SP 500 e il bluff degli utili: la verità dietro il record a Wall Street
Lo Stretto di Hormuz è un imbuto. Teheran e Washington giocano a chi ce l’ha più lungo mentre le petroliere ballano il valzer tra i droni. Ma a Wall Street non frega nulla. Il Brent ripiega a 110 dollari, il Wti resta sopra i 100, eppure il Nasdaq brinda come se fossimo nel 1999. Perché? Perché i bilanci hanno smesso di essere specchi della realtà per diventare capolavori di ingegneria contabile.
Il miracolo dei pani, dei pesci e dei crediti d’imposta
Non fatevi ingannare dal titolo cubitale: “+27,1% di crescita degli utili“. È una verità tossica. Se scavate sotto il tappeto di FactSet, scoprite che il 71% di questo “miracolo” è farina di tre soli sacchi: Alphabet, Amazon e Meta. Senza i soliti sospetti, la crescita dei settori Tech e Communication tornerebbe sulla terra, tra i comuni mortali che combattono con l’inflazione e i tassi al 4,41%.
Mi spiego meglio.
Alphabet ha sbattuto in faccia al mercato un +90% di sorpresa sugli utili societari. Peccato che dentro ci siano 37 miliardi di dollari di rivalutazioni di titoli non quotati. Aria fritta trasformata in EPS.
Meta? Ha incassato un beneficio fiscale da 8 miliardi. Senza quello, l’utile per azione sarebbe crollato di oltre 3 dollari. Ma il mercato compra il numero finale, non la nota a piè di pagina.
O ancora…
Quando Amazon inserisce 16 miliardi di guadagni da Anthropic nel reddito non operativo, sta vendendo sogni di IA per coprire i costi della logistica e del CAPEX, non vi pare?
Gli analisti, in preda a una sindrome di Stoccolma collettiva, hanno alzato le stime per il Q2 del 2,1% in un solo mese. Solitamente ad aprile tagliano. Ora brindano. Ignorano che la crescita è trainata da componenti fiscali e valutazioni soggettive di asset privati.
È un gioco pericoloso: se togliete Nvidia e Micron dal comparto Tech, il tasso di crescita dimezza istantaneamente.
La trappola del Treasury e l’illusione di Hormuz
Mentre le trimestrali dopate spingono l’S&P 500 verso target siderali, il Treasury a 10 anni resta lì, granitico, al 4,41%. È il convitato di pietra. Il costo del denaro non scende perché l’inflazione è strutturale, alimentata da un petrolio che, nonostante i sorrisi di Witkoff a Teheran, non ha nessuna intenzione di tornare a 70 dollari.
La scommessa dei trader è che la “quadra” su Hormuz arrivi prima che le scorte finiscano. È una scommessa al buio. Trump boccia i 14 punti di Teheran perché vuole il nucleare sul tavolo, ma il mercato vede solo il boost degli utili. Stiamo navigando a vista in un mare di liquidità drogata da artifici contabili, ignorando che il premio al rischio è ormai ai minimi storici mentre i rischi geopolitici sono ai massimi.
Quanto può durare una festa dove l’alcol è pagato con crediti d’imposta e rivalutazioni di startup?
STAY TUNED!
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