Blocco Hormuz: gli scenari possibili e le conseguenze per i mercati finanziari

12 Marzo 2026 14:31

Mentre il petrolio ci regala un ottovolante degno di Disneyland, abbiamo l’ennesima conferma di quanto conta “Il sentiment” e la finanza comportamentale. Si perchè la finanza non è una scienza esatta, è una cronaca di paure prezzate. Cerchiamo di capire dove finisce la statistica e dove inizia il baratro, analizzando nel dettaglio cosa rischiamo davvero di trovare sotto l’albero di Pasqua del 2026. L’analisi è elaborata analizzando un report appena uscito di UBS.

Scenario 1: Il miraggio della “De-escalation Lampo”

Ebbene si, esiste una via d’uscita indolore. Hormuz riapre, il Brent torna a scambiare mediamente a 80 dollari e il gas TTF scende verso i 30 euro grazie a stoccaggi che fungono da cuscinetto. È la narrazione preferita dalle banche centrali perché non obbliga a rivedere i piani di taglio dei tassi.

Tuttavia, i dati reali sui flussi fisici e il posizionamento dei contratti out-of-the-money suggeriscono che questa sia pura accademia. Le fonti di intelligence marittima confermano che una volta rotto l’equilibrio diplomatico, il ripristino delle rotte non è un interruttore on/off. La probabilità che tutto torni alla normalità in poche settimane, con un OVX triplicato, è prossima allo zero. Il mercato ha già smesso di credere alle favole. Qui sotto il grafico dell’OVX, la volatilità del prezzo del petrolio.

Scenario 2: L’apnea di un mese (Il “Credit Crunch” energetico)

Qui le cose si fanno serie. Un blocco di trenta giorni a Hormuz spingerebbe il Brent stabilmente sopra i 100 dollari già entro fine marzo. Il gas TTF volerebbe a 80 euro, accelerando il drenaggio degli stoccaggi proprio nel momento in cui l’industria europea cerca di ripartire. Questo scenario è quello che io definisco la “morte lenta” per la manifattura.

Le analisi di mercato indicano che un’interruzione di 30 giorni creerebbe un deficit di offerta che non può essere colmato dalle riserve strategiche (SPR) americane, ormai ridotte ai minimi termini dopo i giochini elettorali degli anni passati. È uno scenario con una probabilità del 40%, solido ma incompleto: presuppone che dopo 30 giorni la razionalità torni a regnare sovrana. Un’illusione pericolosa quando ci sono missili di mezzo.

Scenario 3: Lo shock strutturale (L’Apocalisse 2Q26)

È l’incubo che l’OVX sta scontando con quel picco verticale. Interruzioni prolungate o danni alle infrastrutture vitali. Il Brent esplode a 150 dollari nel secondo trimestre del 2026. Il gas TTF torna ai livelli di panico del 2022. Non è solo un rincaro, è un cambio di paradigma. Significherebbe inflazione fuori controllo e banche centrali costrette a rialzare i tassi in piena recessione.

Se guardiamo alla storia delle crisi energetiche, il passaggio dallo scenario 2 al 3 è spesso un battito di ciglia. Ovvero si parte con 2 e si finisce con 3. Le fonti geopolitiche più smaliziate sottolineano come i danni alle raffinerie o ai terminali di carico non si riparino con un comunicato stampa. Questo scenario, pur essendo il più estremo, è l’unico che giustifica tecnicamente l’attuale prezzo della volatilità.

Qual è la verità nuda?

La soluzione più solida, purtroppo, non è la più rassicurante. Lo scenario 2 è la base, ma con una forte deriva verso il 3 che ovviamente nessuno vuole e che nessuno si augura. Il mercato delle opzioni (quello dove circolano i soldi veri, non le chiacchiere dei TG) non sta comprando lo scenario 1. Sta comprando assicurazioni contro l’incendio totale. Ma mallo stesso tempo sta anche speculando. Eccome se sta speculando!
Infatti se guardiamo la curva future per petrolio BRENT lo scenario appare per ora diverso.

Backwardation piena. Quindi uno scenario che dovrebbe rientrare e questo è quello che si spera.

Si tratta di ipotesi e di scenari ma almeno ora il quadro è più chiaro. Il problema è capire quali delle tre strade sarà quella definitiva.

STAY TUNED!

Danilo DT

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