SPECIAL REPORT: Il disastroso successo dell’EURO (Ultima parte)

Pubblicato 22 Febbraio 2013 Aggiornato 7 Agosto 2014 10:59

Ecco perchè l’Italia è finita in un inferno da cui non potrà più uscire

All’indirizzo EURO I, EURO II, ed EURO III i lettori di I&M potranno leggersi le prime tre parti di questo complesso e lungo post, dedicato all’analisi del “successo” dell’EURO, secondo una visione prettamente imprenditoriale del problema. Già l’EURO è veramente diventato il problema numero UNO dell’Unione Europea.

Se ci si ricorda le aspettative che la nascita della moneta unica aveva suscitato nella pubblica opinione, oggi possiamo dire che per un motivo o per l’altro ogni nazione che vi appartiene ha di che recriminare, magari per motivi contrapposti. Ognuno ha le sue buone ragioni, dipende da che parte si vuole vedere il problema. Quest’ultima IV^ parte del post riguarda l’ITALIA

L’ITALIA e l’Euro

Ormai sono trascorsi 11 anni da che una parte dei cittadini dell’Unione Europea ha la moneta l’Euro in tasca. Per le aziende l’Euro ha cominciato a funzionare 3 anni prima come unità di conto, con valore del cambio praticamente fisso.

In Italia si visse quel periodo con grande eccitazione e speranza. L’Euro ci venne presentato come il mezzo per darci una regolata come paese che, anche allora come oggi, soffriva per la sua incapacità di seguire politiche di gestione della cosa pubblica così dette virtuose. L’aspetto più attraente della moneta unica per l’Italia era che, facendovi parte, il costo del denaro si sarebbe abbassato ai livelli dei paesi europei virtuosi, Germania in testa. Così in effetti fu e la cosa inizialmente fece un gran bene all’Italia, sia allo stato, sia alle imprese e ai cittadini.

Quest’ultimi si accorsero che andare in giro per il mondo con l’Euro in tasca era ben diverso e meglio che con le precedenti  lirette che nessuno accettava.

A tutti non parve vero di sembrare più ricchi andando all’estero. Le imprese poterono cominciare a finanziarsi a tassi bassi. Il costo del debito diventato più sostenibile facilitava gli investimenti nell’immobiliare dei cittadini. Anche alle imprese italiane l’Euro parve una buona cosa inizialmente.   Il maggior beneficiato però fu lo stato che si trovò in poco tempo a poter emettere nuovi titoli di debito pubblico a tassi molto più bassi. Man mano che questi sostituivano quelli in scadenza il costo del debito pubblico calava e calava, addirittura, anche il suo ammontare complessivo nei primi anni.

Visto che accadeva questo, alla classe politica e agli organi amministrativi dello stato non parve vero di poter riavviare la gestione “allegra” della cosa pubblica, di accaparrarsi risorse, al fine di aumentare la dimensione dell’apparato pubblico, gli stipendi dei suoi dipendenti, gli sprechi e le ruberie di ogni sorta e forma.

Per dirla ancora meglio, invece di approfittare del momento per cominciare a razionalizzare l’amministrazione pubblica e la gestione complessiva dello stato per renderlo più efficiente, la classe politica e quella dirigente statale in quegli anni ingaggiò una sorta di gara per fare l’esatto contrario ogni anno di più.

In questa missione poco nobile è difficile dire chi è stato meno bravo. Tutti, destra e sinistra politica, organizzazioni sindacali di ogni categoria, amministrazioni pubbliche locali e centrali si impegnarono al loro meglio per aumentare regalie, sprechi, inefficienze e costi dell’apparato statale/pubblico. 

Risultato: il costo dello stato nel suo complesso ha raggiunto in Italia un livello insostenibile al punto da minare la competitività delle imprese del paese che in quegli stessi anni si è trovato pure ad affrontare una competizione economica internazionale sempre più agguerrita.

La mancanza totale di visione globale che caratterizza da sempre la nostra classe politica è stata micidiale in negativo. L’assoluta assenza di percezione del problema della competitività del sistema paese Italia è veramente devastante.   Tanto per analizzare il problema con i soliti numeri vediamo come questi sono per l’Italia:

Chi volesse sapere nel rank internazionale del saldo delle partite correnti dove sta l’Italia e avere un bel  sussulto, è invitato a dare un’occhiata al sito: http://www.indexmundi.com/g/r.aspx?c=it&v=145 .

Come appare chiaro dalla tabella, ormai l’Italia ha un deficit delle partire correnti cronico ed elevatissimo. In pratica ogni anno dall’estero devono provenire finanziamenti da varie fonti pari a 70 Miliardi di USD all’anno, ovvero il sistema paese ITALIA si indebita ogni anno di più verso l’estero da vari anni. Questi 70 Miliardi per buona parte non sono altro che la quantificazione in valore di quanto lavoro viene tolto alle imprese italiane per acquistare beni prodotti altrove, Cina e Germania in primis.

Va bene così? Non è possibile fare nulla per invertire questa situazione?

Se poi vogliamo sapere da quando accade questo, ecco un grafico che descrive l’andamento delle partite correnti degli ultimi 20 anni:

Interessante vero?  Infatti questo grafico ci dice tante cose.

Per chi se lo ricorda, il 1992 è stato l’ultimo anno in cui l’Italia ha dovuto e potuto svalutare la propria moneta per recuperare la propria competitività  perduta per cause sue interne. Erano gli anni in cui si manifestavano gli effetti perversi di tante leggi e accordi passati, che regalavano a varie categorie di popolazione prebende, privilegi, trattamenti economici esagerati e benefici vari a carico delle generazioni presenti e soprattutto  future.

Anni in cui la politica ne ha combinate di tutti i colori e di cui ancora oggi ne subiamo le conseguenze. Portate avanti da attori che ancora oggi pretendono di restare nell’agone politico, come se questi disastri li avessero fatti altri. Anzi per addirittura continuare con lo stesso andazzo.

Chi viveva allora nel mondo delle imprese forse si ricorda quale tremenda situazione stavano vivendo le aziende in quei tempi. Esportare era diventato ormai proibitivo, poche avevano margini di guadagno per farlo convenientemente. I costi di produzione in Italia erano lievitati tanto negli anni precedenti, al punto che la competitività del paese era andata persa e quindi l’export calava, mentre era diventato più economico acquistare beni importati.  Allora, fortunatamente direi, non c’erano i vincoli della moneta unica e, nonostante le prediche di Ciampi e le paure di tutti coloro che avrebbero perso qualcosa o tanto dalla svalutazione, questa avvenne e fu molto forte. Per quantificare il fenomeno il valore del marco tedesco che a agosto 1992 era di circa 750 lire per 1 marco, schizzò in pochi mesi fino a 1.200, 60% in più. Poi nel tempo si arrivò a un cambio di circa 1.000 lire per un marco, che poi è stato quello prima dell’avvento dell’Euro.

Accadde in Italia la catastrofe?

Niente affatto. Niente perdite di posti di lavoro, niente nuovi poveri, niente imprese che chiudevano, niente banche sull’orlo del fallimento, niente di ciò che sta accadendo oggi.

Addirittura la Banca d’Italia poté tirare un sospiro di sollievo e finire lo svenamento delle riserve valutarie ormai ridotte a zero. Non so di preciso quanto alla Banca d’Italia, ovvero all’Italia, costò il tenace tentativo di mantenere una parità monetaria impossibile ma grosso modo agli italiani costò il 60% del valore che queste avevano prima della crisi valutaria.

Qualcuno è stato accusato, inquisito, mandato in galera per questo crimine finanziario? Neanche per sogno, per questi reati non esiste atto d’accusa e magari uno dei potenziali maggiori imputati diventa Presidente della Repubblica.

Nel mondo, non solo in Italia, va così, purtroppo.

Ma che accadde invece all’economia reale?

Accadde quella che si chiama ripresa economica vera, non sussidiata, non alimentata con il deficit dello stato, che poi dovrà essere pagato dalle future generazioni come accade oggi. Si verificò quello che possiamo definire l’ultima parte del miracolo economico italiano.

Le imprese esportatrici ripresero in breve ad acquisire ordinativi a gogò, a investire tantissimo, ad assumere personale, a guadagnare come da tempo non si ricordava. Il resto dell’Italia trascinato da questa onda anch’esso poté godere di questa situazione. Insomma l’Italia tornò ad essere la tigretta europea.  Purtroppo però la lezione non servì a molto. In breve tutti dimenticarono le cause che ci avevano portato al 1992 e si ripresero le politiche dissennate e di corta visone, che sembra si addicano molto alla nostra classe politica.Si riprese a legiferare come prima, ad assegnare benefici insostenibili nel medio lungo termine, nessun articolo del campionario in mano alla classe politica fu trascurato fino a riportare l’Italia allo stato in cui è ora. Infatti l’andamento del grafico non dice altro che questo.

Ora che si fa?

Il problema è la competitività del sistema paese ITALIA.

Con la sciagurata decisione di entrare in questo Euro, impostato a misura della Germania, non riesco a vedere nessuna possibilità praticabile, se ci vogliamo rimanere dentro. Intendo dire che politiche e le decisioni, che farebbero riacquistare competitività all’Italia, sarebbero talmente draconiane da risultare improponibili e anche ingiuste, almeno in parte.

Infatti per far riacquistare quel 25-30% di competitività necessario da subito alle imprese italiane, i costi di queste dovrebbero ridursi di altrettanto. Significherebbe costo del lavoro (salari più contributi da abbattere del 30-40%), stipendi della pubblica amministrazione allargata da ridurre mediamente del 30%. Pensioni da falcidiare, specie se sono alte, anche per coloro che ce l’hanno già. Riduzione delle tasse e imposte varie in modo da portarle ai livelli dei paesi che le hanno basse, eccetera. Poi, contemporaneamente, ci sarebbe da intervenire decisamente in tutti quei comparti, burocrazia in particolare, che hanno fatto diventare questo paese un nemico per le imprese e per chi ha voglia di lavorare. L’Italia ridiverrebbe sì competitiva ma a un prezzo e con degli scompensi non ben valutabili a priori.

Tutti le promesse di questa campagna elettorale a cui stiamo in questi giorni assistendo sono una burla. Tutti i provvedimenti preannunciati, suggeriti, proposti, che mirano a togliere a qualcuno qualcosa per darla ad un altro non aumentano la torta presso cui sfamarsi né ad allargare la coperta, semmai spesso il contrario.

Cosa si può invece fare?

Anche se molti economisti, burocrati di basso e alto bordo, finanzieri e banchieri interessati a far soldi con i soldi ma non con la fatica e a proprio rischio, dicono di no, che sarebbe un disastro, la strada dell’uscita veloce e pilotata dall’Euro è l’unica praticabile, pur con tutti i rischi e perdite che ci saranno per alcuni, tutto sommato pochi ma oggi molto privilegiati dall’essere nell’Euro. Se a questo non si vuole pensare o non lo si vuol fare oggi, lo si dovrà fare in un domani non lontano, in modo catastrofico e con un sistema industriale manifatturiero italiano ormai andato in frantumi. La mia previsione è che ancora 2 anni di Euro e l’industria italiana sarà ridotta ai minimi termini. Se aspettiamo che passino sarà veramente dura per tutti, anche per i tifosi dell’irreversibilità dell’ EURO.

CONCLUSIONE

Lo scopo di questa serie di post era di far comprendere quando decisivo per la competitività di una nazione sia il fattore cambio, l’exchange rate fra le monete. Si può anche essere i più bravi di tutti ma non basta. Giappone docet. Se il cambio è troppo alto le industrie di un paese perdono competitività nel mercato internazionale. Se accade questo possono succedere più cose:

le aziende, se vogliono continuare a vendere, devono ridurre i margini fino al punto da non guadagnare più o addirittura perdere soldi e allora falliscono;

le aziende, se sono finanziariamente molto solide, possono scegliere fra investire ancora di più all’interno della propria impresa, nei fattori produttivi che dipendono da loro oppure, se si ha la voglia e le capacità, de localizzare in paesi dove, per il fattore cambio, i costi sono più bassi;

le aziende, allocate nei paesi dove il cambio è sfavorevole e lavorano prevalentemente per il mercato interno, devono in tempi più o meno veloci sostenere la pressione dei prodotti importati, che costano molto meno e quindi, se possono, fanno come al punto 2, oppure prima o poi chiudono. 

L’Italia, a causa della mancanza di visione sul futuro del paese della sua classe dirigente, politica in particolare, ha fatto troppi errori in questi 20 anni che ormai sono irrimediabili. La competitività persa non è più riguadagnabile stando in una camicia di forza qual è l’unione monetaria europea. Come è pensabile riconquistare rispetto l’enorme divario creatosi fra Italia e Germania?

Tutte le buone idee che ci possono essere, in questa situazione sono sostanzialmente delle velleità. Chi, anche  in buona fede, pensa che il nostro paese possa uscire dall’inferno in cui già siamo o, se uno preferisce, verso cui velocemente ci stiamo dirigendo, con l’innovazione, la ricerca di nuovi mercati, con la ricerca, ecc. ecc. ecc., può essere solo uno che nella vita mai ha avuto a che fare con le dure leggi della competizione economica. Queste belle cose le può fare e le fa l’impresa che guadagna, il paese che ha una struttura di costi e una situazione finanziaria che può permettersi di destinare grandi risorse a questi scopi. L’Italia purtroppo non è in queste condizioni, anzi l’esatto contrario. L’Italia oggi è un paese ingessato, con una corda al collo che ogni giorno è un po’ più tesa, messo su uno sgabello posto su un terreno cedevole.

Altro che salvati dal baratro. Sarebbe meglio dire che siamo stati parcheggiati sull’orlo di un precipizio in fondo al quale si sta alacremente lavorando, per farlo più profondo, 24 ore su 24, in attesa di essere buttati dentro.

Pare un’esagerazione ma non è così. Questa è la realtà, purtroppo.

GAOLIN

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