Mercati & politica
I mercati permangono in una fase di grande incertezza e questo lo si desume da divergenze e comportamenti significativi. Innanzitutto il QE3. Con la prima e seconda manovra di quantitative easing della FED (QE1 e QE2) i mercati hanno sempre reagito positivamente (risk on). Il 13 settembre scorso è stato varato il QE3 e da quel giorno i rally azionari in corso si sono arrestati entrando in una fase di lateralizzazione per circa un mese a cui è seguita poi una fase ribassista significativa. Durante questa correzione il quadro intermarket è stato coerente. Dal 16 novembre, giorno in cui sono cominciate ad arrivare dichiarazioni istituzionali sulla volontà politica di impedire che gli USA possano entrare in recessione (fiscal cliff) con la reintroduzione automatica dal primo gennaio 2013 di un vecchio sistema impositivo penalizzante, l’azionario ha ripreso a salire con decisione, soprattutto Dax e Eurostoxx che settimana scorsa hanno fatto nuovi massimi annuali. Invece Wall Street (vedi ad es. SP500, DJ e Nasdaq) rimane ancora in correzione di medio periodo non avendo ancora superato i massimi di settembre e mostra una “forza” (momentum) ridotta e quindi insufficiente per rappresentare un chiaro scenario rialzista almeno di medio periodo. Solo la seduta di ieri ha riacceso le speranze per un allungo più duraturo con ritorno di SP500 sopra 1440 già da oggi.
Settimana scorsa la FED ha annunciato un forte ampliamento del QE3, passando dall’acquisto di 40 miliardi di titoli/mese a 85 miliardi e vincolando questa manovra al livello di disoccupazione e inflazione. Di fronte a questo intervento Wall Street avrebbe dovuto schizzare verso l’alto e invece l’apprezzamento è durato solo qualche ora e poi i listini hanno fatto tre chiusure consecutive in rosso. E’ evidente che la trattativa politica in materia fiscale è il market mover dominante e finchè non si conoscerà quale nuova disciplina entrerà in vigore col nuovo anno i grandi investitori si tolgono prudentemente dall’azionario e parcheggiano i capitali sui bond rifugio (bund e treasury).
Altra divergenza è riscontrabile fra Eurostoxx50/Dax e rendimento del Bund: l primi sono oggettivamente bullish con massimi annuali freschi di giornata mentre il secondo resta tuttora incanalato in un downtrend di breve periodo e questa è una discrepanza che deve assolutamente mettere in guardia l’investitore. Per avere risk on è necessario che i rendimenti tornino a salire ovvero che i capitali lascino gli asset rifugio per essere riconvogliati sugli asset volatili.
Altra divergenza intermarket con la crescita azionaria europea è la cronica debolezza delle materie prime praticamente in tutti i comparti ma con maggiore evidenza per i preziosi, infatti l’oro fatica a restare sopra 1700.
A complicare il quadro intermarket interviene anche il deciso indebolimento del dollaro USA avvenuto settimana scorsa e in particolare venerdì sera che ha portato il cross EURUSD sui massimi di periodo in area 1,3180 bissato ieri con un nuovo max a 1,3206. Questo movimento è tipico dei mercati “positivi” e farebbe pensare all’avvento imminente di un risk on generalizzato ma senza la conferma derivante dal rialzo delle materie prime e dei rendimenti del bund tutto resta incerto e il rialzo dell’azionario europeo non può essere ancora considerato strutturale tant’è che il ns ptf Azionario Italia è stato creato solo il 19 novembre e prevede interventi di hedging e/o liquidazioni radicali in caso di sentiment negativo.
Altro aspetto che denota ulteriormente l’attuale incertezza è la parziale decorrelazione dei prezzi/rendimenti fra titoli tedeschi (bund) e USA (treasury) molto evidente fino a venerdì scorso e solo parzialmente attenuata ieri e dai prezzi di oggi. I primi hanno continuato ad essere ben comprati mentre sui treasury si è notato un aumento delle vendite fin da mercoledì scorso.
Impossibile dare un’interpretazione univoca a questo scenario.
Potremmo ad esempio leggere i movimenti di USD e treasury come l’ennesimo falso segnale e dare grande importanza alle divergenze fra azionario europeo e bund, e fra bund e treasury. E quindi, a voler vedere il bicchiere mezzo vuoto, i rialzi di Dax e Eurostoxx possono essere benissimo considerati come “forzature” destinate a sgonfiarsi anche pesantemente e magari rapidamente. Un po’ come è successo recentemente ai prezzi del nostro BTP decennale.
La forza del Dax e Eurostoxx deriva non tanto dalla congiuntura economica, che è nettamente negativa, quanto dal consistente calo del rischio Europa grazie anche al recentissimo accordo sul controllo del sistema bancario che rappresenta un evento di grandissima importanza e che sarà sicuramente elemento di maggiore stabilizzazione dei mercati finanziari.
Se però nemmeno l’ampliamento del QE3 ha convinto i grandi investitori/speculatori a gettarsi con convinzione sull’azionario non possiamo altro che attendere le decisioni della politica. Mai come in questi ultimi tre anni i mercati sono stati condizionati dalla politica, sia nazionale che europea e americana. Attendiamo di sapere quale soluzione verrà trovata per evitare negli USA il fiscal cliff e solo allora potremmo avere un’idea più chiara per l’asset allocation 2013.
In caso di delusione o di incertezza sulla portata della nuova disciplina fiscale USA i mercati resteranno negativi o nervosi e quindi in via generale è assolutamente sconsigliabile investire in asset volatili come azionario e commodity. Con questa prospettiva i grossi capitali si riverseranno ancora sui bond di tutti i tipi e il cross EURUSD dovrebbe tornare a scendere malgrado le consistenti iniezioni di nuovi dollari stampati dalla FED. L’azionario di conseguenza permarrà in una fase correttiva di lungo periodo anche con ampi movimenti in su e giù e sarà richiesta una forte dinamicità ai gestori dei portafogli azionari per cui, chi avesse soldi nei fondi pensione impegnati nell’azionario (avete notato che bei nomi hanno? tutti evocativi di sicurezza e guadagni certi…) farebbe bene a switchare in altri lidi e ricordarsi che il beneficio fiscale della detraibilità e dell’integrazione datoriale è carota che nasconde il bastone dell’opacità gestionale e in alcuni casi della malagestione tout court. L’investitore previdente farebbe anche bene a mettere in discussione il concetto – fatto passare dall’industria dei fondi pensione come “logico e di buon senso” – che quando si è “giovani” è “giusto” investire nei fondi a componente azionaria (cioè più anni ti mancano all’età pensionabile e maggiori probabilità hai di compensare/dimenticare le fregature che ti regaleranno i gestori) mentre quando ci si avvicina alla fine del periodo contributivo allora bisogna restare “calmi e non prendersi rischi” e passare a fondi senza azioni alla luce del sole. Ma se in pancia ci sono altri fondi azionari, allora secondo l’emittente e/o distributore il fondo dei fondi va ancora bene per l’investitore “prudente” prossimo alla pensione. Avete idea delle schifezze potenziali che un fondo può combinare investendo in altri fondi dello stesso emittente o anche di altri emittenti?
Nel caso invece in cui i mercati non considereranno “recessivo” il nuovo sistema di tassazione USA allora l’azionario dovrebbe riprendere a salire con forza con primo target i massimi 2007 e gli investitori dovrebbero ottenere buone performance fermo restando che la passività del cassettista è comunque un comportamento da evitare perchè perdente a priori.
L’Italia è condizionata oltre che dal contesto generale anche da eventi specifici. I mercati internazionali non sono assolutamente preoccupati in questo momento storico dall’aumento della nostra disoccupazione, dal calo dei consumi e da eventuali disordini sociali. Si vuole unicamente che l’Italia rispetti il fiscal compact, che il rapporto debito/pil migliori, che ci sia pareggio di bilancio e che i conti pubblici siano di fatto sotto il controllo europeo. I mercati sono cinici.
Dobbiamo pertanto accettare il fatto che l’Italia è sostanzialmente in fase di pre-commissariamento e che i nuovi governi dovranno governare sulla base degli impegni già sottoscritti formalmente con l’Europa. Ogni deriva del futuro modus operandi governativo da questi obiettivi sarà pesantemente evidenziata dalla finanza internazionale con l’aumento dei prezzi dei CDS (derivati che misurano il rischio) e dei rendimenti dei BTP. E ora che tutti noi siamo stati condizionati dal termine “spread” è molto più facile comunicare attraverso i mass media come i mercati valuteranno i comportamenti della nostra politica. Non importa se l’80% di chi legge giornali o ascolta i tg non sa cos’è lo spread (sottrazione aritmetica), non conosce i parametri di questa sottrazione (rendimenti del bund e btp decennali) e non arriva a capire che se lo spread sale o scende non è detto che sia “colpa o merito” dell’Italia. Da un punto di vista “fondamentale” è più corretto il 5% lordo a 10 anni italiano (rendimento reale positivo ma non di tanto) o l’1,4% tedesco (rend. reale negativo per 10anni)? Perchè devo valutare lo spread (che francamente mi ha anche polverizzato i neuroni) e non i SINGOLI rendimenti-Paese? perchè l’imprenditore tedesco ottiene credito al 4% e l’imprenditore italiano senza agganci con la politica (o non iscritto alla Compagnia delle Opere o ad altre lobby) il credito non lo ottiene proprio oppure lo strapaga? Perchè in Italia non abbiamo una politica che dica chiaramente e ripetutamente che se lo spread è alto potrebbe anche essere per colpa dei tedeschi e che nell’Unione Monetaria i rendimenti dei decennali DEVONO assolutamente oscillare entro un minimo e un massimo come nel vetusto serpentone monetario di decenni fa? forse perchè le ruberie compiute dalla casta in mille modi diversi anche nel pieno rispetto di leggi e regolamenti di Camera e Senato (ovviamente creati ad hoc) consigliano di non esporsi assolutamente su questo fronte? e Monti che per nostra fortuna è un “tecnico” (eufemismo per indicare che è un onesto) ce lo vogliamo chiedere chi rappresenta e perchè dovrebbe governare l’Italia? chi trae beneficio dalla disoccupazione e dall’impoverimento dei ceti medio-bassi?
L’imponente campagna mediatica sullo spread programmata e messa in atto da due anni circa aveva un altro obiettivo: non informare ma condizionare. Un’informazione corretta avrebbe anche dovuto evidenziare l’enorme vantaggio competitivo che l’economia tedesca gode anche sul fronte creditizio. Ve l’immaginate se questa informazione “corretta” ci venisse somministrata GIORNALMENTE così come avviene per lo “spread”?
Chapeau! (sic).
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