Quanto “COSTA” investire in un titolo di Stato?

1 Aprile 2016 14:30

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Diventa quasi ridicolo spiegare al risparmiatore che un BTP a 5 anni oggi dà un rendimento NETTO pari a circa lo 0.10%. Si, avete letto bene, 0.10%. A dire il vero il rendimento netto è pari allo 0.30% ma se poi ci togliete l’imposta di bollo (chiamiamola col suo nome, ovvero mini imposta patrimoniale coniata da Monti) dello 0.20%, allora quanto resta in tasca al risparmiatore è pari appunto allo 0.10%.
Certo che vincolare il denaro per 5 anni a questi tassi, senza poi dimenticare che l’emittente è la Repubblica Italiana, beh, la cosa fa pensare non poco.
Ma fa pensare ancora di più questa slide.

Ho provato a mettere su un grafico la curva dei rendimenti dei principali paesi a livello globale. Troverete il Giappone, la Svizzera, gli USA, la Germania, il Regno Unito e anche l’Italia. Ho lasciato fuori i paesi emergenti, dove avremmo trovato delle curve distorte che poco hanno a che fare con questo discorso, anche se teoricamente hanno del valore da esprimere.

Curve dei tassi: tutti (o quasi) sotto zero

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La linea di demarcazione è quella dello zero. Bene, potete vedere che solo USA e Gran Bretagna si trovano con tassi a breve sopra lo zero. Per tutti gli altri invece, investire “costa”.
ITALIA: rendimenti negativi fino a 2 anni
GIAPPONE: rendimenti negativi fino a 12 anni
GERMANIA:rendimenti negativi fino a 9 anni
SVIZZERA: rendimenti negativi fino a 18 anni
Ovvio, se poi comprate questi titoli, non dimenticate di togliere la ritenuta fiscale del 12.5% e poi l’imposta Monti dello 0.20%. Allora vedrete che il tasso di rendimento netto effettivo vede la positività solo a scadenze inenarrabili. Se poi volete farvi del male fisico, includete ancora un po’ di inflazione e la fregatura è servita.

Non credo di aver detto nulla di nuovo, se non snocciolare dei numeri aggiornati che fanno quasi sorridere ma ahimè sono molto realistici.

Proviamo però a guardare l’altra faccia del problema.
Da sempre la componente obbligazionaria rappresenta, nei portafogli degli investitori italiani, la cosiddetta parte “core”, ovvero lo zoccolo duro che difendeva i risparmi e garantiva una bassa volatilità.
Mi spiegate, oggi, cosa può difendere un portafoglio costruito con titoli da rendimenti cosi insignificanti?
E quali sono le alternative? Può essere una soluzione “accettare”un rischio maggiore e spostare i portafogli su prodotti con una componente di volatilità maggiore, quindi con maggiore esposizione su valute, corporate, emergenti e azionario?
Questo è il grande problema che crea non poche problematiche ai risparmiatori ma anche ai consulenti.
Se volete, possiamo discuterne tutti insieme nell’area commenti.

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Danilo DT

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