La crisi economica italiana è strutturale? Come uscirne? Settima parte
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7. PRESSIONE FISCALE
Un recente rapporto della Banca d’Italia ([48]) ci mostra l’andamento dell’incidenza sul PIL della pressione fiscale, ovvero della somma delle imposte dirette, indirette, dei contributi sociali (ai fini pensionistici e sociali) e delle imposte in conto capitale:

Una precisazione: la pressione fiscale, come vari indicatori statistici, rappresenta un valore medio: per cui è possibile che diverse categorie di contribuenti subiscano un livello di tassazione di molto inferiore/superiore.
L’ultimo rapporto dell’Istat mostra l’incidenza dei vari componenti nel corso degli ultimi anni ([49]):

I dati più recenti forniti dall’Istat ([50]) ci dicono che l’aumento sta proseguendo:
La pressione fiscale è stata pari, nel primo trimestre 2013, al 39,2%, risultando superiore di 0,6 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
E’ il dato più alto dall’inizio della serie storica nel 1999 (14 anni fa).
Tenete conto che la rilevazione del primo trimestre è generalmente la più bassa rispetto agli altri trimestri dell’anno. Infatti la pressione fiscale tende ad aumentare nei successivi trimestri per raggiungere il picco nel quarto trimestre ([51]).
La Corte dei Conti, nell’ultimo Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica, ci fornisce la distribuzione a livello governativo della pressione fiscale ([52]):

Ovviamente i più “penalizzati” nel pagamento del fisco, sono i contribuenti che hanno il prelievo alla fonte: non possono evadere!
Per comprendere meglio i dati sulla pressione fiscale quindi bisogna affrontare un altro tema, a cui è strettamente legata.
8. ECONOMIA SOMMERSA
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze nel 2011, al fine di operare una riforma fiscale, aveva istituito un gruppo di lavoro sull’Economia Sommersa ed i Flussi Finanziari ([55]).
Prima di mostrarvi i risultati occorre fare una precisazione statistica importante (che secondo me pochi conoscono). Cito dal rapporto ([55]):
L’Istat elabora correntemente le stime del Pil e dell’occupazione attribuibili alla parte di economia non osservata costituita dal sommerso economico. Quest’ultimo deriva dall’attività di produzione di beni e servizi che, pur essendo legale, sfugge all’osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva. Tale componente è già compresa nella stima del Pil e negli aggregati economici diffusi dall’Istat sia a livello nazionale sia territoriale.
Secondo i criteri dell’Unione europea, solo una misura esaustiva del Pil rende tale aggregato confrontabile fra i vari Paesi e utilizzabile come indicatore per il calcolo dei contributi che gli Stati membri versano all’Unione, per il controllo dei parametri di Maastricht e per l’attribuzione dei fondi strutturali. La valutazione dell’economia sommersa effettuata dall’Istat quantifica un valore minimo e un valore massimo di stime entro cui presumibilmente si colloca, a livello nazionale, il valore aggiunto occultato sia al fisco sia alle istituzioni statistiche.
Veniamo ai risultati. La stima dell’economia sommersa nel 2008 ([55]):
L’entità del valore aggiunto prodotto dall’area del sommerso economico è stimata per il 2008 in una “forbice” compresa tra 255 e 275 miliardi di euro, ovvero tra il 16,3% e il 17,5% del Pil.
Una tabella riporta i dati anche degli anni precedenti:

Alcuni economisti della Banca d’Italia hanno svolto un approfondito studio ottenendo una stima simile ([54]).
E’ stato calcolato il peso dell’economia “inosservata” monitorando la circolazione del denaro contante nel periodo 2005-2008.
ll dato, riguardante il 2008, stima 290 miliardi di euro dovuti all’evasione fiscale e contributiva, pari al 16,5% del PIL.
Notate infatti che rientra nel range citato in precedenza.
Grazie al loro singolare sistema di calcolo, sono riusciti a valutare anche un altro dato: l’economia illegale.
L’economia sommersa gestita della criminalità organizzata (prostituzione e traffico di stupefacenti): 187 miliardi di euro, pari al 10,9% del PIL.
I due dati assommano a circa 500 miliardi di euro: poco meno di un quarto del nostro debito pubblico!
Ogni anno!
Recentemente la Confcommercio ha pubblicato uno studio che analizza il rapporto fra la fiscalità e l’economia sommersa ([53]).
Utilizzando i dati dell’Istat ha ricostruito, in maniera opportuna, l’andamento del tasso di economia sommersa in Italia:

Poi, tenuto conto della precisazione statistica suindicata, ha svolto un ulteriore calcolo:
Considerando una pressione fiscale apparente, data dal gettito fiscale osservato diviso il Pil, pari al 44,6% nel 2013, si ottiene un valore per la pressione fiscale che grava mediamente su un euro di prodotto completamente emerso pari al 54% (44,6/(1-0,174)). Pertanto, stimiamo la pressione fiscale legale o effettiva al 54%.
Ha quindi ricalcolato in tal modo i dati Istat, ottenendo l’andamento della pressione fiscale effettiva (o legale):

Il Confronto internazionale
Nello stesso studio viene riportato anche un confronto dell’evasione fiscale italiana rispetto ad altri Paesi ([53]):

Dal rapporto:
Ci devono essere ragioni economico-comportamentali che spingono i vari contribuenti dei vari paesi a determinare quei tassi di sommerso in aggregato e queste stesse ragioni devono contribuire a spiegare anche i valori straordinariamente elevati osservati per il nostro paese.
Il principale incentivo è dato dalla pretesa fiscale della controparte pubblica: maggiore la pretesa, maggiore la convenienza a evadere.
Interessante anche la variazione della pressione fiscale tra il 2000 e il 2013 ([53]):

Alcune considerazioni:
…strategia tutta italiana di gestire le finanze pubbliche, tanto in tempo di crescita economica, seppure moderata, quanto di crisi profonda.
Tra il 2000 e il 2013 la pressione fiscale italiana è cresciuta di 2,7 punti percentuali; peggio di noi hanno fatto soltanto Cipro, Malta e Portogallo, paesi che oltre a essere ai confini con lo status di paradiso fiscale partono da carichi tributari da 10 punti in su meno gravosi del nostro. In altre parole, l’Italia è, tra i grandi paesi, quello che ha accresciuto di più la pressione fiscale in assoluto.
Inoltre, è l’unico paese che ha accresciuto la pressione fiscale sia durante periodi di sviluppo (2000-2007) sia durante la grande crisi. In nessun altro caso si è verificato un fenomeno simile, se si eccettua il Giappone che parte però da un livello di pressione fiscale non comparabile con il nostro (attorno al 30%, cioè distante circa 15 punti).
... nei 13 anni considerati i tedeschi riducono la pressione di due punti netti, noi l’accresciamo di quasi 3. Ancora una volta, forse una frazione del differenziale di performance tra i due paesi può essere spiegato da questi trend.
…
L’incentivo a evadere in Italia è dunque elevato in assoluto e in termini relativi, cioè nella comparazione internazionale. Inoltre, è un incentivo crescente, visto che cresce la pretesa fiscale.
Tuttavia, la pressione fiscale apparente, come detto, risente della reazione dei contribuenti alla pretesa fiscale teorica da parte della pubblica amministrazione. Se quest’ultima viene approssimata dalla pressione fiscale legale o effettiva, togliendo dalla pressione apparente la quota di Pil sommerso…
…si ottiene che l’Italia ha la più elevata pressione fiscale legale ([53]):

La pressione fiscale “ideale”
Alle elezioni presidenziali del 1980, l’economista americano Arthur Laffer tentò di convincere Ronald Reagan a non alzare le tasse. Per farlo spiegò, con una semplice curva, la relazione esistente fra pressione fiscale e gettito delle entrate ([56]):
Secondo l’economista esiste un livello di pressione fiscale oltre il quale un aumento delle imposte disincentiva l’attività economica e quindi riduce il gettito. In pratica oltre tale livello di tassazione, le entrate fiscali diminuiscono invece di aumentare.
Ciò anche per una serie di effetti economici:
– l’evasione (dichiarare un imponibile minore rispetto a quello reale);
– l’elusione (truccare un’operazione per beneficiare di un’imposta minore a quella effettiva di applicazione);
– la sottrazione di imponibile (ovvero la delocalizzazione verso Paesi con imposte più “ragionevoli”).
Semplificando: provate ad immaginare una pressione fiscale complessiva al 70%. Chi di voi andrebbe ancora a lavorare oppure si mette a rischiare il proprio capitale (ad es. in un’impresa) con un ritorno economico così basso?
La teoria è ancora ampiamente discussa (e controversa) in ambito economico. Forse perché è stata formulata in modo semplice: infatt pare sia stata scritta frettolosamente su un tovagliolo durante un incontro con Reagan.
Cito dal rapporto della Corte dei Conti ([52]):
In Italia, nel periodo 2009-2013 la mancata crescita nominale del Pil ha superato i 230 miliardi: un dato sintetico che fornisce una immediata percezione delle difficoltà di gestione del bilancio pubblico mentre l’economia non cresce più.
Nell’arco della legislatura, la perdita permanente di prodotto si è tradotta in Una caduta del gettito fiscale anche superiore alle attese (quasi 90 miliardi meno della proiezione di inizio periodo), ma non in una riduzione della pressione fiscale, che anzi è aumentata rispetto al 2009 di oltre un punto in termini di Pil.
Le ripetute manovre correttive hanno, invece, consentito importanti risparmi di spesa, il cui livello è risultato nel 2012 inferiore di oltre 40 miliardi alle stime iniziali. Anche in questo caso, tuttavia, il cedimento del prodotto non ha permesso alcuna riduzione dell’incidenza delle spese sul Pil passata, nel triennio, dal 47,8 al 51,2 per cento.
…
Vi sono le ripercussioni dei molti interventi correttivi che, dal 2008, ammontano nel loro totale all’imponente somma di quasi 140 miliardi di euro, circa 30 dei quali eserciteranno i loro effetti nel biennio 2013-2014; vi è il problema di una pressione fiscale portata a livelli comunemente ritenuti incompatibili con le esigenze della crescita, ma funzionale al rispetto dei parametri europei.
Risultati della lotta all’evasione
Nel rapporto della Corte dei Conti viene riportato anche uno schema che riassume i risultati della lotta all’evasione, compreso il numero di accertamenti effettuati ([52]):

Anche per il 2013 si stima un importo analogo nel recupero dall’evasione [(57)].
Non c’è dubbio che si tratta di cifre importanti… ma 12-13 miliardi è ancora un importo modesto se confrontato al giro d’affari dell’economia sommersa.
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Buona riflessione e alla prossima puntata…
Lampo
Nota: si prega di leggere la premessa a questa serie di post.
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