SP500 e il bluff dei buyback: cosa succede se l’AI brucia tutta la cassa?

9 Febbraio 2026 13:51

L’illusione del moto perpetuo finanziario è uno dei trucchi più vecchi del mondo, ma raramente è stata messa in scena con la sfacciataggine degli ultimi anni. Guarda quel grafico. È una danza sincronizzata, quasi ipnotica: la linea arancione dei buyback e quella azzurra del mercato si muovono come se fossero legate da un filo invisibile. Ma quel filo non è magia, è pura ingegneria finanziaria, e oggi sta rischiando di spezzarsi sotto il peso di una nuova, costosissima ossessione: l’Intelligenza Artificiale.

La droga dei buyback: quando il mercato si morde la coda

Diciamocelo chiaramente: per anni abbiamo assistito a un gigantesco gioco di prestigio. Le aziende, specialmente le cosiddette Magnificent 7, hanno usato fiumi di liquidità non per costruire nuove fabbriche o migliorare i prodotti, ma per ricomprare le proprie azioni. Il risultato? Meno titoli in circolazione, un utile per azione artificialmente gonfiato e prezzi che schizzano verso l’alto. È come se un gatto decidesse di nutrirsi mangiandosi la coda, convincendo tutti di stare crescendo perché il suo peso corporeo (per ora) rimane stabile.

Ma mentre il “parco buoi” festeggiava ogni nuovo record dello Standard & Poor’s 500, qualcosa è cambiato. Le ultime chiusure di mercato e i dati macro di inizio 2026 ci sussurrano una verità scomoda: la festa del riacquisto sta finendo. Nel 2025 abbiamo toccato il record di 1,1 trilioni di dollari in buyback, ma l’aria sta diventando rarefatta. Perché? Perché ora i giganti del tech hanno trovato un nuovo modo, decisamente più vorace, per bruciare cassa.

L’idrovora dell’AI: addio cedole, benvenuti chip

Mentre leggete queste righe, i bilanci di Microsoft, Meta e Alphabet sono sotto assedio. Non da parte della concorrenza, ma dai loro stessi investimenti in conto capitale (Capex). L’intelligenza artificiale non è solo un algoritmo; è un’idrovora che divora miliardi in data center, energia e chip Nvidia. Nel 2025, la spesa per infrastrutture AI è esplosa, e la domanda che nessuno vuole porsi a voce alta è: se i soldi servono per nutrire i server, quanti ne rimangono per sostenere le quotazioni in borsa tramite i riacquisti?

Se guardiamo alle altre asset class, i segnali di nervosismo sono evidenti. Mentre le azioni galleggiano su una fiducia che puzza di inerzia, il mercato dei bond sta già prezzando uno scenario diverso.

I rendimenti obbligazionari riflettono l’incertezza su una crescita che, senza il “doping” dei buyback, potrebbe rivelarsi molto più anemica del previsto.

Le valute, dal canto loro, osservano il dollaro farsi scudo della sua egemonia, ma per quanto tempo potrà durare se la redditività reale delle aziende inizia a scricchiolare sotto il peso di investimenti che potrebbero non dare frutti per anni?

Il bivio del risparmiatore: protezione o cieca speranza?

Quindi, che succede se viene meno il paracadute? Se le Magnificent 7 smettono di sostenere i propri prezzi perché devono pagare la bolletta dell’energia per i loro supercomputer, chi comprerà i titoli a questi multipli? Il mercato è come un elastico tirato al massimo: finché c’è tensione, sembra che possa reggere tutto, ma quando la forza che lo tira viene meno, il ritorno verso la realtà può essere doloroso.

Non voglio fare il corvo, ma la psicologia dei mercati ci insegna che l’euforia è l’ultima a morire. Il risparmiatore che deve proteggere il proprio patrimonio oggi non può più permettersi la banalità di pensare che “tanto la borsa sale sempre”. È tempo di guardare oltre la linea azzurra del grafico e chiedersi se siamo disposti a scommettere tutto su aziende che stanno trasformando i loro bilanci da “asset-light” a pesantissime fabbriche di silicio. Qualità e rotazione settoriale, almeno quello!

La borsa ha vissuto di rendita su un trucco contabile per un decennio. Il rischio che ci sarà chi resterà col cerino in mano non è così remoto.

STAY TUNED!

Danilo DT

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