ITALIA: Repubblica fondata sul lavoro, sulle tasse e sull’economia del sommerso

La Costituzione Italiana parla chiaro.
« L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. »
Molto bene. Una Repubblica, democratica, fondata sul lavoro. Peccato che di lavoro ce ne sia sempre meno, e molto di questo lavoro sia diventato mal pagato. E spesso poi, per difendere il posto traballante, si accettano compromessi. E l’occupazione passa in un amen da Ufficiale a ”lavoro nero”.
Questo ve lo posso dire con estrema franchezza in quanto diversi lettori mi hanno riferito che soprattutto nel Mezzogiorno, molte aziende hanno “costretto” i dipendenti a rinunciare a buona parte dello stipendio, sostituendolo con una busta parallela in nero. O addirittura, quando le cose sono più drammatiche, il taglio dello stipendio non viene compensato da nessuna integrazione. Il tutto per difendere sempre e comunque il posto di lavoro.
Ovvio, in questo modo si aggira il fisco, ma si tagliano anche i costi. E allora, andiamo a fare due conti, proprio per renderci conto della drammaticità del fenomeno.
Vi pubblicherò un paio di grafici che, come sempre, non devono nemmeno essere commentati.
O meglio, guardateli e commentateli, credo che di cose da dire ce ne siano a bizzeffe.
Grafico 1 – La pressione fiscale italiana: total tax rate

Come potete vedere siamo straordinariamente al di sopra di qualsiasi altro nostro partner. Nel 2012 la pressione fiscale effettiva o legale in Italia, cioè quella che mediamente è sopportata da un euro di prodotto legalmente e totalmente dichiarato, è pari al 55%. Lo indica l’Ufficio studi di Confcommercio, precisando che si tratta di un record mondiale, e che la pressione fiscale apparente è al 45,2%. Il valore della pressione fiscale effettiva, precisa Confcommercio nel rapporto “Una nota sulle determinanti dell’economia sommersa”, «non solo è il più elevato della nostra storia economica recente, ma costituisce un record mondiale assoluto». Questa analisi di Price Waterhouse Cooper è addirittura peggiorativa. Leggetevi il report CLICCANDO QUI.
Befera. «C’è una maggioranza silenziosa che non evade, che sopporta una pressione fiscale del 55% e in qualche caso anche di più». È quanto ha affermato il direttore dell’agenzia delle entrate, Attilio Befera, aggiungendo, nel corso di un convegno alla Confcommercio, che «qualche imprenditore mi ha parlato anche del 70%». Chi paga le tasse «lo fa per il senso del dovere, che è una delle nostre virtù». Quindi, ha proseguito Befera, «per tanti che evadono ci sono tantissimi che non evadono». (…) Il sommerso. «Sotto il profilo aritmetico – si legge nel rapporto – il record mondiale dell’Italia nella pressione fiscale effettiva dipende più dall’elevato livello di sommerso economico che dall’elevato livello delle aliquote legali». L’Italia si classifica ai vertici della classifica internazionale anche per la pressione fiscale apparente, quella data dal rapporto tra gettito e Pil: con il suo 45,2% il nostro Paese è al quinto posto su 35 paesi considerati, dietro a Danimarca (47,4%), Francia (46,3%), Svezia e Belgio (entrambi 45,8%). (Source)
Grafico 2 – Dove si produce il reddito in Italia?

Un bel gap tra Nord, Centro e Sud
Grafico 3 – Unità di lavoratori NON regolari

Questi dati non sono recentissimi ma sono sicuramente molto indicativi.
Grafico 4 – La stima del sommerso in Italia

Ma vogliamo esagerare? E andiamo allora a disturbare direttamente la Banca Mondiale e il suo “In from the Shadow- Integrating Europe’s Informal Labor”
Secondo questo report, la parte della forza lavoro “in nero” appartiene generalmente ad una fascia di età che non supera i 25 anni, è di sesso maschile e con un livello di istruzione minimo. Questi aspetti generali contengono però diverse eccezioni sorprendenti: nei nuovi Paesi membri della UE, ad esempio, la quota maggiore dei lavoratori informali (circa 2/3) ha completato l’istruzione secondaria. In paesi come Belgio, Cipro, Francia, Grecia, Israele, Romania, Russia, Ucraina e Inghilterra, il 20 – 30% possiede un titolo universitario. Nell’Europa del Sud, come in Italia, Spagna e Portogallo, i lavori in nero sono tipicamente manuali e richiedono una bassa specializzazione, ma in paesi come la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Romania e la Slovenia una fetta sostanziale di coloro che sono senza contratto svolgono lavori che non sono necessariamente di bassa manovalanza, bensì richiedono una specializzazione più elevata. La World Bank fa poi notare che dal 2006 al 2009, quando la crescita economica ha cominciato a rallentare, l’economia informale ha subìto un deciso rallentamento, dimostrando come siano proprio i lavoratori in nero ad essere le prime vittime della crisi, perché senza contratto e protezione.


Guardando all’Italia, la maggior parte degli informal workers ha un’istruzione di base. I lavori manuali altamente qualificati e i lavori non manuali con una bassa qualifica sono quelli più interessati dal fenomeno del sommerso. Le prestazioni lavorative non manuali altamente qualificate sono solamente in minima parte irregolari. Secondo le stime Istat del 2008, il peso dell’economia sommersa in Italia è compreso tra il 16,3 per cento e il 17,5 per cento del Pil (nel 2000 era tra 18,2 e 19,1 per cento). L’industria presenta il minor tasso di irregolarità, sono invece l’agricoltura e le costruzioni i settori con la maggiore incidenza di unità di lavoro non regolari. Anche il settore dei servizi è interessato al fenomeno, ma in maniera più rilevante nel commercio, riparazioni, alberghi e ristoranti, trasporti e comunicazioni (18,7 per cento nel 2009).
Come risolvere un fenomeno così altamente diffuso? Le ricette tradizionali sono veramente quelle efficaci? Come dimostrato dalla stessa World Bank la motivazione dei cittadini nel rispettare gli obblighi fiscali è fortemente correlata alla loro fiducia nel sistema statale. Riforme strutturali volte a diminuire l’evasione fiscale sono necessarie, ma potrebbero essere non sufficienti se non accompagnate da misure capaci di migliorare allo stesso tempo la governance, l’accountability (responsabilità) e la trasparenza delle amministrazioni nazionali. Il primo e più importante passo è infatti quello di ricostruire la fiducia dei cittadini in chi li governa. (Source)
Facile a dirsi ma difficile a farsi, anche perchè i dati sull’economia criminale in Italia sono assolutamente da tenere in considerazione.
(ANSA) – VENEZIA, 24 NOV – L’economia criminale in Italia vale 170,5 mld di euro all’anno. Molti soldi che oltre essere creati attraverso una serie di attività illegali spesso viene riversata sul mercato, finendo per inquinarlo e per stravolgerlo. Nello studio di Cgia non entrano reati violenti come le estorsioni e l’usura. Oltre alle distorsioni del mercato,agli effetti sociali devastanti e allo svantaggio competitivo delle aree ‘inquinate’, il danno erariale annuo prodotto dall’economia criminale di 75 mld.
Ora, prendete tutti questi elementi, mescolateli per benino e vi renderete conto della drammatica situazione del mondo del lavoro in Italia. E se arrivasse una rivoluzione? Anche in quel caso, alla fine, cambierebbe qualcosa oppure a quel punto, sarebbe terreno fertile per la malavita che diventerebbe ancora di più potente e influente?
STAY TUNED!
DT