Ma questa è vera bolla speculativa?
In queste giornate, dove ho cercato un po’ di relax, mi è capitato spesso di imbattermi in articoli di giornale e siti internet dove si parla, ovviamente, di economia e nella fattispecie di mercati finanziari gonfiati. Si, gonfiati dalle banche centrali (sai che novità!) e che quindi sono in bolla speculativa.
All’armi, all’armi! Si salvi chi può! Siamo in bolla e quindi vendere tutto e stare liquidi!
E per i più aggressivi, utilizzare in modo dinamico la leva finanziaria per speculare sul ribasso! In realtà, se così fosse, la maggior parte degli speculatori ribassisti si sarebbe già polverizzata non solo il patrimonio ma anche molto di più, visto che il mercato è dato “in bolla” da diversi mesi ormai. E quindi…è giusto parlare di “bolla speculativa”? Oppure meglio lasciar perdere e dedicarsi al problema deforestazione dell’Amazzonia?
Chi segue il blog, avrà avuto modo di leggere infinite volte una frase dove io dico di “seguire la tendenza, nella consapevolezza di cosa sta accadendo”. E credo che questo sia il miglior consiglio che si possa dare, oggi, ad un risparmiatore visto che NESSUNO e ripeto NESSUNO può dire con certezza quando e quanto correggerà il mercato. Perché prima o poi, è palese, la correzione arriverà ma come e quando, al momento, lo si ignora viste le innumerevoli criticità che potrebbero intervenire.
L’importanza della massa nella gestione della bolla speculativa
Come ben sapete, c’è un detto che “stimola” ed incita la strategia “contrarian”. Infatti spesso si dice che la “massa ha sempre torto”. Ma è veramente così? In realtà no, anche perché è fondamentale che l’intervento della massa sia deciso e convinto, in quanto senza l’afflusso di capitali dai privati risparmiatori è difficile generae delle bolle. Inoltre, se ragionate un attimo, molte situazioni apparentemente di “bolla speculativa” hanno poi generato generosi ritorni economici. Il mercato immobiliare nella vicina (a me ) Liguria trenta anni fa, o ancora la Costa Azzurra, oppure il mercato dell’oro cartaceo fino a due anni fa, e si potrebbe ancora continuare, fino ad arrivare ovviamente alle borse dei giorni nostri, che continuano a salire e a generare su base annua, ormai da anni, performance a doppia cifra.
Dove però la massa è sicuramente “perdente” quando il mercato arriva agli estremi, ovvero ai fatidici picchi, dove tutti, anche il risparmiatore meno avveduto, corre in banca a comprare azioni “Canistracci Oil” (cit. Pozzettiana) solo perché fa figo, o perché è di moda o ancora perché quel tipo in TV ne parlava bene. Questo, dal punto teorico non fa una grinza. Il problema è capire il “timing”. Ovvero, come “centrare” il momento e definirlo “estremo”?
Gli indicatori aiutano ma NON risolvono
Gli analisti tecnici (e non solo…) si sono sbizzarriti negli anni alla ricerca dell’ strumento che potesse anticipare in modo soddisfacente l’inversione di tendenza. Dopo tanti test possiamo dire che tutto è decisamente relativo. Un esempio su tutti è il VIX.
(…) L’assenza di volatilità creata ad arte dalle banche centrali è però una sorta di «paradiso artificiale» e agisce forse in modo più subdolo sugli investitori, professionali e non, che rischiano di essere pericolosamente assuefatti a questo nuovo Eldorado: si muovono quasi in automatico accodandosi al flusso e, cosa ancora peggiore, sottostimano i rischi a cui vanno incontro perché tendono a rimuovere il ricordo delle pur recenti tempeste e degli eventi ritenuti (a torto, ora come allora) altamente improbabili che le hanno generate. La «compiacenza» (traduzione poco efficace del termine anglosassone «complacency») è uno dei principali avversari da cui ci si deve guardare, così come quello di aver reso più pigri e selettivi investori e gestori potrebbe alla lunga rivelarsi un errore assai grave per le Banche centrali. (IS24H)
Vix ai minimi, percezione del rischio minima. Per certi versi è segnale long nel breve ma…attenzione, testimonia un eccesso di confidenza che potrebbe scatenare il putiferio. Ma quando? Nessuno può dirlo. E come il VIX, anche il Put Call Ratio lancia segnali ma non può certificare l’inizio della correzione. Scrivevo qualche settimana fa…
Come detto , il VIX è ipercompresso. Una volatilità cosi bassa è segno di massima fiducia e di minima percezione di rischio. Per certi versi, quindi, avere un VIX che ormai viaggia in area 10 è molto positivo. Ma attenzione. Quando la situazione si estremizza, significa che qualcosa non va. Vedi qui le 3 volatilità. Oggi invece riprendiamo un vecchio indicatore che spesso rispolveriamo quando rtaggiunge dei livelli estremi: il CBOE Put Call ratio. E’ uno degli indicatori di mercato più affidabili per poter valutare le fasi “estreme” di mercato, analizzando non un indicatore tecnico statistico matematico, ma un valore reale: i volumi delle opzioni put e call sullo SP 500. Si fa la divisione aritmetica tra il volume delle put (ribassiste) ed il volume delle call (rialziste) trattate al Cboe di Chicago. Quando la paura è molto alta tra gli operatori di opzioni significa che si è in una fase di “rischio panico”o RISK OFF. Questo momento si vede quando il put call ratio arriva in area 1. Viceversa quando invece il CBOE Put Call Ratio va verso lo ZERO significa che il mercato è tutto rialzista e la fiducia è massima. (Source)
Oltre a VIX e CBOE Put Call Ratio, poi, ci sono tanti indicatori tecnici (specialmente su base weekly) che vengono utilizzati ma…chi può dare certezze?) Nessuno… E allora cosa bisogna fare?
In questi giorni ho avuto modo di leggere il sempre brillante Liuk, collega sul sito PianoInclinato.it, che ha scritto un post proprio sull’argomento (che vi consiglio di leggere) dove concludeva dicendo…
In definitiva, non esiste un metodo appropriato e certo per identificare una bolla speculativa e quindi la crisi che ne segue. Questo lo dico da investitore, non da blogger/reporter/economista: chi scrive dell’arrivo delle bolle e di crisi anni o decenni prima non ha alcuna percezione di quanto sia inutile la sua indicazione. Ciò perché chi deve prendere delle decisioni nel continuo -investitori o policy makers- non può considerare solo l’evento estremo, ma tutti i possibili eventi in funzione di un set informativo a disposizione. Insomma, non si può e non si deve lasciare al caso: la scelta per quanto incerta, deve essere consapevole. (PianoInclinato)
Ecco fatto, detto tutto. Impossibile trovare la formula chimica giusta, proprio perché i mercati col tempo si evolvono, cambiano le variabili e le criticità che possono influire sui trends. E quindi….siamo “fottuti”? In realtà no. L’ho accennato in apertura di post e lo ha ricordato anche Liuk. La consapevolezza. Sapere in cosa stiamo vivendo e quindi essere pronti. Resta però il problema di base, ovvero COME capire quanto arriva il “turning point”.
I vecchi metodi della nonna e Barton Biggs
Se mi mettessi di impegno coi migliori trader del’universo e generassimo un nuovo indicatore per “centrare” il punto di inversione tramite un algoritmo complicatissimo, sarebbe una missione di sicuro insuccesso, anche perché come è noto, ci sono degli elementi correttori (banche centrali) che possono influire in modo deterrminante. Mi permetto però in questa sede di segnalarvi quelli che io chiamo “i segnali della nonna” proprio perché talmente banali che spesso però vengono dimenticati. E restano, secondo me, i migliori anche in questo determinato momento storico. Tanti anni fa lessi su Newsweek un articolo su Barton Biggs, noto gestore di fondi hedge, il quale parlava della difficoltà di esistenza del gestore “CONTRARIAN”: Lui stesso voleva esserlo ma quasi non ci riusciva, in quanto si sentiva trascinato dal mercato:
Equity markets around the world are flirting coquettishly with new highs, but this old head and a lot of younger, hairier skulls are puzzled by the sentiment of the aggressive big money. We all pay a lot of attention to this sentiment, because as contrarians, we believe that a strong consensus of investors is almost always wrong. (…) My own bullish view is supported by the fundamentals—stock valuations everywhere are reasonable, particularly compared with inflation and interest rates. Corporate profits, both in the United States and elsewhere, are still healthy, and the supply of equities is shrinking as companies buy back stock and the private-equity funds continue to feast. The amount of equities outstanding is actually shrinking almost 5 percent a year at a time when China and many other developing countries are creating huge reserve funds to buy stocks. Some of the investors I chatter with are bearish. They rant and rave about worse-case scenarios: inflation soaring, interest rates rising, the U.S. housing-market bubble bursting, and a horrible financial accident related to the derivatives overhang. But the majority are either cautious, or bullish. That makes me nervous. (…) It’s reassuring that the crowd is “bewitched, bothered and bewildered.” I guess this makes me a contra contrarian—confused by sentiment, but still bullish. (Newsweek)
Era il 5 maggio 2007. Poi si sa cosa arrivo con Lehman brothers. Il personaggio mi incuriosì un po’, cercai su internet qualcosina e trovai proprio quelli che il qui chiamo “della nonna” e che lui, Biggs, chiamava “reverse indicator” o indicatori al rovescio. (“Chiamava” in quanto Biggs è mancato nel 2012). Banali ma non per questo da sottovalutare. Ve li sintetizzo in questi punti:
1) MEDIA: i mezzi di comunicazione di massa rappresentano uno dei reverse indicator principali. Vivono sul passato, lo enfatizzano e lo esaltano. E sulla notizia (passata) gonfiano storie spesso grottesche e fuorvianti. Ricordate: quando sui giornali si vedono foto di trader in festa oppure, diceva Biggs, quando sul Time viene sbattuto in prima pagina il Tori di Wall Street, allora bisogna stare all’erta.
2) GURU: nulla da dire su quei personaggi che io stesso seguo e stimo. Qui si tratta dei nuovi guru, magari gestori che hanno azzeccato un trend o gestiscono un fondo settoriale particolare. Vengono presentati come “Dio sulla terra” mentre invece sono poi dei comuni mortali che hanno avuto attimi più fortunati. Con un trend che potrebbe girare in modo ancora più violento rispetto ad altri. Ma attenzione, in linea di massima occhio a chiunque sputa sentenze certe sui mercati. La storia è piena di soggetti che hanno sparato a zero, poi ovviamente qualcuno ci prende. Questo qualcuno verrà idolatrato per un po’ e poi… al primo errore, subirà un downgrading tornando ad essere un comune mortale. Tornando al punto iniziale, è ovvio che più ci troviamo a contatto con nuovi fenomeni “Guru”, più il mercato è a rischio di “bolla speculativa”.
3) DENARO FACILE: se viene proposto un investimento con una serie di motivazioni che, malgrado la complessità dell’operazione, garantisce un guadagno praticamente sicuro, allora vuol dire che qualcosa non funziona. I “pasti gratis” non sono così normali sui mercati finanziari. E quella vendita si basa, come detto, su dinamiche passate che, per una serie enorme di motivi, non potranno ripetersi.
4) LA GENTE COMUNE: guardiamoci intorno. Quando di fianco a noi, tutti sono diventati gestori, trader ed investitori di successo, facciamoci qualche domanda…
Come vedete, è decisamente difficile sia poter dire quando il mercato è in vera bolla, ed è ancora più difficile capire quando e se la bolla scoppierà. Tutti i discorsi vincenti si potranno solo fare a posteriori. A noi cosa resat? La consapevolezza. La consapevolezza di essere in un mercato “particolare” di cui parlo tutti i giorni. E poi del doman non v’è certezza. Intanto però…occhio…
STAY TUNED!
