SP 500 a 7.000 e il gran teatro della Federal Reserve

29 Gennaio 2026 07:48

S&P 500 a quota 7.000. Fermatevi un istante. Mentre i monitor di mezza Wall Street lampeggiavano come alberi di Natale fuori stagione per festeggiare il record storico, Jerome Powell entrava nell’arena con l’aria di chi deve spiegare perché la cena è fredda mentre la casa brucia.

I tassi restano lì, inchiodati al 3,50%-3,75%, come un vecchio chiodo arrugginito in una trave che scricchiola. Niente sorprese, direte voi. Il mercato lo sapeva, lo aveva già masticato e digerito. Eppure, sotto la superficie levigata del comunicato ufficiale, si muove qualcosa di torbido, una corrente gelida che attraversa le stanze del potere di Washington.

Il fantasma del marmo e i ribelli del FOMC

Sembra quasi una sceneggiatura di quart’ordine: il banchiere più potente del mondo sotto inchiesta per i lavori di ristrutturazione della sede centrale. Ma il vero dramma non è architettonico, è politico.

Per la prima volta dopo tempo, il fronte non è più compatto. Stephen Miran e Christopher Waller hanno alzato la mano per dire “no”. Volevano un taglio, subito. Sono le avanguardie di un nuovo corso che bussa alle porte della banca centrale, mentre il resto del comitato preferisce restare a guardare le macerie dell’inflazione sperando che si polverizzino da sole.

L’illusione della crescita solida e la trappola dei dazi

La Fed ci dice che l’economia è “solida”. È una parola bellissima, solida. Evoca granito, certezze, fondamenta sicure.

Ma è la stessa solidità di un castello di carte prima che qualcuno apra la finestra.

La spesa dei consumatori tiene, certo, ma a che prezzo? L’inflazione core PCE è al 4,3%, e Powell, con una punta di sarcasmo che non gli conoscevamo, dà la colpa ai dazi.

È la “buona notizia”, dice lui. Perché se i prezzi salgono per le tariffe e non per la domanda, allora è solo un trauma una tantum. Come se al risparmiatore che vede il carrello della spesa farsi sempre più leggero importasse davvero se la colpa è di un decreto doganale o di un eccesso di euforia nei centri commerciali. Il punto però è un altro: questa inflazione da dazi è un veleno lento che si insinua nei margini delle aziende e nel potere d’acquisto delle famiglie.

Il ruggito del Dollaro e il silenzio dei Bond

Mentre l’azionario brindava ai 7.000 punti, il mercato obbligazionario restava a guardare con la freddezza di un killer professionista. Il decennale americano viaggia intorno al 4,24%, un segnale che il mercato non crede affatto alla fiaba della disinflazione indolore. C’è una tensione sottile tra l’ottimismo delle azioni e il realismo cinico dei rendimenti.

Il dollaro osserva, forte e spietato. Se la politica fiscale è su un “percorso insostenibile”, come ha ammesso lo stesso Powell, perché il biglietto verde non crolla? Semplice: perché in un mondo di ciechi, l’orbo è re. E finché il resto del pianeta arranca, il Dollaro resta l’unico rifugio per chi deve nascondere i propri risparmi dalla tempesta in arrivo. Ma fate attenzione, perché quando la corda della sostenibilità fiscale si spezzerà, non ci sarà marmo (nuovo o vecchio che sia) capace di reggere l’urto.

7.000 è solo un numero, una coordinata su una mappa che stiamo ridisegnando ogni giorno con l’inchiostro del debito e del deficit. Tenetene conto.

STAY TUNED!

Danilo DT

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