Sentenza SHOCK della Corte di Cassazione. Si privilegia la performance a scapito del rischio

27 Maggio 2014 11:24

Le gestione del rischio finanziario nel portafoglio del cliente è una peculiarità che, nel tempo, acquisterà sempre più importanza. In un periodo dove i tassi delle obbligazioni sono ai minimi, generare rendimento è sicuramente cosa difficile se NON caricando il dossier del cliente con prodotto finanziari più rischiosi che, spesso e volentieri, non sono giustificabili per il modesto premio al rischio.

La stessa normativa tende a tutelare soprattutto il cliente dal punto di vista della rischiosità. La MIFID prevede infatti i ben noti questionari che servono per collocare il risparmiatore in una profilatura ben definita.
Nella storia, infatti, sono numerose le cause che hanno visto la condanna di banche in cui non è stato rispettato il profilo del cliente e la relativa propensione al rischio.
Cause dove, per farla breve, il cliente ci ha rimesso dei soldi a causa di investimenti troppo aggressivi e non in linea con il suo profilo.
Ma state pur certi che, se il cliente guadagnava, non viene a fare alcuna causa…
Comunque sia, risulta chiaro il fatto che la legge tende a tutelare (giustamente) non il rendimento ma il rischio.
Questo fino a poco tempo fa.
Poi, ecco la sentenza che…cambia tutto, ma proprio tutto, e che mette in dubbio qualsiasi logica.(CLICCATE QUI SOTTO PER LEGGERE TUTTA LA SENTENZA)

CORTE DI CASSAZIONE: SENTENZA N. 4393 DEL 24 FEBBRAIO 2014

La Corte ha affermato che la banca è tenuta al risarcimento del danno, per violazione del dovere di diligenza nella gestione del patrimonio mobiliare dell’investitore, allorché abbia tenuto una condotta eccessivamente prudente nelle scelte attuate (nella specie, per avere ridotto la quota azionaria dell’investimento ben al di sotto del limite massimo pattuito) conseguendo così una redditività inferiore, a nulla rilevando che, grazie alla gestione degli anni precedenti, il cliente avesse conseguito idonei guadagni.

Vi spiego rapidamente come sono andati i fatti. I signori BC e AR, clienti della BPV, decidono di sottoscrivere una gestione patrimoniale diversi anni fa (anni ’90). La classica 70-30, dove il gestore può arrivare a tenere in portafoglio fino al 30% di azioni.
Ad un certo punto, il gestore prevede un incremento di volatilità sui mercati finanziari e di conseguenza diminuisce il peso dell’equity. Ne consegue che la gestione va a collocarsi con una componente di rischio inferiore rispetto al benchmark di riferimento.
La previsione del gestore risulta però errata, in quanto il mercato continua a salire e con esso le borse.
Il cliente, a quel punto, va in banca facendo notare che la gestione ha sottoperformato il benchmark a causa della eccessiva prudenza.

Morale: il cliente fa causa per mancato guadagno e alla fine la Corte di Cassazione gli dà ragione.

E’ questo secondo me l’elemento rivoluzionario: la legge tutela il mancato guadagno tralasciando la gestione del rischio, o se preferite mettendo questa peculiarità che io ritengo fondamentale in secondo piano.
E la domanda che mi pongo è la seguente: ma a questo punto a cosa serve la consulenza? A cosa serve la gestione del rischio quando ormai qualsiasi cosa accade, la legge può farti la pelle?
Non conviene mettersi a benchmark come vuole la profilatura del cliente con una gestione passiva, rendendo inattaccabile la gestione della banca? Il cliente avrà certamente una qualità del servizio inferiore ma almeno non comporta grane per l’intermediario.

Aspetto con interesse le vostre elucubrazioni.
Il rischio di tarpare le ali alla consulenza è secondo me concreto. E sia ben chiaro, intendo una consulenza che sia di qualità, indipendente ed ispirata dalla famigerata diligenza del buon padre di famiglia.

STAY TUNED!

Danilo DT

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