Trump vs Powell: La verità dietro lo scandalo dei lavori alla Fed
Diciamocelo chiaramente: pensare che Donald Trump voglia cacciare Jerome Powell perché ha speso troppo per il cartongesso della sede Fed è come credere che Al Capone sia finito dentro solo perché non pagava le tasse. Tecnicamente vero, sostanzialmente ridicolo.
E’ ovviamente un pretesto narrativo che serve solo a distrarre il pubblico mentre dietro le quinte si consuma la vera tragedia. E la tragedia, signori miei, non riguarda l’edilizia. Riguarda il controllo del costo del denaro.
Il Re del Debito contro l’Ultimo Baluardo
Siamo a gennaio 2026. L’inflazione è scesa al 2,7% (dato di novembre 2025), ma è “sticky”, appiccicosa come una gomma da masticare sotto la scarpa. L’economia reale rallenta, ma non crolla. In questo scenario da “Goldilocks” imperfetta, la Fed ha il piede sul freno.
E qui casca l’asino. O meglio, l’elefante.
Trump, fedele al suo mantra del 2016 («Sono il re dell’indebitamento. Amo giocarci» e questo lo ha detto lui sia ben chiaro), non vuole una Fed prudente. Vuole una Fed che stampi. Vuole tassi a zero per gonfiare l’immobiliare e arrivare ai Midterm di novembre con un mercato azionario in euforia artificiale. Powell, col suo noioso istituzionalismo, è l’ostacolo. L’attacco alla sua indipendenza, mascherato da audit contabile, è un tentativo di takeover ostile della politica monetaria.
Analisi Intermarket: Il Paradosso del Boomerang
Ma facciamo un passo indietro e guardiamo il quadro con la lente dell’Analisi Intermarket, quella “bussola strategica” di cui parlo ne La Danza dei Mercati. Perché se Trump pensa che piegare la Fed porti automaticamente a tassi più bassi, il mercato obbligazionario potrebbe avere una brutta sorpresa per lui.
Se il mercato percepisce che la Fed ha perso la sua indipendenza e diventerà il braccio armato del Tesoro per monetizzare il debito, succede l’impensabile:
- Fuga dai Treasury: Gli investitori esteri (Cina e Giappone in testa, che già non ci amano) vendono i titoli di stato USA.
- Spike dei Rendimenti: I prezzi dei bond crollano e i rendimenti salgono per incorporare il “premio al rischio politico”.
Il risultato? Trump attacca Powell per abbassare i tassi, e il mercato glieli alza in faccia. Con il T-Note a 10 anni che già flirta con la resistenza critica del 4,18-4,20% (come notavamo nel report di inizio anno), una crisi di fiducia istituzionale potrebbe spedire i rendimenti ben oltre il 4,50%. E addio mutui a tasso agevolato.

Grafico T-Note 10yr (rend) by Tradingview
E l’Oro? Non è un caso che il metallo giallo stia viaggiando in area $4.500 l’oncia. Mentre il dollaro rischia di trasformarsi in una “valuta politica”, l’oro sta scontando esattamente questo scenario: la fine della tecnocrazia e l’inizio del dominio fiscale.
L’Illusione del Controllo
C’è un passaggio nel mio libro, nella sezione dedicata alla Finanza Comportamentale, in cui spiego come i bias cognitivi dei leader possano diventare trigger letali per i mercati. Trump soffre dell’illusione del controllo. Crede che sostituendo l’uomo al comando (Powell con un lealista), possa controllare la macchina complessa dell’economia.
Ma l’inflazione al 2,7% è una bestia dormiente, non morta. Se inietti liquidità in un sistema dove i prezzi delle auto usate salgono ancora del 3,6% e gli affitti del 3%, non ottieni crescita. Ottieni stagflazione. E la stagflazione è la tomba politica di qualsiasi presidente.
In termini puramente finanziari, e qui sta la suprema ironia, il grande PARADOSSO: il vero difensore dell’“America First” non è il Presidente, ma il banchiere centrale. Powell, difendendo la credibilità del dollaro come valuta di riserva, sta proteggendo il “privilegio esorbitante” degli USA di indebitarsi a basso costo. Se Trump vince questa battaglia, l’America potrebbe perdere la guerra finanziaria globale.
Non fatevi distrarre dai titoli dei giornali sui costi del marmo della Fed. Quello è rumore. Guardate il rendimento del decennale USA e il prezzo dell’Oro. Se il primo rompe i massimi e il secondo accelera, significa che il mercato ha votato la sfiducia al sistema, indipendentemente da chi siede nello Studio Ovale.
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