ITALIA: Sommersi dal debito, inquietati dal deleveraging, impoveriti da stipendi e salari inadeguati.
Quale futuro per il consumatore italiano? Come possiamo venirne fuori? Mai come oggi è fondamentale focalizzarci sulla crescita economica, da cui far ripartire la ruota dell’economia.
L’Italia è un paese fondamentalmente ricco. L’italiano medio ha qualche risparmio da parte, una casa di proprietà. Insomma, è messo molto meglio di tanti altri cittadini europei. Questo anche grazie alla politica “spendacciona” degli ultimi decenni che ha creato valore alla media dei cittadini, affogando dall’altra parte il paese dal debito.
Con questo non sto difendendo la vecchia politica. Tutt’altro. Occorre però dire che la matematica non è un opinione. Se la gente si è messa qualcosa da parte è anche perché il paese ha dato molto, forse troppo e il debito pubblico andava a compensare questa ricchezza.
I tempi però stanno cambiando.
E’ giunta l’era del deleveraging. In Italia il deleveraging deve essere essenzialmente sul debito pubblico. In altri paesi invece, il deleveraging dovrà essere sul debito privato. E sempre di debito si parla.
La ricchezza degli italiani è stata stimata da un recente studio pari all’800% del PIL. Una cifra abnorme. Che però pian piano ci stiamo erodendo. E soprattutto sono le classi più deboli, quello che insomma hanno già meno da parte rispetto ad altri, che a causa della crisi si stanno erodendo quel piccolo tesoretto che permetteva loro di andare avanti.
Ma c’è di peggio.
Su tutti i giornali di oggi si parla solo di una cosa: la perdita del potere d’acquisto degli stipendi medi. Segno indiscutibile della perdita di potere del consumatore medio, che diventa così sempre più povero.
MILANO – Divario retribuzioni-prezzi ai massimi da 17 anni e stipendi ai minimi degli ultimi 12. Lo rileva l’Istat nei dati dicembre . A dicembre la forbice tra l’aumento delle retribuzioni contrattuali orarie (+1,4%) e il livello d’inflazione (+3,3%), su base annua, ha toccato una differenza pari a 1,9 punti percentuali: si tratta del divario più alto dall’agosto del 1995. Le retribuzioni contrattuali orarie a dicembre restano ferme su novembre mentre aumentano dell’1,4% su base annua, dice ancora l’Istat aggiungendo che il valore tendenziale è il più basso dal marzo del 1999. (Corsera)
ROMA: Frenano i salari, crescono i prezzi, e l’Italia sembra essere tornata a metà degli anni ’90, agli albori della seconda repubblica, quando l’euro non era ancora moneta e si spendevano le lire. La crescita dei salari – rivela infatti l’Istat – ha toccato i livelli più bassi da dodici anni e il divario con il costo della vita si è allargato sempre di più, portando il Paese indietro di ben sedici anni. (La Stampa)
Nel 2011 l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è cresciuto dell’1,8% rispetto all’anno precedente. Lo rende noto l’Istat. A dicembre l’indice ha registrato una variazione nulla rispetto a novembre e un incremento dell’1,4% rispetto a dicembre 2010.
Con riferimento ai principali macrosettori, rileva Istat, a dicembre leretribuzioni orarie contrattuali registrano un incremento tendenziale del 2% per i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione. I settori che a dicembre presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi e attività dei vigili del fuoco (per entrambi +3,1%). (il Sole24ore)
E potrei continuare per ore. Ma il messaggio è chiaro. L’italiano si sta impoverendo sempre di più, e la conseguenza diretta del deterioramento dei guadagni e del rincaro del costo della vita è la perdita del potere d’acquisto, ed è proprio per questa strada che avanza la povertà.
Ma non è solo l’ISTAT a certificare questi dati. Altrettanto ha fatto la Banca d’Italia. Quindi sono dati che definirei molto certi. E se chiedo a voi, lettori, credo che confermerete.
La crisi ha frenato la produzione, l’economia e indirettamente ha portato a un raffreddamento dell’attività contrattuale che ha impedito molti rinnovi, congelando le buste paga in un momento in cui l’inflazione ha ripreso a galoppare, spinta dal rincaro del prodotti energetici e dell’incremento della pressione fiscale (NOTA BENE, parliamo quindi di un’inflazione NON core).
Dai consumatori arrivano commenti preoccupati: secondo l’Osservatorio di Federconsumatori, per una famiglia media monoreddito che percepisce 1.500 euro al mese il calo del potere di acquisto è pari a 342 euro l’anno. Sulla stessa linea il Codacons, che lamenta come «i salari non siano stati salvaguardati dai rincari». Ai dati dell’Istat reagiscono anche i sindacati, con il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, che per far ripartire le buste paga propone «un patto sociale per la crescita, il lavoro e l’equità». In allarme anche l’Ugl: per il segretario generale Giovanni Centrella «L’Italia senza ceto medio non ce la può fare». (La Stampa)
Tutto drammaticamente vero.
Crisi, rallentamento economico. A cui però va a sommarsi il clima di austerity e di deleveraging di cui parlavo prima. Un deleveraging che sarebbe teoricamente inopportuno in un momento di crisi, ma che ci è imposto dall’Unione Europea.
Se poi aggiungiamo che il deleveraging dovrà essere devastante per l’Italia (5% di recupero del ratio Debito pubblico/PIL all’anno per 20 anni, al fine di riportare la percentuale al livello target del 60%) capite perché l’Italia punta tutto su un’alleggerimento di questi obblighi. Altrimenti, molto semplicemente saremo soffocati.
Soffocati da deleveraging, crisi e crollo del potere d’acquisto e stipendi sempre più bassi. Un circolo vizioso che rischia di diventare devastante, senza via d’uscita.
Eccovi il grafico che spiega rapidamente il crollo delle retribuzioni orarie. E’ dal 1995 che il divario tra stipendi ed aumento prezzi non diventava così grande.
Alla fine di dicembre 2011 i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica corrispondono al 68,6% degli occupati dipendenti e al 63,1% del monte retributivo osservato.
Nel mese di dicembre l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie registra una variazione nulla rispetto al mese precedente e un incremento dell’1,4% rispetto a dicembre 2010. Nella media del 2011 la retribuzione è cresciuta dell’1,8% rispetto all’anno precedente.
Con riferimento ai principali macrosettori, a dicembre le retribuzioni orarie contrattuali registrano un incremento tendenziale del 2,0% per i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione.
I settori che a dicembre presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi e attività dei vigili del fuoco (per entrambi +3,1%). Per tutti i comparti della pubblica amministrazione, a eccezione dei vigili del fuoco, come pure per quello del credito e assicurazione si registrano, invece, variazioni nulle.
Nel mese di dicembre, per l’insieme dei contratti monitorati dall’indagine, non è stato ratificato alcun accordo.
Alla fine di dicembre la quota dei dipendenti in attesa di rinnovo è del 31,4% nel totale dell’economia e del 10,7% nel settore privato. L’attesa del rinnovo per i lavoratori con il contratto scaduto è, in media, di 24,9 mesi nel totale e di 27,6 mesi nell’insieme dei settori privati. (ISTAT)
La domanda è solo una. Tenuto conto che la crescita, ora ancor di più, è la vera grande priorità, ma riusciremo mai a venirne fuori?
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DT
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