Euro: conviene uscire? Se guardiamo i costi e le prospettive…
Molto spesso anche su questo blog si è parlato sulla convenienza per l’Italia (e per la Grecia) di rimanere nell’Unione Europea. Detto in altri termini, ci conviene ancora tenerci l’Euro o è meglio tornare alla Lira, accettando magari uan forte svalutazione a con la possibilità di poter poi fare NOI mercato secondo le nostre esigenze?
Io sono sempre stato scettico sullo staccamento dell’Italia dall’Eurozona, però è sempre molto interessante valutare opzioni diverse, soprattuto se supportate da argomenti validi.
Proprio oggi leggo di uno studio di UBS che chiarisce un po’ le idee e confferma quanto temevo…
MILANO – Si può uscire legalmente dall’euro? Si può uscire eventualmente in maniera illegale, cioè strappando il Trattato? E se sì, che cosa succede dal punto di vista giuridico allo Stato che abbandona la moneta unica o addirittura l’Unione? E soprattutto: in che moneta andranno pagati i titoli di Stato originariamente denominati in euro? Quale tribunale dovrà decidere un’eventuale causa? In una domanda: come verranno tutelati i creditori (banche, fondi istituzionali, risparmiatori) locali e stranieri? Non sono questioni di poco conto, se in tutto il mondo i più attrezzati studi legali da mesi spulciano il diritto comunitario e internazionale e simulano le conseguenze giuridiche di una rottura dell’eurozona.
Finora, sollecitate dai timori di un default della Grecia, le analisi hanno approfondito gli effetti economici di un’uscita di Atene dall’euro: Ubs ha stimato che ogni cittadino greco subirebbe una perdita fra 9.500 e 11.500 euro il primo anno post-euro e di 3-4 mila euro in quelli successivi. Ma anche dal punto di vista giuridico ci sono stati diversi studi e simulazioni, finiti sui tavoli delle cancellerie di tutta Europa, a cominciare proprio da quella greca, la più interessata in teoria a un ritorno alla dracma per riprendere il controllo della politica monetaria. Ma anche un Paese forte, come la Germania, potrebbe in teoria avere interesse a tornare al marco, o magari a creare una doppia valuta, euro forte ed euro debole.
Secondo l’analisi di un grande studio legale internazionale coinvolto nella gestione dei debiti sovrani (che ha chiesto l’anonimato), il punto di partenza da considerare è che non esiste un diritto di uscita dall’euro o dall’Europa, visto che i Trattati sono irrevocabili, fissati «per una durata illimitata». Di fatto dunque l’abbandono della moneta unica potrebbe avvenire solo con una revisione dei Trattati o con un atto unilaterale di uno Stato: ad ogni modo con un atto politico. Che però non è privo di conseguenze sul piano legale. Visto che l’euro continuerà ad esistere, le obbligazioni dello Stato emesse fino a quel momento come devono essere considerate? Rimarranno espresse e regolate in euro, o saranno convertiti nella nuova (vecchia) moneta, per esempio nella dracma nel caso della Grecia?
La conversione dell’obbligazione nella nuova moneta locale ha ovvie conseguenze nei confronti dei creditori, specialmente se essa dovesse svalutarsi dopo la sua (re)introduzione. Ma non è sempre detto: se infatti lasciasse la Germania, i creditori potrebbero beneficiare della conversione, se il nuovo marco si apprezzerà rispetto all’euro.
L’eventuale perdita di valore del bond inevitabilmente esporrà lo Stato debitore a rischi legali. In caso di controversie però il creditore potrebbe trovarsi svantaggiato: è molto probabile infatti che i tribunali dello Stato uscente (di solito competenti per le cause sui bond) possano orientarsi verso una soluzione a favore della valuta locale, indipendentemente dal diritto applicabile al bond o al debito secondo il contratto iniziale. Ma non è l’unico scenario possibile: anche se il debito è regolato dalla legge dello Stato uscente i tribunali di altri Paesi possono disapplicare la «lex monetae» sostenendo che la nuova moneta, essendo nata dalla violazione di un trattato internazionale è, per così dire, «illegale», e dunque potrebbero non applicarla continuando a sostenere la denominazione in euro dei bond su cui si devono esprimere.
In sostanza, i creditori internazionali che hanno acquistato (o sottoscritto) obbligazioni regolate dalle leggi straniere (soprattutto inglesi o americane) pagabili fuori dallo Stato uscente dall’euro manterranno la denominazione in euro del loro debito, sebbene al punto di vista finanziario il deprezzamento della moneta locale comporterà comunque un aumento del rischio di credito. Viceversa, i creditori basati nello Stato uscente o che hanno obbligazioni regolate dal diritto domestico (di solito i cittadini che hanno titoli di Stato) potrebbe ritrovarsi il proprio credito convertito nella moneta nuova, e dunque esposto alla svalutazione. Insomma un groviglio giuridico che rende pressoché impossibile lo scioglimento dell’Unione. Proprio quello che i padri fondatori dell’Europa volevano ottenere. (Source)
Le stesso studio di UBS, inoltre ci dice che secondo i loro calcoli, anche al cittadino tedesco l’uscita dall’EURO costerebbe il giusto. La stima è di un onere che sta fra i 6.000 e gli 8.000 Euro per il primo anno, e poi di circa 4.000 Euro per gli anni successivi. Con un PIL potenzialmente in caduta il primo anno di un 25% circa… Fatevi due conti e ditemi se anche ai amici tedeschi e francesi conviene avanzare ipotesi secessionistiche. Senza poi dimenticare l’effetto contagio sui mercati finanziari che sarebbe DE-VA-STAN-TE, un effetto poco prevedivile e calcolabile a priori, ma potenzialmente letale per il sistema finanziario.
Dice bene la Merkel: non si può tornare indietro. L’articolo sopra lo sottolinea. Ormai l’Euro è una strada che dovrà essere percorsa, anche se non sarà facile. E questa strada dovrà progressivamente portare ad una maggiore unione innanzitutto fiscale, con la nascita dei famigerati Eurobond, ormai diventati secondo me una necessità.
Come dice giustamente Martin Wolf, ormai l’Unione Europea è un giocattolo che non si può smontare. Si può solo rompere. Certo, bisogna colpevolizzare la leggerezza con cui certi conti, nel momento della nascita del progetto, sono stati fatti. Ma ormai è tardi, guardarsi indietro significa perdere tempo. Non è più il momento di piangersi addosso sul quanto è stato fatto. E’ il momento di guardare solo ed esclusivamente avanti, dando prospettive valide e credibili.
Questo, ovviamente secondo il sottoscritto.
Ovvio, i conti di cui sopra si riferiscono a stati come Grecia e Germania. Toglietevi dalla testa che i costi a cui dovrebbe essere sottoposto l’italiano medio siano poi così distanti da quelli subiti dagli ellenici. E poi ditemi voi se conviene (teoricamente) voler uscire dall’Euro.
Stay Tuned!
DT
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