Economia: la Cina non si ferma mai, anzi…

31 Marzo 2011 16:30

Economia cinese in indebolimento? Parliamo magari di possibile rallentamento ma la Cina corre più che mai. E in questo post vi spiego come sta reagendo la Cina al rallentamento globale e quali sono le prospettive per il futuro.

Di questi tempi ci sono certamente avvenimenti più sensazionali di quelli che accadono nel per noi lontano continente cinese. Diciamo che in questo momento la Cina viene un po’ troppo trascurata dai nostri mass media e ciò è un fatto grave, anche se questo a loro fa molto comodo.
Da quelle parti si parla ovviamente molto della catastrofe giapponese di Fukushima e la si teme, tanto è vero che la prima reazione è stata l’improvvisa carenza di sale da cucina. In pochi giorni è sparito questo complemento alimentare dai banchi dei supermercati cinesi. L’origine del fenomeno non è stato ben chiarito. Si è trattato comunque della conseguenza di una psicosi collettiva irrazionale, fenomeno già sperimentato anche dalle nostre parti, ad esempio ai tempi dell’accaparramento dello zucchero di molti anni fa. Comunque, a questo proposito, il megapiano cinese di costruzione di oltre 100 centrali nucleari nei prossimi anni va avanti lo stesso, pur con qualche maggior ripensamento sul livello di sicurezza che queste dovranno avere. Visto poi che i venti spirano da ovest verso est, il pericolo radioattivo quasi non li tocca, per il momento.

La Grande Cina: export, import e bilancia commerciale. Il rallentamento ora è evidente, ma la cina cresce anche all'interno

Sul fronte dei prodotti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, ormai i cinesi sono diventati leader assoluti, sia nel settore eolico che fotovoltaico. Per chi non lo sapesse, nel fotovoltaico già l’anno scorso oltre il 60% della produzione mondiale di pannelli veniva realizzata in Cina, in fabbriche modernissime che impiegano anche oltre 10.000 addetti. Quest’anno la quota sarà senz’altro più alta, visto che, come noto, chiuderanno molte delle fabbriche ancora in funzione da altre parti. Credo sia il caso di rammentare che quasi tutta questa produzione è destinata all’export. I cinesi se ne guardano bene dall’incentivarla a casa loro.


Sul fronte delle infrastrutture in Cina si va avanti a spron battuto. Tanto per fare un esempio, è in corso di ultimazione, fra le altre, la nuova ferrovia ad alta velocità Shanghai-Pechino. Un bel ponte lungo oltre 1.200 km, inframezzato da alcune gallerie e da scavi in trincea. Stazioni tutte nuove di zecca, site nei maggiori centri attraversati, con agevoli nuovi collegamenti alla rete viaria locale e alle autostrade vicine già quasi completati. Lavori avviati a inizio 2009 e che termineranno, secondo quanto annunciato, entro giugno di quest’anno con l’inaugurazione della linea in pompa magna, con 4 mesi di anticipo sulle previsioni. C’ è da credere, perché finire in anticipo in Cina è la norma e poi perché su molte tratte di questa Shanghai-Pechino i treni stanno già viaggiando per collaudarne l’armamento, ovvero gli impianti. Il tragitto fra queste 2 città è previsto venga percorso in circa 4 ore, fermate intermedie comprese.

Per il resto, nonostante quanto ogni tanto si dice dalle nostre parti, o meglio si spera o si vorrebbe, l’economia in Cina gira sempre più forte. Nelle zone industriali più sviluppate, che sono tante, sta arrivando il problema del trovare lavoratori da assumere, per far fronte agli incrementi degli ordini, dall’interno e dall’estero soprattutto.
Ci mancherebbe che non fosse così. I prodotti cinesi sono nel loro complesso qualitativamente ogni anno migliori, il continuo progredire delle loro tecnologie produttive riesce ampiamente a compensare i cospicui incrementi dei salari che i lavoratori cinesi ogni anno conseguono.


Tanto per informare il lettore di I&M, nelle zone più industrializzate il salario netto di un operaio, addetto alla produzione, ora può variare dai 250 ai 350 EUR netti al mese. Se si tiene conto che il costo della vita in Cina è 4-5 volte inferiore all’Italia, per i beni di prima necessità, si può comprendere facilmente che le dicerie sulla scodella di riso sono alquanto fuorvianti. In zone meno sviluppate i valori sono diversi e parecchio inferiori ma la tendenza è di un rapido incremento ovunque dei salari dei lavoratori.

Ma dove sta il trucco, come si spiega questo incredibile sviluppo che continua ad avere l’economia cinese?

In qualche post precedente (vedi argomento Cina in questo blog) ho elencato alcuni punti di forza del loro sistema produttivo/manifatturiero ma, alla fine, ce ne sono 2 che prevalgono su tutti e sono:


• La laboriosità, l’intraprendenza, la dedizione al lavoro dei cinesi che, sotto questo aspetto, sono ammirevoli.
• I governanti cinesi, che sono dei tecnocrati di primordine e che hanno prevalentemente a cuore lo sviluppo delle attività che creano valore aggiunto vero, occupazione e ricchezza diffusa.

Descrivere i lavoratori cinesi a un occidentale, che magari ha perso la cognizione di cosa vuol dire lavorare sul serio, non è facile. I cinesi considerano giusto il concetto che se non si produce non si mangia, Il cinese pone il lavoro prima di ogni altra cosa, normalmente accetta volentieri, o senza recriminazioni, extra orari di lavoro ogni volta che serve, rispetta la gerarchia e riconosce l’autorevolezza delle persone competenti dai quali tende ad assorbire conoscenze quanto più possibile.
Riguardo i governanti cinesi che gestiscono, nel vero senso della parola, l’economia di questo immenso e straordinario paese, questi hanno ben radicato nella loro mente il concetto della competitività, come caratteristica che bisogna assolutamente garantire al proprio sistema produttivo, nei confronti di tutti gli altri paesi. Hanno soprattutto ben radicato che la competitività a un sistema produttivo, inserito nel’economia globalizzata, la si assicura fondamentalmente mantenendo un tasso di cambio favorevole, ovvero tale per cui i costi del lavoro e del sistema paese nel suo complesso, siano inferiori di molto a quello degli altri competitori. Ovviamente non basta ma si parte da lì.
Su questo aspetto i governanti cinesi hanno acquisito una tale pratica che riescono, ogni volta che il tema viene posto all’attenzione pubblica o come tema di consessi e riunioni internazionali, a svicolare in un modo o nell’altro dal prendere seri impegni.
A questo proposito, si può proprio dire che i governanti cinesi trovano continuamente, in un modo o nell’altro, consapevoli o inconsapevoli alleati nel tenace perseguimento della loro politica di mantenimento di un tasso di cambio della loro valuta stabile rispetto al dollaro ma che, in altre parole, la si dovrebbe definire iper sottovalutata.
In questo periodo, come alleati nuovi, di cui alcuni temporanei, sono intervenuti:


• la natura, con uno dei suoi fenomeni più catastrofici, che più di così non si può;
• i disordini nel medio oriente e nel mediterraneo, che hanno tutta l’aria di diventare permanenti, rendendo ancora più instabili queste delicatissime aree;
• la guerra di Libia, scatenata da interessi che nulla hanno a che vedere con quella democrazia che, ci hanno detto, noi presuntuosi occidentali dovremmo esportare ovunque, magari con la forza;
• l’instabilità delle finanze dell’eurozona nel loro complesso, che i maghi della BCE e compagnia bella tentano di salvare, a discapito di ogni altro interesse, che non sia quello delle ristrette oligarchie che governano le nostre democrazie;
• la politica della FED americana che, con i suoi interventi nel mercato finanziario, ha messo in accelerazione permanente il colossale Titanic che ormai è diventata l’economia USA.

Insomma un bel pout-pourri che ha completamente messo nel dimenticatoio, per il momento, il principale fattore che alimenta l’immane squilibrio nelle bilance commerciali delle economie dell’occidente verso la Cina, pur con qualche esclusione ma con l’effetto di peggiorare, ogni giorno di più, una situazione che non può durare in eterno.
Comunque, per accantonare questo argomento, che periodicamente viene messo sul tavolo nei consessi economici internazionali, le autorità cinesi sono ben allenate. Tanto è vero che ogni volta riescono a far sparire dalle agende dei lavori questo delicatissimo tema, con il preciso obiettivo di mantenere più a lungo possibile valida l’equazione che oggi impera nel sistema produttivo globalizzato, ovvero:

N posti lavoro in più in Cina – N posti lavoro in meno dalle altre parti = 0

Avendo a che fare con i cinesi ci si rende conto, piano piano, che c’è un filo conduttore che sta guidando questo popolo alla conquista del mercato globale in modo sempre più completo e capillare. Personalmente mi sono fatto questa idea lavorando e rapportandomi con continuità con questi formidabili lavoratori che sono i cinesi, a tutti i livelli e confrontandomi con espatriati di altre nazioni, che frequentano o conoscono bene la Cina.
Fra noi operatori, se così si può dire, sul fatto che la Cina stia rapidissimamente marciando in questa direzione ci si trova sempre accumunati. Perché la situazione oggettiva, che è possibile constatare da questo osservatorio privilegiato, è talmente evidente che ci si chiede come mai pochissimo se ne parla e come mai non la si racconta in questo modo.

Non si capisce come mai, pur potendo dai numeri constatare che l’apparto produttivo manifatturiero cinese sta sempre più sottraendo quote di mercato a quello degli altri paesi, specie a quelli con economie avanzate, Italia in particolare, nessuno si pone realmente il problema di far qualcosa per riequilibrare la competitività delle varie economie.
Eppure la faccenda non sarebbe tanto complicata.
Si tratterebbe di lasciare al mercato il compito di ad assegnare una parità monetaria del yuan cinese più consona alla forza della sua economia.


A questo però gli avveduti, astuti, abili e lungimiranti dirigenti cinesi non ci stanno. Sanno bene cosa accadrebbe. Nella loro stampa spesso si rammenta che lo sviluppo economico dei loro vicini giapponesi subì un brusco arresto dopo gli accordi del Plaza, che indussero un forte aumento del valore dello Yen.
Gli occidentali dovrebbero però ricordarsi che la politica dello YEN basso ha provocato lo spostamento verso oriente di gran parte dell’industria dell’elettronica, compresi ricerca e sviluppo collegati a questa. Ciò nonostante i nipponici siano solo, si fa per dire, quasi 130 milioni.


Ora la Cina sta facendo lo stesso con tutto il resto ma anche con l’elettronica, ci mancherebbe. Impresa non difficile e abbastanza veloce da compiere con l’attuale situazione delle parità monetarie e, soprattutto, tenendo conto che i cinesi sono oltre 1.300.000.000 e che sono, lo sottolineo ancora, dei grandi lavoratori.

Poi, riguardo la Cina, ci sono le cose che non vanno, gli errori che compiono, le loro debolezze ma di questo se ne parla già abbastanza dalle nostre parti, anzi troppo e le lascio agli altri.

Gaolin

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