Petrolio e geopolitica: il bluff di Trump e la trappola del greggio
Il fumo denso dei pozzi non si è ancora diradato, ma a Washington qualcuno ha già deciso che l’incendio è spento. Donald Trump si siede al tavolo, scuote la polvere dalle spalle e dichiara che la guerra con l’Iran è “very complete”. Un’espressione che suona come un verdetto definitivo pronunciato in un tribunale dove il giudice è anche l’imputato.
President Donald Trump on Monday told a CBS News reporter that the war against Iran could be over soon, and separately spoke to Russian leader Vladimir Putin in a call about the war, according to the Kremlin.
“I think the war is very complete, pretty much,” Trump said, according to Weijia Jiang, CBS’s senior White House correspondent. “They have no navy, no communications, they’ve got no Air Force,” Trump said, according to Jiang, who posted about her interview with the president on X. (CBS)
Il Brent ha reagito come un pugile suonato che sente il suono della campanella prima ancora di aver incassato il colpo decisivo. È scivolato sotto la soglia psicologica dei 90 dollari, quasi avesse fretta di credere a una pace che, sulla carta, ha la stessa consistenza di un castello di sabbia davanti all’alta marea.
Grafico BRENT by Tradingview
I mercati vivono di aspettative, ma qui siamo nel regno della narrazione pura, quella che le banche d’affari vendono ai risparmiatori per giustificare flussi che, spesso, hanno direzioni opposte a quelle dichiarate.
IL TEATRINO DELLA PACE E LA REALTÀ DEI BARILI
Mentre le agenzie battono la notizia della “fine delle ostilità”, i terminali Bloomberg mostrano una realtà meno poetica. La discesa sotto i 90 dollari non è solo il frutto di una dichiarazione pacifica; è il risultato di un posizionamento tattico dove il rischio geopolitico viene prezzato con la stessa velocità con cui si cambia idea in una cena troppo alcoolica.
Si parla di un Iran pronto a rientrare nei ranghi, ma nessuno guarda alle scorte strategiche o alla capacità reale dell’OPEC+ di tenere fermi i rubinetti se il prezzo dovesse bucare i supporti tecnici più importanti.
Il mercato sta comprando una tregua che profuma di propaganda elettorale anticipata. Si vende volatilità sperando che le parole pesino più dei droni, dimenticando che in Medio Oriente la pace è spesso solo l’intervallo tra due esplosioni.
LA TRAPPOLA DELLE CORRELAZIONI INFRANTE
Se guardiamo al grafico intermarket, qualcosa non torna. Mentre il petrolio scende, l’oro non ha ancora iniziato la sua ritirata verso territori meno difensivi. Questa divergenza è un campanello d’allarme che suona in una stanza vuota: se la pace fosse reale e strutturale, i beni rifugio starebbero colando a picco insieme al barile.
Invece, restano lì, a guardare il greggio che prova a fare il funambolo sopra gli 88 dollari. La verità è che il mercato dei bond sta già annusando un’inflazione che non se ne andrà solo perché un leader politico ha deciso di chiudere un capitolo a parole.
Le prossime giornate saranno dominate da una caccia al supporto. Nelle sale operative il cinismo regna sovrano. Si aspetta il prossimo tweet, la prossima smentita da Teheran o il prossimo movimento dell’Arabia Saudita. La debolezza attuale del greggio è un’opportunità per chi sa leggere tra le righe di un comunicato stampa scritto per tranquillizzare le masse e non per informare gli investitori.
Restate vigili. Quando la nebbia della propaganda si diraderà, resteranno solo i prezzi e la loro spietata capacità di raccontare chi ha mentito. La domanda non è se il petrolio tornerà sopra i 100 dollari, ma quanto costerà a chi ha scommesso sulla pace eterna nel giardino più esplosivo del pianeta.
Chi vincerà questa partita? Non certo chi crede ciecamente alle agenzie di stampa.
STAY TUNED!
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