Divisi tra austerity e crescita: la Storia siamo NOI

Pubblicato 8 Maggio 2012 Aggiornato 9 Maggio 2012 09:17

Se ancora qualcuno di voi non se ne fosse accorto, stiamo vivendo la storia. Certo, ogni giorno rappresenta la storia. Ma questa volta si tratta di quella storia che verrà scritta sui libri, quella che un giorno i nostri pronipoti studieranno a scuola (sempre se ci saranno ancora le scuole).

Questa crisi, nata come crisi finanziaria, si sta evolvendo e pian piano si trasforma in crisi politica e soprattutto sociale.
Il voto di questi giorni non fa che confermare uno scenario assolutamente in evoluzione, che preoccupa proprio perché non si sa dove si potrebbe andare a parare. Sia in campo sociale, ma anche politico ed ovviamente economico. E badate bene, tutto è estremamente collegato.

Guardiamo ad esempio alle elezioni. In Grecia la vittoria dell’estrema destra è destabilizzante e rende possibile l’ipotesi impossibile, ovvero l’uscita della Grecia dall’Eurozona. In Francia la vittoria di Hollande rappresenta un possibile cambiamento. Se venisse attuato il piano economico del neo presidente, ci sarebbe non solo il NON rispetto del “fiscal compact” ma anche una situazione che rischia di scappare di mano , con deficit francese (ripeto, parlo di FRANCIA) fuori controllo.
Da una parte si vuole la crescita a tutti i costi. E dall’altra questi costi rischiano di far saltare il banco. Infatti il deficit è sicuramente la bestia grama a cui tutti dobbiamo guardare (oltre che alla disoccupazione).

E in Italia? La “vittoria” dei grillini è sintomatica. Anche da noi vince il voto di protesta. Ma dove ci può portare questa mentalità? Proprio non si riesce a capire che siamo costretti a pagare gli eccessi di tanti anni di politica dissennata? Ma nello stesso tempo come si può accettare un piano di rientro di lungo periodo esclusivamente basato sull’aumento delle tasse?
Domande a cui è difficile rispondere. Anche perché poi bisognerebbe capire come riuscire a conciliare il tutto e creare realmente le famose basi pre la crescita economica.
Il brillante Daniel Gros, dice correttamente:

Il bisogno di crescita oggi è forte tanto quanto quindici anni fa. In Spagna, la percentuale del tasso di disoccupazione di quel periodo era molto simile a quella attuale, mentre in Italia era più alta nel 1996 rispetto ad oggi. Anche da un punto di vista politico il background è simile. La “C” di crescita era stata infatti inserita nel PSC inizialmente dietro la spinta della nuova amministrazione francese (al tempo di Jacques Chirac). E anche nel contesto attuale, è stata la Francia a dare l’impulso per uno spostamento di focalizzazione verso la crescita.

La decisione di dare alla crescita priorità politica è indiscutibile (dopotutto chi potrebbe essere contrario?). Ma la vera questione è: cosa può fare l’Europa per promuovere la crescita? Purtroppo la risposta sincera è molto poco.

I fattori chiave di una strategia di crescita, oggetto di discussione dei leader europei in questi giorni, sono essenzialmente gli stessi del 1996-97, ovvero le riforme del mercato del lavoro, il rafforzamento del mercato interno, nuovi fondi a favore della Banca Europea degli Investimenti (BEI) per prestiti alle piccole e medie imprese (PMI) e più risorse per le infrastrutture di investimento negli stati membri più poveri. Gli ultimi due elementi sono oggetto di particolare attenzione in quanto implicano una spesa maggiore.

Ma anche le circostanze sono decisamente diverse nel contesto attuale. Il modello di business della BEI dovrebbe essere totalmente modificato per poter promuovere la crescita in quanto, in base alle procedure attuali, può elargire prestiti solo con garanzia statale, mentre i debiti sovrani dei paesi dell’Europa del sud, in seria difficoltà fiscale, non possono permettersi un peso ulteriore. Inoltre, contrariamente a un diffuso luogo comune, la BEI non può elargire prestiti direttamente alle PMI, ma può invece solo finanziare le grandi banche affinché queste possano a loro volta concedere i prestiti alle PMI locali. Ma la BCE lo sta già facendo con i prestiti LTRO su base triennale. (PS)

Quindi, riassumendo, da una parte la necessità di rimettere le finanze progressivamente sotto controllo. E dall’altra un piano di ripartenza per la crescita, un Piano Marshall che però non vada a pesare ulteriormente sulle finanze dei già indebitatissimi periferici. E dove si può trovare la soluzione?

Beh, già ho scritto in passato su cosa si potrebbe fare secondo me. Ribadisco solo che resto profondamente convinto su dato di fatto. La soluzione non si può solo trovare nell’austerity attuata dai vari stati membri dell’Eurozona. E’ necessario un coordinamento centrale, con un ruolo di primo piano della BCE, della BEI, dell’Unione Europea, del Parlamento Europeo. E’ necessaria l’unione fiscale. Come detto appunto in passato, il rapporto debito/Pil dell’Eurozona è difendibile, visto che pari a circa l’88%. Ma non è difendibile la situazione se presa stato per stato. Proprio come negli USA, se ci pensate un attimo. Un esempio: se non ci fosse un governo centrale che dirige la baracca, la California sarebbe già fallita da tempo!

Quindi, se la BEI o la BCE prendesse a prestito capitali per poi girarli sempre a prestito a tassi super agevolati a paesi in crisi per il debito, si otterrebbe un minor costo per il finanziamento per questi stati i quali avrebbero le risorse necessarie per poter PROVARE a ripartire, dando una mano soprattutto al microcredito e alle imprese.

Lo so che mi ripeto, ma fa nulla. Puntare tutto sull’austerity è profondamente sbagliato, è un errore di valutazione imperdonabile. E quanto è avvenuto a livello politico in questo ultimo week end non è che l’inizio di una situazione che può solo peggiorare, sia a livello economico, che polito, che sociale. E a poco serviranno EFSF e ESM. Sono solo palliativi che cercano di creare quell’ambiente di fiducia che oggi, però , ha bisogno di UNIONE vera, anche se dettata da necessità che costringono qualcuno ad accettare compromessi poco graditi (vedi Germania).
E il primissimo obiettivo, che è FONDAMENTALE, non è il deficit. Non è l’austerity. Non è la liquidità. E’ il lavoro.
E nel prossimo post capirete perché.

Certo, tutto è contestabile, ma personalmente non vedo altre vie di uscita. OK, c’è sempre la soluzione traumatica: la FINE dell’Euro. Ma mettiamola come opzione finale in quanto pericolosissima e drammatica. E non vi nascondo che, secondo me, la gente sottovaluta l’impatto disastroso di un EURO CRASH. Non è come schiacciare un tasto e, per magia, tutto torna come prima. Nossignore.

Noi abbiamo un’arma. E quest’arma è internet, una voce sempre più autorevole che può fare molto. La voce del popolo, il TAM TAM della rete, sta assumendo dimensioni sempre più grandi. E questo tam tam deve essere coltivato perché è la nostra voce. Perché noi siamo l’Italia. Perché noi siamo il passato, il presente ed il futuro.

La storia insomma, è il popolo a scriverla. La storia siamo noi.

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DT

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