Nessun Accordo Iran-USA: Cosa Succede Ora
La notizia arriva dall’altra parte del mondo, da Islamabad, nel cuore della notte, come si conviene alle cattive notizie e ai messaggi inattesi. Il Vicepresidente degli Stati Uniti annuncia che il tanto atteso accordo con l’Iran sul nucleare non esiste. Non c’è la promessa, non c’è la firma, non c’è nemmeno l’abbozzo di un’intesa. Nulla. Il silenzio diplomatico ha il peso specifico del piombo arricchito.
Teheran risponde con la grazia di chi ha letto i classici: “I negoziati sono falliti per le richieste irragionevoli degli USA.” E poi, con un’eleganza quasi stilnovistica, aggiunge che “nessuno si aspettava un accordo al primo round”. Come a dire: stavamo solo provando i vestiti. Torneremo.
Eppure il mondo trattiene il fiato. E fa bene.
Gli scogli non sono metafore
Hormuz. Libano. Arricchimento dell’uranio. Sanzioni. Asset congelati. Riparazioni di guerra. Dietro ogni ostacolo diplomatico si nasconde una conseguenza finanziaria e geopolitica di proporzioni tutt’altro che poetiche.
Partiamo dall’immediato. Lo Stretto di Hormuz: quella striscia d’acqua larga meno di 40 km attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Se le trattative collassano definitivamente e l’Iran decide di alzare il tiro, o anche solo di minacciarlo, i mercati energetici reagiscono prima ancora che qualcuno abbia il tempo di dire barrel. Il Brent torna protagonista. Non per le ragioni giuste.
Sul fronte nucleare, gli analisti sono chiari: un Iran senza accordo è un Iran che accelera. Siamo già al 60% di arricchimento dell’uranio, livello che pochi anni fa sembrava fantascienza da thriller. La soglia critica, quella che trasforma il programma in qualcosa di concretamente militare, è più vicina di quanto i comunicati ufficiali amino ammettere. Quando Powell parla di “dipendenza dai dati” ignorando i flussi geopolitici, viene da chiedersi quale calendario stia consultando.
Israele fa i conti. Sempre
Ed è qui che entra in scena Tel Aviv. L’equazione del Medio Oriente ha una costante che non cambia: ogni volta che la diplomazia fallisce, Israele inizia a fare i conti. Non metaforicamente, letteralmente. L’opzione militare contro le installazioni nucleari iraniane torna sul tavolo con una frequenza che dovrebbe preoccupare chiunque abbia posizioni aperte. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima.
Il Pakistan, ospite diplomatico della serata, chiede a Washington e Teheran di rispettare almeno il cessate il fuoco. Una richiesta nobile. Quasi stilnovistica: la speranza come virtù, il dialogo come ideale, la pace come donna angelicata irraggiungibile.
Ma i mercati non leggono Guinizzelli. I mercati prezzano i rischi.
Cosa sta già succedendo nei portafogli
Le conseguenze sono concrete e già in corso. Il gold continua il suo lavoro da safe haven con una determinazione che sarebbe quasi commovente, se non segnalasse qualcosa di serio, e lo segnala. I titoli della difesa, da Lockheed Martin a Rheinmetall a Leonardo, continuano ad attrarre attenzione istituzionale con la costanza di chi sa che il rischio non è risolto, è soltanto rinviato. Il petrolio resta la variabile con il potenziale esplosivo più elevato del paniere. Il dollaro, paradossalmente, si rafforza proprio quando tutto sembra andare storto: il vecchio riflesso del risk-off che non muore mai.
Il rischio geopolitico mediorientale, in questo momento, è sottostimato nei portafogli retail italiani in misura che dovrebbe far riflettere ogni consulente serio. Non è catastrofismo. È lettura corretta dei dati disponibili.
La vera domanda
Non è se le trattative riprenderanno — riprenderanno, perché conviene a tutti, e Teheran lo sa meglio di chiunque. La vera domanda è con quale leva geopolitica si siederanno al tavolo la prossima volta. E chi avrà nel frattempo già mosso le pedine giuste.
Come direbbe il Dolce Stil Novo: “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira?”
In questo caso, è la volatilità. Ed è già in sala d’attesa.
STAY TUNED!
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