Dedollarizzazione e ORO: le banche centrali hanno fatto la loro scelta
Fukuyama (per chi non lo conoscesse, il famoso politologo americano autore del colosso “La fine della storia e l’ultimo uomo” dove ha sostenuto che la democrazia liberale e il capitalismo rappresentano la forma finale di governo) si sbagliava: la storia non è finita, ha solo cambiato passo.
Oggi i dati ci dicono che il modello unipolare a trazione dollaro sta lasciando il posto a un assetto geopolitico frammentato. La realtà è pragmatica: le banche centrali dei mercati emergenti (EM) stanno riducendo l’esposizione al biglietto verde per incrementare le riserve auree con un’intensità che non ha precedenti recenti.

Non è una scelta ideologica, ma una gestione del rischio diversificata. Quando il sistema bancario basato sul dollaro viene utilizzato come strumento di pressione politica (attraverso il congelamento delle riserve valutarie) l’oro recupera la sua funzione primaria di asset privo di rischio di controparte.
I numeri sono inequivocabili: la quota del dollaro nelle riserve globali è scesa dal 60% a circa il 40%. Questo deflusso non ha alimentato altre valute fiat, ma è confluito direttamente nell’oro, la cui quota è triplicata dai minimi toccando il 30%. Il gap tra le due asset class è ora di appena dieci punti percentuali.

I mercati emergenti hanno accumulato oltre 225 milioni di once troy dalla crisi del 2008, invertendo i flussi di vendita delle economie avanzate degli anni ’90. Nonostante questo, i paesi EM detengono ancora solo il 52% dell’oro fisico rispetto ai mercati sviluppati. Il margine di manovra per ulteriori acquisti è ampio: mentre i paesi avanzati hanno il 34% delle riserve in oro, i mercati emergenti sono fermi al 16%.
L’analisi di simulazione suggerisce scenari rilevanti. Se i paesi emergenti dovessero puntare a un target del 40% di riserve in oro (livello coerente con il periodo pre-anni ’90) i prezzi potrebbero subire pressioni rialziste significative. Anche ipotizzando una contrazione delle riserve valutarie totali a 5 trilioni di dollari, un target del 40% porterebbe le valutazioni dell’oro verso gli 8.000 dollari l’oncia entro i prossimi cinque anni.

La correlazione geopolitica è evidente: i paesi con minori legami di difesa con il blocco occidentale mostrano quote di oro nelle riserve doppie rispetto agli alleati storici degli Stati Uniti. Cina, Russia, India e Turchia guidano la tendenza, ma nazioni come Polonia e Repubblica Ceca hanno accelerato gli acquisti in modo drastico nell’ultimo quadriennio.
Siamo di fronte al superamento della “Grande Moderazione”. Con l’inflazione USA stabilmente sopra il target e un percorso fiscale incerto, la fiducia negli asset cartacei tradizionali viene messa alla prova. È un dato di fatto che lo scorso anno il valore dello stock di oro mondiale abbia superato quello dell’intero debito pubblico USA commerciabile per la prima volta in quattro decenni.
Il sistema monetario futuro potrebbe vedere l’oro non più come un “relitto del passato”, ma come un’ancora di fiducia per nuove infrastrutture di pagamento locali. QUINDI…. Ragioniamo su come comportarci se la correzione dovesse riportarlo in area 4500 $/oz… A buon intenditor…
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