Hormuz Brucia ma i mercati reagiscono in modo strano
Fonte immagine: Lindro.eu
Una petroliera qatariota che brucia al largo dell’Oman, di notte, centrata da un missile mentre usciva dallo Stretto. Il gas naturale liquefatto più pregiato del pianeta, con una rotta sola per arrivare in Europa. E sullo schermo, nello stesso identico momento, l’oro che scende dell’1,1 per cento e i futures del Nasdaq che virano al verde.
Fermi tutti. Qualcosa non quadra.
Il 7 luglio i Pasdaran colpiscono tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Gli americani rispondono con raid su oltre ottanta obiettivi iraniani, radar costieri, difese aeree, motovedette, lo mette nero su bianco col solito comunicato marziale. Trump da Ankara annuncia che la tregua “è finita”, poi aggiunge che pero si può ancora trattare. Il solito copione.
E i mercati? Sbadigliano.
Hormuz, il missile fa rumore ma la waiver fa i prezzi
Il punto è un altro. Mentre tutti guardano le fiamme, il colpo vero l’ha sparato il Tesoro americano. Ha revocato la waiver che dal memorandum del 17 giugno autorizzava la vendita di greggio iraniano. Transazioni bloccate. Non un incidente di percorso, la demolizione formale dell’accordo, scritta su carta intestata invece che col tritolo.
I missili sfumano in due sedute. Una firma no.
Il canale che conta non e quello navale, e quello delle sanzioni. Lo Stretto resta tecnicamente aperto, il traffico regge, Kepler ha contato circa un centinaio di passaggi nel weekend. Ma il barile di Teheran che torna fuori mercato e offerta che sparisce sul serio, non un premio di guerra che si gonfia e si sgonfia. L’AIE parla già della maggiore interruzione di offerta nella storia del petrolio. Con le scorte prosciugate da mesi di conflitto, ogni barile che manca pesa doppio.
E l’Europa sta col cerino in mano più di chiunque. Quel gas qatariota che ardeva al largo dell’Oman non ha rotte alternative a Hormuz. Gli Stati Uniti esportano, in parte ci guadagnano pure. Noi importiamo e basta.
Guardate i bond
Diciamocelo, la fotografia dell’anno è qui. Il decennale americano viaggia sui massimi da due settimane, intorno al 4,5%. Ma non perchè qualcuno compra Treasury per mettersi al riparo. Li vende. Prezza inflazione energetica e una Fed più cattiva, con le probabilità di un rialzo a settembre risalite verso il 58%. Warsh che ripete “i prezzi sono troppo alti” e intanto tiene il dito sul grilletto.
E l’oro. Nel 2019, tensioni negli stessi stretti, il metallo saltava del 2% in una seduta. Il giorno dell’invasione dell’Ucraina, + 1,7. Ieri, con le petroliere in fiamme, – 1,1. La correlazione classica e rotta. L’oro nel 2026 non risponde più alla paura, risponde ai tassi reali. Energia cara, aspettative d’inflazione su, tassi reali alti, costo opportunità che schiaccia il metallo che non rende niente. Goldman tiene il target a 5.400 dollari, ma con la postilla che vale oro: solo quando il mercato accetterà che la Fed non stringerà abbastanza da spezzare il ciclo. Non ancora.
E l’azionario sbadiglia allo schermo sbagliato
L’equity fa la cosa che fa sempre. Prezza lo stress da tassi per ultimo. Scambia lo Stretto ancora aperto per un cessato allarme, e non si accorge che il driver vero non è il missile che sfuma. E la waiver che resta. Canale sanzioni acceso, inflazione energetica che non molla, banca centrale col falco addosso.
Oggi escono le minute della riunione Fed di giugno. Giovedi si chiudono le esequie di Khamenei, e solo dopo si capirà se riparte davvero un tavolo. Fino a li l’azionario si racconta la favola del “tanto poi si tratta”. Un alibi con la data di scadenza stampata sopra.
Il repricing sull’equity arriva sempre per ultimo. Sempre. Allora la domanda da tenere sul comodino e una sola. Quando a meta luglio la waiver morde sul serio e il barile iraniano sparisce dai conti, chi resta col cerino acceso: quello che oggi festeggia il Nasdaq verde, o quello che sta già guardando i tassi reali?
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