MEGA: MAKE EASTER GREAT AGAIN!
Il greggio di Dubai che scambia a venti dollari di premio sul Brent non è un numero in rosso su un terminale. È l’odore pungente del panico che sale dai moli di Singapore e si infila dritto nelle sale operative di Wall Street. Anche adesso notiamo “stranezze” come il gap tra WTI e Brent.
Gennaio e febbraio ci erano stati venduti come l’alba di una nuova e pacifica era finanziaria. Disinflazione, energia a buon mercato, intelligenza artificiale onnipotente e banche centrali pronte a tagliare i tassi con un sorriso compiacente.
Poi qualcuno ha premuto l’interruttore dell’Iran.
Tutto si è capovolto. Il petrolio flirta con i 110 dollari, i premi del carburante per jet sono raddoppiati e le catene di approvvigionamento asiatiche gridano pietà. Ma se pensate che il mercato azionario stia sanguinando per i droni sullo Stretto di Hormuz, state guardando il dito invece della luna.
L’Assassino Silenzioso: Il T-Note a 10 Anni
Andiamo oltre alle apparenze che sono evidenti, chiare e difendibilissime ma incomplete. Il vero carnefice rischia di essere la correlazione storica tra azioni e rendimenti che si è appena ribaltata in un territorio profondamente, oscuramente negativo.
Tradotto per chi mastica i mercati veri: le azioni rischiano di diventare ostaggi dei bond. Stiamo grattando la maledetta quota del 4,5% sul decennale americano con pull back temporanei in area 4.2% (ma la tendenza è chiara).

Grafico YIELD T-Note USA 10y by Tradingview
A quel livello di rendimento, i modelli matematici dei grandi fondi smettono di fare sconti. Iniziano a comprimere le valutazioni azionarie senza la minima pietà.
Oltre la metà dei titoli del Russell 3000 ha già bruciato il 20% dai propri massimi, e i multipli dell’S&P 500 sono stati sgonfiati del 17%. Non è una fisiologica presa di beneficio. È una correzione feroce e mascherata dalla tenuta di pochi indici pesati.
I mercati hanno già digerito e prezzato il peggio: la guerra, l’impennata del greggio, la normalizzazione dell’AI e i rischi di credito. La prova? Gli utili aziendali se ne fregano delle narrazioni recessive e continuano ad accelerare a un ritmo formidabile del 14%.
Il vero rischio in gioco non è un barile di Brent a 120 dollari. L’unico rischio che conta, ora, è il modo in cui verrà gestito il problema inflazione dal sistema, banche centrali in primis. Il che è figlio della geopolitica ma certi aspetti purtroppo non possiamo prevedere cosa ci riserverà Trump per il giorno di Pasqua. Unica certezza? L’inflazione al 3% e oltre ci farà compagnia per un bel po’ con effetti recessivi o stagflattivi che ora non possiamo ancora definire correttamente ma di certo portano nulla di buono.
Intanto questo grafico ci trasmette quella che è un’importante valutazione. Risolto Hormuz, la normalizzazione del petrolio è cosa molto probabile, e qui si vede chiaramente che un suo prezzo di equilibrio si aggira sui 70 $ al barile. Capite come può cambiare il mondo in poco tempo? Anche se certe ferite avranno effetti di lungo termine.
BUONA PASQUA A TUTTI!
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