La grande SFIDA: gara persa in partenza?

3 Maggio 2024 07:45

Non si fa altro che parlare di inflazione e crescita economica. Di stagflazione oppure di semplice rallentamento. Quello che quindi conta, a questo punto, è proprio il rapporto tra tasso inflazione e crescita PIL.
Facciamo un giochino, tanto per stemperare un po’ la tensione e cercare di spiegare meglio cosa sta accadendo.

Immaginate l’Oceano Atlantico come una grande piscina che divide due squadre di nuotatori: da una parte abbiamo gli europei, dall’altra gli americani.

Gli europei, nonostante qualche bracciata incerta, stanno riuscendo a tenere la testa fuori dall’acqua della recessione, anche se la loro velocità non è esattamente da record olimpico. La crescita è lì, ma fa più pensare a una passeggiata domenicale che a una corsa. Per fortuna, l’inflazione sta iniziando a tirare il fiato, e questo potrebbe convincere i capi della Banca Centrale Europea a buttare un salvagente sotto forma di tagli dei tassi d’interesse. Perché alla fine la crescita economica latita e non è paragonabile a quanto avviene Oltreoceano. Incubo stagflazione? Al momento ni proprio grazie ad un’inflazione che scema ma attenzione, allerta sempre alta.

Dall’altra parte della piscina, gli americani stanno facendo un po’ di schiuma in più. L’espansione economica ha rallentato, ma è ancora abbastanza solida da far invidia, e il mercato del lavoro tiene botta. Il problema è che il carovita, quel birichino, non vuole saperne di calmarsi, e continua a fare capricci, complicando i piani della Federal Reserve di far atterrare l’economia su un bel materassino gonfiabile, riducendo il costo del denaro. Quindi è vero che l’inflazione è maggiore ma qui si tratta pur sempre di reflazione e non di stagflazione.

La verità quindi è poi un’altra. Infatti sembra che gli americani e gli europei stiano nuotando a ritmi diversi nella lotta contro l’inflazione. L’Eurozona ha segnato un’inflazione annua del 2,4% ad aprile, stabile rispetto a marzo. L’indicatore core, che non considera energia, alimentari, alcol e tabacchi, è sceso al 2,7% dal 2,9% precedente. Insomma, sembra che stiamo avvicinandoci al traguardo ideale del 2% che i banchieri centrali sognano di notte.

Negli Stati Uniti, invece, l’indicatore preferito dalla Fed mostra che i prezzi al consumo hanno fatto un balzo del 2,8% a livello core, lo stesso di febbraio ma più del 2,7% che ci si aspettava. E non è tutto rose e fiori, perché la direzione sembra essere opposta a quella europea, con i prezzi che hanno ripreso a correre più del previsto. Nel primo trimestre, l’indicatore ha accelerato del 3,4%, il massimo da un anno, e del 3,7% a livello core. Anche l’indice dei prezzi al consumo, che tutti guardano, ha mostrato aumenti annuali del 3,5% a marzo, rispetto al 3,2% di febbraio.

In questo clima, le previsioni di tagli dei tassi da parte della Fed sono state rimandate a fine anno e si sono ridotte a non più di due, se ci saranno. C’è addirittura chi scommette che la prossima mossa sarà al rialzo.
Ma siamo onesti, alla FED al momento poco importa di tagliare. Nell’effettivo ha un’economia che continua ad andare bene, il lavoro non è un problema e anzi, con il QT stimolerà indirettamente la produzione e quindi… un taglio, due tagli, nessun taglio…. Non importa alla FED. Quello che a lei importa sono i numeri.

Ma a questo punto la domanda sorge spontanea. Se veramente stanno così le cose, possiamo dunque dire che la BCE dovrebbe (condizionale) muoversi d’autonomia, divergere dalle decisioni di politica monetaria del FOMC e quindi TAGLIARE i tassi prima che si muova Powell. E’ una necessità. Ma la storia insegna che la Lagarde, sicuramente un Don Abbondio tra i premier delle Banche centrali, non brilla di spirito di iniziativa. Si è sempre mossa attaccandosi al carro della FED.
Cara Christine, è l’ora di darsi una mossa. Non c’è più tempo.

Danilo DT

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