La crisi economica italiana è strutturale? Come uscirne? Quinta parte
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5. DEBITO PUBBLICO
A quanto ammonta?
L’ultimo dato, ricavato dalla Banca d’Italia, risale a Maggio 2013 ([34]): 2.075 miliardi circa.
Poco meno del 35% è in mano a creditori esteri.
Un grafico mostra l’evoluzione degli ultimi tre anni ([34]), sia in valore assoluto, sia al netto dei sostegni finanziari dati agli altri Paesi aderenti all’Unione monetaria:

Sostegni finanziari dati agli altri Paesi aderenti all’Unione monetaria
Come avrete notato, tali sostegni incidono sempre più sul nostro debito pubblico.
Un altro grafico esplicativo ([34]):

Visto che l’EFSF ha terminato il suo compito, è chiaro che in futuro i maggiori contributi riguarderanno i versamenti al meccanismo europeo di stabilità (ESM).
Infatti, dallo scorso 1 luglio, l’ESM costituisce l’unico meccanismo permanente di intervento alle richieste di assistenza finanziaria da parte dei Paesi membri ([36]).
Gli ultimi due versamenti sono avvenuti ad ottobre 2012 (5,7 miliardi di euro) e lo scorso aprile 2013 (2,9 miliardi di euro).
Il rapporto con il PIL
Nel 2012, secondo l’ultimo rapporto della Banca d’Italia, il debito pubblico era pari al 127% del PIL ([35]).
Un grafico confronta la nostra situazione rispetto al resto dell’Unione Europea ([35]):

Come vedete siamo al secondo posto, preceduti dalla Grecia e seguiti dal Portogallo.
Mentre se andiamo ad esaminare il deficit di bilancio (ovvero l’indebitamento/accreditamento netto) rapportato al PIL vediamo che la situazione è indubbiamente migliore.
Siamo tra i pochi Paesi europei che hanno rispettato la fatidica soglia del 3% (motivo per cui è stata recentemente chiusa la procedura d’infrazione sull’Italia):

Previsione per il 2013
La Banca dei Regolamenti Internazionali, nella sua recente 83° relazione annuale, dice ([37]):
Il debito lordo delle amministrazioni pubbliche dovrebbe continuare ad aumentare in diverse economie avanzate. In particolare, le proiezioni per il 2013 lo danno prossimo al 230% del PIL in Giappone, superiore al 180% in Grecia e al 140% in Italia e Portogallo, vicino al 130% in Irlanda, intorno al 110% negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Francia, e quasi al 100% in Belgio e Spagna. Per contro, in Canada e Germania esso dovrebbe collocarsi al disotto del 90% ed essere in procinto di stabilizzarsi.
Perché il debito pubblico può costituire un problema?
Ecco la spiegazione, ben sintetizzata nel rapporto della BRI ([37]):
… numerosi studi dimostrano che quando il debito pubblico supera l’80% circa del PIL comincia a diventare una zavorra per la crescita. Con un debito pubblico ormai oltre il 100% del PIL nella maggior parte delle economie avanzate e la prospettiva di forti incrementi della spesa collegata all’invecchiamento della popolazione, rimane imprescindibile trovare la via per garantire la sostenibilità di bilancio nel medio e lungo periodo.
Fondamentalmente, un debito pubblico fuori misura riduce il merito di credito degli Stati ed erode la fiducia. Mettendo ordine nelle loro finanze, i governi possono contribuire a ripristinare un circolo virtuoso tra il sistema finanziario e l’economia reale.
E con livelli di indebitamento contenuti saranno di nuovo nelle condizioni di reagire quando arriverà, inevitabilmente, la prossima crisi finanziaria o economica.
Mentre attendiamo fiduciosi (è inevitabile!), cito un altro aspetto:
Sebbene la necessità di un risanamento dei conti pubblici si faccia sempre più pressante concretamente i risultati sono stati modesti.
In una serie di paesi, la possibilità di finanziarsi a buon mercato grazie al basso livello dei tassi di interesse a breve e lungo termine ha allentato la pressione sui governi perché mettano ordine nei conti pubblici.
Ma questo allentamento è temporaneo e non privo di rischi.
Quali sono i rischi?
Anche se po’ tecnico, preferisco citarlo, perché lo ritengo importante per comprendere il futuro.
Una coppia di grafici ci mostrano l’evoluzione dei rendimento dei titoli di stato decennali di diversi Paesi (Francia, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) negli ultimi due decenni e la variazione del debito causata da un aumento dei rendimenti ([37]):

La spiegazione:
… basta ricordare che in molte economie avanzate i tassi di interesse a lungo termine nei vent’anni che hanno preceduto la crisi si attestavano in media sul 6% circa (grafico di sinistra). Oggi i rendimenti dei titoli a lungo termine nelle principali economie avanzate si aggirano intorno al 2% (molto al di sotto in Giappone). Quando i tassi di interesse e i rendimenti cominceranno a salire, gli investitori che detengono titoli di Stato sono destinati a perdere somme elevatissime.
Si pensi a quello che succederebbe ai detentori di buoni del Tesoro statunitensi (esclusa la Federal Reserve) se i rendimenti dovessero crescere di 3 punti percentuali lungo l’intera struttura per scadenze: perderebbero più di $1 trilione, vale a dire quasi l’8% del PIL statunitense (grafico di destra). Le perdite per i detentori di titoli emessi da Francia, Giappone, Italia e Regno Unito varierebbero dal 15 al 35% circa del PIL dei rispettivi paesi. È improbabile che i rendimenti segnino un’impennata di 300 punti base dall’oggi all’indomani, ma l’esperienza del 1994, quando i rendimenti obbligazionari a lungo termine in una serie di economie avanzate salirono di circa 200 punti base nel corso di un anno, dimostra che un grosso movimento al rialzo può avvenire in tempi relativamente rapidi.
E se singoli investitori possono cautelarsi con sofisticate strategie di copertura, alla fine il rischio di tasso di interesse ricade necessariamente su qualcuno. La perdita potenziale in rapporto al PIL è a livelli record nella maggior parte delle economie avanzate. Dal momento che tale perdita ricadrebbe anche sulle banche straniere e nazionali, un innalzamento dei tassi di interesse, se non eseguito con la massima attenzione, rappresenterebbe un rischio per la stabilità del sistema finanziario. A questo riguardo, sarà fondamentale una comunicazione chiara e tempestiva da parte delle banche centrali prima di mosse restrittive.
I governi devono raddoppiare gli sforzi per garantire la sostenibilità della traiettoria dei conti pubblici. La crescita semplicemente non basterà ad assicurare che il risanamento avvenga da sé: in altre parole, il denominatore del rapporto debito/PIL non aumenterà più rapidamente del numeratore. Rimandare i sacrifici comporta il rischio di dover procedere a un risanamento forzato in condizioni di pressione, che è quanto sta accadendo in diversi paesi dell’Europa meridionale. I problemi strutturali delle finanze pubbliche devono essere affrontati in modo tempestivo. Così facendo sarà possibile evitare sacrifici ancora maggiori in futuro.
Al tempo stesso la qualità del risanamento delle finanze pubbliche è altrettanto importante della quantità. Aspettare non ha dato frutti: paesi che hanno aspettato troppo sono stati costretti a operare tagli drastici e indiscriminati, sacrificando investimenti pubblici produttivi e alzando tasse che frenano la crescita.
Vale la pena sottolineare questa frase: “sarà fondamentale una comunicazione chiara e tempestiva da parte delle banche centrali prima di mosse restrittive“.
Adesso probabilmente capite quanto “stia sulle spine” la FED americana (e non solo) e perché misuri attentamente le parole: oramai sono quasi all’ordine del giorno comunicati e controcomunicati e ulteriori spiegazioni sul senso dato ad una certa parola o sull’errata interpretazione di un’altra.
Stanno individuando la più corretta ed efficace politica di comunicazione affinché la situazione rimanga sotto controllo (da parte delle banche centrali) e non faccia da detonatore per un’altra crisi… difficilmente gestibile.
In senso figurato stanno camminando su un terreno inesplorato…
In pratica devono evitare che succeda di nuovo quanto riportato in questo grafico ([39]):

Vita media residua
L’ultimo dato della Banca d’Italia ci dice che è di circa 7 anni ([34]). Il calo dei precedenti anni si è stabilizzato su questo valore oramai da diversi mesi.
Il Dipartimento del Tesoro ci mostra l’evoluzione della struttura del debito in questo grafico ([38]):
Incidenza interessi sul PIL
Infine un grafico ([34]) confronta fra diversi Paesi europei (tra cui l’Italia) l’incidenza sul PIL della spesa per pagare gli interessi sul debito pubblico:

Provate adesso a rileggervi attentamente quanto diceva la BRI.
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Buona riflessione e alla prossima puntata…
Lampo
Nota: si prega di leggere la premessa a questa serie di post.
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