CRACK SPREAD: perché benzina e gasolio non seguono il crollo del petrolio

2 Luglio 2026 22:52

Una sera come tante. Stasera rientro a casa. Fai il pieno, guardi il totalizzatore e ti torna in mente marzo. Il petrolio sopra i 115 dollari, il telegiornale con la faccia seria, Hormuz bloccata, il mondo che sembrava sull’orlo del razionamento diesel.
Porca miseria, per fortuna che oggi le cose sono cambiate. Infatti oggi il Brent viaggia poco sopra i 70 dollari, il Wti sotto i 68. Un tonfo del 40% in tre mesi.
Evviva evviva… ma fermi tutti… Eppure il display del distributore ti dice una cosa diversa da quella che ti aspetti. Il gasolio è sceso, sì, ma poco. La benzina, diciamocelo, è più cara di allora. Non è un’impressione. È il dato.

Il conto che non torna

Fine marzo, nel pieno della crisi Iran, la benzina self service viaggiava intorno a 1,75 euro al litro secondo le rilevazioni dell’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese elaborate da Staffetta Quotidiana. Oggi, con il greggio quasi dimezzato rispetto ai picchi, la media nazionale è a circa 1,81 euro. Il gasolio era a poco più di 2,05 euro allora, oggi gira intorno a 1,89. Il petrolio ha perso quattro decimi del suo valore. Il diesel ne ha persi otto centesimi scarsi. La benzina, semplicemente, è salita.

Qui cadono le certezze per chi ancora pensa che il prezzo alla pompa sia un riflesso meccanico del barile. Non lo è mai stato del tutto, ma in questi mesi il legame si è quasi spezzato.

1 – Il primo sospettato non è chi pensi

La tentazione è puntare il dito sulle compagnie petrolifere, e in parte il sospetto ha fondamento. Transport & Environment stima che la filiera europea dei carburanti, tra raffinazione e distribuzione, possa mettere in tasca fino a 24 miliardi di euro di extraprofitti nel 2026, spinta proprio dall’allargamento dei margini durante la crisi di febbraio e marzo. Ma il vero colpevole del divario benzina-gasolio ha targa italiana, e si chiama fisco.

Da gennaio 2026 le accise su benzina e gasolio sono state equiparate a 0,6729 euro al litro, contro i precedenti 0,7134 per la verde e 0,6324 per il diesel. Il governo, nel nome della lotta ai sussidi ambientalmente dannosi, ha tolto quattro centesimi alla benzina e li ha spostati sul gasolio.

Poi è arrivata la guerra, e con essa una sequenza di decreti che hanno tagliato le accise in modo aggressivo, fino a 50 centesimi al litro sulla benzina nella finestra dell’11-22 maggio, secondo il decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
Un airbag fiscale gonfiato in fretta per attutire lo shock agli automobilisti, e sgonfiato altrettanto in fretta ora che il greggio è tornato basso. L’ultimo sconto residuo, cinque centesimi al litro su entrambi i carburanti, scade il 3 luglio. Da sabato, con ogni probabilità, si riparte all’insù proprio mentre il petrolio resta ai minimi da mesi.

Mettiamola così: lo Stato ha usato le accise come una spugna, prima per assorbire l’urto e ora per ricostituirsi il gettito perso. Il risultato è che l’automobilista non ha mai visto davvero né il colpo né lo sconto pieno.

2 – Il secondo indiziato è la geografia industriale

C’è però un pezzo della storia che non ha nulla a che fare con Roma. Il gasolio in Europa costa strutturalmente più caro da produrre della benzina, guerra o non guerra. Il Continente ha chiuso o riconvertito raffinerie senza un piano industriale che tenesse il passo con una flotta circolante ancora enormemente diesel. Il risultato è un surplus cronico di benzina, che l’Europa esporta, e un deficit cronico di gasolio, che deve importare soprattutto dal Medio Oriente. Lo sapevate?
Il margine di raffinazione del diesel rispetto al Brent, il crack spread, (cliccate qui di fianco per capirlo bene) viaggia stabilmente sopra i 35 dollari al barile con punte oltre i 46, più del doppio della media stagionale.

Hormuz ha acceso i riflettori su un problema che esisteva già. Il petrolio può anche tornare a 60 dollari domani mattina: la capacità di trasformarlo in gasolio in Europa resta quella che è, e quella capacità, non il greggio, oggi fa il prezzo.

Grafico BRENT by Tradingview

3 – L’euro non è la scusa buona

Chi cerca un alibi facile nel cambio resterà deluso. L’euro tratta oggi intorno a 1,14 sul dollaro, un livello tutt’altro che debole rispetto ai mesi scorsi. Se il petrolio è quotato in dollari e l’euro tiene, la conversione dovrebbe aiutare, non ostacolare, la discesa dei prezzi in Italia. Il fatto che non lo faccia, soprattutto sulla benzina, dice che il problema è a valle del greggio, non a monte.

La domanda che rimane in tasca

Il punto è un altro, e riguarda l’estate che arriva. Con l’accisa piena in vigore da sabato e la stagione della domanda di benzina in salita, il divario tra la discesa del petrolio e la tenuta dei prezzi alla pompa ha tutte le carte in regola per allargarsi ancora, non per chiudersi. Se il Brent scendesse sotto i 65 dollari nelle prossime settimane, quanto di quella discesa arriverebbe davvero al distributore sotto casa, e quanto resterebbe per strada tra fisco e crack spread?
Lo scopriremo solo vivendo. Intanto io PAAAAAGO…

STAY TUNED!

Danilo DT

(Clicca qui per ulteriori dettagli)

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