Crollo semiconduttori e Kimi K3: la verità sul rischio open source cinese
Fonte immagine: Biggo
Venerdì 17 luglio, ora di Taiwan. Porta male? Questo è da dimostrare, come tante cose che il mercato sconta sull’AI e che adesso sta iniziando a mettere in discussione.
Il colpevole ha un nome quasi tenero: Kimi K3. Lo ha sfornato Moonshot AI, startup di Pechino sostenuta da Alibaba. In un anno è passata da 2,5 a 31,5 miliardi di dollari di valutazione. Un mostro open-weight da 2,8 trilioni di parametri che nei benchmark di coding ha fatto ciao ciao con la manina a Claude Opus 4.8 e GPT-5.5. I pesi completi arrivano il 27 luglio. Ma il mercato, si sa, le promesse le prezza subito. Non aspetta la consegna.
Nel frattempo il Philadelphia Semiconductor Index alias SOX ha chiuso la settimana a meno 12,5%. Peggior ottava in oltre un anno. Un amico su whatsapp mi scrive “La Cina ha chiuso il gap, l’AI americana costava troppo, la bolla si sgonfia”.
E’ davvero cosi?

Grafico SOX index by Tradingview
Il paradosso del dragone: quanto costa davvero Kimi K3?
Kimi K3 è verboso, ragiona un’eternità prima di rispondere. Secondo i dati degli sviluppatori, consuma dal 50% al 70% di token in più rispetto a un modello americano equivalente per fare lo stesso identico lavoro.
Prezzo di listino basso, conto finale salato. È il vecchio trucco del rasoio regalato e delle lamette vendute a peso d’oro. Se si dice “la Cina lo fa gratis”, non dimenticate mai con chi avete a che fare.
Il rischio vero non è tecnologico. È strutturale. E non sta a Pechino, sta a Wall Street.
S&P 500: il fondo tech travestito da indice diversificato
I dieci titoli più pesanti dello S&P 500 valgono oggi tra il 38% e il 40% dell’intera capitalizzazione. Nel picco della bolla dot-com del 2000 eravamo al 27%. Sembra l’apocalisse dietro l’angolo.
Però guardiamo i fondamentali, quelli veri. Il P/E dei top ten oggi gira a 31 contro il 43 del 2000. E questi dieci giganti generano il 30% degli utili dell’indice, contro meno del 20% di venticinque anni fa. Non siamo nel 2000. Siamo in qualcosa di più insidioso: un indice benchmark che si è trasformato, in un fondo tecnologico iper-concentrato.
Chi compra un ETF diversificato, in realtà sta comprando una scommessa monolitica su sette o dieci aziend. Quindi capite l’apprensione quando i modelli open-source cinesi minacciano il modello di ricavi in abbonamento su cui gli americani hanno costruito valutazioni stellari. Di riflesso, trema la spesa in infrastrutture dei chipmaker che su quella spesa hanno scommesso la vita.
Un dettaglio che i giornali hanno dimenticato e che vi voglio raccontare io. Cursor, lo strumento preferito dai programmatori, ha fatto girare per mesi il suo Composer 2 sopra una base Kimi K2.5 senza dirlo a nessuno. La dipendenza dall’open-source cinese è già dentro le mura di casa americana. Silenziosa.
Il paradosso di Jevons e la scommessa sull’elasticità
Nel frattempo, la realtà economica corre sotto traccia. Il costo dei modelli di IA è crollato del 90% in tre anni. Per fare lo stesso salto, i personal computer negli anni ’80 ci misero quindici anni. Se correggiamo il dato per la qualità, il rapporto prezzo/intelligenza è crollato del 97%. I dati sono di Goldman Sachs su elaborazioni del Dipartimento del Commercio USA.
Il consumatore paga meno per un prodotto infinitamente superiore. Nella storia della tecnologia questa velocità si è vista solo nei semiconduttori. La lezione dei cicli passati parla chiaro: quando il costo di una tecnologia di base crolla, il consumo aggregato esplode.
È il paradosso di Jevons applicato ai chip: l’efficienza non riduce la domanda di risorse, la moltiplica. I PC sono diventati ubiqui quando sono diventati economici, non solo potenti. Lo stesso vale per la banda larga.
Questo crollo dei prezzi non è la fine della festa dei chip, ma la condizione essenziale per farla durare, aprendo mercati prima antieconomici. La vera scommessa non è sui modelli, è sull’elasticità della domanda.
Ecco perché questa rivoluzione, a tratti silenziosa e a tratti un po’ meno cambierà la struttura di mercati delle nostre vite.
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