutti operano all’interno di uno stesso stato, o territorio più limitato all’interno di questo, senza intervento di soggetti esteri. E’ il caso di molte aziende piccole e/o medio-grandi che forniscono prodotti e servizi particolari in una certa area geografica più o meno estesa.
Tutte queste aziende hanno in comune una struttura di costi sostanzialmente la stessa, che determina poi il prezzo finale del prodotto o servizio reso. In questo caso le regole della concorrenza sono più o meno uguali per tutti e vince chi riesce in qualche modo ad agire sui vari fattori della competitività prima citati in modo ottimale per i clienti finali che, come si sa, sono ognuno diverso dagli altri e quindi, alla fine, c’è spazio per tutti nel trovare un proprio mercato.
Chi è più bravo prospera più di altri, magari semplicemente guadagnando di più e, fondamentalmente, un’azienda che opera localmente ha solo bisogno di una nazione o di un mercato in crescita economica.
Purtroppo l’Italia da vari anni è in grandi difficoltà sotto questo aspetto. Dopo la crisi internazionale del 2008-2009, di cui molti hanno dimenticato gli effetti nefasti già avuti e che ha sfiancato molte imprese, assistiamo oggi nel nostro paese a una devastante moria e fallimenti di aziende, che non farà che accentuare lo stato di crisi economica nera, che più nera non si può, attualmente in corso nel nostro paese.
Detto questo parliamo di competizione internazionale
Il problema, anche se per molti aspetti è analogo a quello della competizione nazionale, presenta delle differenziazioni sostanziali.
Nella competizione internazionale, ai fattori della competitività anzidetti, si aggiungono quelli legati al sistema paese, alla sua organizzazione nella fornitura dei servizi utili alla propria economia reale, inoltre interviene in modo assolutamente determinante il fattore parità monetaria, ovvero l’exchange rate.
Nei decorsi decenni, il successo economico di varie nazioni si è basato, oltre che sulla ammirevole laboriosità della propria gente, soprattutto sul controllo del proprio tasso di cambio rispetto al USD e, di conseguenza, a tutte le altre valute.
Il Giappone è stato il primo e lo ha applicato in modo mirabile, perché in un tempo relativamente breve è riuscito come paese a creare colossi industriali internazionali in molti settori dell’economia. I marchi giapponesi campeggiano dappertutto nel mondo e mai avrebbero potuto diventare tali se i governanti di quel paese non avessero perseguito una politica di espansione economica rivolta verso l’export come è stato fatto. Lo hanno fatto gestendo in modo arbitrario, finchè è stato loro concesso, l’exchange rate dello YEN rispetto al USD.
Stesso discorso vale per le così dette tigri asiatiche, Taiwan e Korea principalmente, nazioni che sono ancora oggi attentissime a gestire il loro rapporto di cambio con lo USD, al fine di mantenere la loro competitività e soprattutto di consentire ai loro colossi industriali di continuare a espandersi nel mondo.
Ma il leader assoluto in questo genere di manipolazioni valutarie è stato ed è oggi, come ben noto, la CINA.
E’ veramente incredibile come questo fattore non venga ben percepito in occidente, per non dire addirittura non compreso.
Eppure la Cina è un paese da oltre 1.300.000.000 abitanti, dico UN MILIARDO TRECENTOMILA.
Eppure i governanti cinesi ormai a casa loro non fanno mistero delle loro ambizioni, affermando che la Cina diventerà la prima potenza industriale del mondo. Ambizioni che però non esternano nei consensi internazionali perché sanno che ciò scatenerebbe un grave allarme nell’occidente, specie negli USA dove invece ancora si crede che la loro attuale supremazia economica è destinata a durare per sempre.
Eppure è noto che, soprattutto attraverso il dumping valutario, la CINA ha costruito un imponente apparato produttivo manifatturiero, in grado di soddisfare per certi prodotti le esigenze di consumo di gran parte del mondo e non ha alcuna intenzione seria di orientare diversamente la sua economia, ormai drogata dalla smania di conquistare il mercato globale, anche perché è lì finora si sono realizzati i maggiori profitti delle imprese. In Cina si pianificano scientificamente questi processi e lo stato, attraverso i suoi organismi locali, promuove e sostiene ogni iniziativa che va in questa direzione, che sia a breve, a medio o a lungo termine.
Ma vediamo come agisce l’Exchange Rate sul conto economico delle imprese.
E’ necessario per comprendere il processo premettere:
Che con la possibilità di trasferire know-how facilmente da una parte all’altra del globo, , per certi articoli, il produrre in Italia, piuttosto che in Slovakia, o in Cina, o in Vietnam fa poca differenza dal punto di vista della qualità.
Che il trasportare le merci da una parte all’altra del globo è un’attività oggi molto ben organizzata e dai costi il più delle volte ininfluenti sul prezzo finale.
Che sul mercato del consumatore finale, ormai globalizzato, il prezzo di un determinato prodotto è un valore ben determinato e quasi non influenzato dalla provenienza. Insomma i prezzi li fa il mercato. Per esempio attraverso la grande distribuzione organizzata che compra dove le è più conveniente e vende ai prezzi che il mercato in cui è allocato il punto vendita consente con margini a volte enormi.
Insomma, in un mercato globalizzato, alla fine il target price lo fa il produttore che, rispettando i criteri di qualità desiderati, riesce a fare il prezzo migliore con il servizio il linea con le richieste del cliente.
Anzi ormai, sempre più spesso il target price lo detta addirittura l’acquisitore che pretende che un tal bene debba costare non più di tot e fa partire una gara al ribasso per l’aggiudicazione di un contratto in cui vince il miglior offerente.
In una competizione del genere chi ha la possibilità di vincere?
Non certo il produttore che è allocato in un paese con una valuta forte, magari con regole penalizzanti rispetto agli altri, dove i costi della manodopera tradotti nella valuta di riferimento sono proibitivi, dove le infrastrutture a servizio della produzione non sono all’altezza delle necessità.
Vince il produttore che opera in quel paese che gli offre quel mix di fattori della produzione che fanno sì che questi, a parità di capacità fare un prodotto, alla fine dei conti della serva offre il prezzo di vendita migliore, magari conseguendo anche un buon margine di guadagno.
I conti della serva
Andiamo quindi a vedere un po’ come sono i conti della serva in giro per il mondo, altrimenti detto Conto Economico, nell’ipotesi che varie aziende, allocate in paesi diversi, producano lo stesso articolo, con la stessa qualità finale, da proporre allo stesso cliente.
Come quasi tutti sanno il costo di produzione di un certo articolo è essenzialmente costituito da 3 componenti fondamentali:
– Costo delle materie prime e dei componenti per realizzare quel prodotto, che denomineremo “Costo Materie Prime”
– Costo della manodopera diretta e indiretta per produrlo, che denomineremo “Costo del Personale”
– Costo degli altri fattori della produzione (servizi industriali, commerciali, amministrativi, costi finanziari e ammortamenti), da attribuire a quel prodotto e che denomineremo “Altri Costi”
Nella tabella che segue, a mo’ di esempio, vengono elencati i costi in paesi diversi di un articolo che sul mercato è possibile vendere a 100, denominato RICAVO da Vendita. Potrebbe essere un elettrodomestico, un capo di abbigliamento, un mobile, ecc…
| Conto Economico |
Allocazione azienda |
|||
| Italia | Europa Low-cost | Cina | Vietnam | |
| RICAVO da Vendita |
100 |
100 |
100 |
100 |
| Costo delle materie prime e/o dei componenti |
-35 |
-38 |
-20 |
-23 |
| Costo del lavoro |
-40 |
-16 |
-13 |
-8 |
| Altri costi |
-35 |
-25 |
-20 |
-18 |
| Risultato ante imposte |
-10 |
21 |
47 |
51 |
I suddetti numeri ovviamente variano da prodotto a prodotto ma sostanzialmente danno un’idea dell’attuale realtà.
Credo che tutti possano ben comprendere che in questa situazione, per un paese manifatturiero come l’Italia, con i suoi costi agganciati all’EURO, non c’è competizione possibile già oggi in molti settori e in futuro anche in quelli che le sono ancora rimasti. Anzi, produrre in Italia porta dritti al fallimento in un tempo più o meno breve.
Il divario di competitività è talmente enorme che attraverso riforme varie e poco dolorose come si vorrebbe che fossero, tese ad incrementare la produttività/competitività del nostro paese, è impossibile evitare il declino o, per meglio dire, la catastrofe totale del nostro sistema manifatturiero, non molti anni fa molto considerato e temuto in giro per il mondo.
Personalmente ho sempre più il terribile sospetto che questi conti della serva non siano conosciuti dai professori e burocrati che oggi ci governano e tantomeno da gran parte dei politici che ambiscono a dirigere il nostro sventurato paese. Credo che questi conti della serva, dagli anzidetti siano ritenuti propri solo delle aziende che sono rimaste indietro, che non hanno avuto la capacità di reagire alle sollecitazioni del mercato che si evolve e via discorrendo. Discorsi fatti per lo più da gente che mai ha dovuto competere in regime di libero mercato e rischiare qualcosa di proprio, che potrebbe essere sia il proprio passato che il futuro.
Gli imprenditori che ancora credono nell’Italia e vi vogliono investire sono veramente ridotti agli sgoccioli. Prendersela con Marchionne, al di là di tutto il male che si può dire dell’azienda che dirige, perché tergiversa, prende tempo o elude impegni presi è stupido. La realtà è che nessun finanziatore, leggi banca, è oggi disposta a rischiare di finanziare un’impresa che, se investe in Italia, non ha alcuna prospettiva di rientro dagli investimenti e di guadagnare, in questa situazione di competitività del paese.
Tanto per fare un esempio la scorsa settimana, in occasione della chiusura di un contratto di fornitura di un macchinario, destinato a essere installato all’estero e nell’ambito dei discorsi e considerazioni sulla situazione dell’industria italiana, l’imprenditore della ditta venditrice, una di quelle che si dice che ancora va abbastanza bene, mi ha riferito che, su 45 impianti fra grandi e piccoli,venduti nel 2012 solo uno è stato ordinato per essere installato in Italia.
Non è un caso raro ma quasi sempre la norma, se non proprio a questi livelli, per le non molte aziende del Made in Italy che ancora riescono a competere nel mercato internazionale, grazie ai loro prodotti ad alto contenuto di Know-How e di Tecnologia. Prodotti che all’estero sono sì ben apprezzati ma che per essere piazzati devono essere venduti con margini risicati e non certo tali da permettere di continuare a fare ricerca, a investire in nuovi prodotti o a crescere, come dovrebbe fare ogni azienda che vuole avere un futuro nel lungo termine.
I trascorsi dieci anni di moneta unica sono stati gestiti nel nostro paese in maniera scellerata, causa totale incompetenza della nostra classe politica nel suo complesso. Tanto incompetente quanto presuntuosa perché oggi tenta di riproporsi con ricette che nulla potranno apportare al paese se non ulteriori danni perché la perdita di competitività all’interno della UE verso la Germania e collegati è ormai incolmabile. Non parliamo poi di quella con i paesi ex emergenti o ben emersi da tempo.
Purtroppo quelli che ci governano sono degli attori più o meno bravi a gestire in modo più o meno equo la distribuzione della torta, quasi nessuno però sa come si fa a creare questa torta che si trovano fra le mani. Questa fase non è di eccessivo interesse, troppo faticosa, troppo impegnativa, oggi per di più troppo rischiosa. Al punto che, anche quelli che hanno per vocazione la voglia di intraprendere, se la stanno facendo passare e chiudono tutto per sempre oppure se ne vanno da altre parti.

Ma a tutto questo qualcuno ci pensa? Possibile che per restare in qualche modo aggrappati all’EURO si sia disposti a un tale scempio?
Per oggi basta così.
GAOLIN
