La crisi economica italiana è strutturale? Come uscirne?

di lampo
Pubblicato 16 Agosto 2013 Aggiornato 7 Agosto 2014 08:55

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NONA PARTE (Guest post). Focus su sistema pensionistico

10. SISTEMA PENSIONISTICO

Negli ultimi decenni il sistema previdenziale italiano ha vissuto importanti riforme strutturali rivolte a riprendere il controllo della spesa pubblica per il pagamento delle attuali e future pensioni. E’ stato inoltre istituito di un sistema di previdenza complementare a quello pubblico.

Non preoccupatevi… in questo post non analizzerò le diverse “riforme”, ma soltanto alcuni aspetti numerici, forse meno noti, che spero riescano a fornirvi una visione d’insieme (come al solito trovate ulteriori approfondimenti in fondo al post).

Spesa pensionistica

L’Istat nell’ultimo rapporto ci comunica i dati relativi al 2011 ([65]):

Nel 2011 la spesa complessiva per prestazioni pensionistiche, pari a 265.976 milioni di euro, è aumentata del 2,9% rispetto all’anno precedente, mentre la sua incidenza sul Pil è cresciuta di 0,2 punti percentuali (16,85% contro il 16,66% del 2010).

L’importo medio annuo delle pensioni è pari a 11.229 euro, 352 euro in più rispetto al 2010 (+3,2%).

I pensionati sono 16,7 milioni, circa 38 mila in meno rispetto al 2010.

Il 13,3% dei pensionati riceve meno di 500 euro al mese; il 30,8% tra i 500 e i 1.000 euro, il 23,1% tra i 1.000 e i 1.500 euro e il restante 32,8% percepisce un importo superiore ai 1.500 euro.

Il 67,4% dei pensionati è titolare di una sola pensione, il 24,8% ne percepisce due e il 6,5% tre; il restante 1,4% è titolare di quattro o più pensioni.

Il 27,8% dei pensionati ha meno di 65 anni, il 49,2% ha un’età compresa tra 65 e 79 anni, il 23% ne ha più di 80.

Analizzando lo storico della spesa pensionistica in rapporto al PIL emerge un quadro interessante, soprattutto se confrontato con altri Paesi europei ([68]):

Fonte: Isfol – Marco Centra, Massimiliano Deidda, Quadro demografico e sostenibilità macroeconomica in Europa e in Italia, «Osservatorio Isfol», II (2012), n. 2, pp. (maggio 2012).

Negli ultimi 20 anni abbiamo avuto la più alta incidenza sul PIL. In base ai dati Istat, negli ultimi due anni il rapporto è ancora aumentato (per il calo del PIL conseguente alla crisi economica).

Ricordo che la spesa pensionistica influenza notevolmente la spesa pubblica: in valore assoluto si tratta di una delle prime voci della spesa corrente.

Contribuzione

Andiamo a vedere nello stesso periodo i contributi sociali (previdenziali e assistenziali) rapportati al PIL ([68]):

Fonte: Isfol – Marco Centra, Massimiliano Deidda, Quadro demografico e sostenibilità macroeconomica in Europa e in Italia, «Osservatorio Isfol», II (2012), n. 2, pp. (maggio 2012).

Siamo al penultimo posto fra gli stessi Paesi esaminati. Abbiamo registrato un deficit costante pari a circa 2-3 punti d PIL.

Demografia

In Italia negli ultimi decenni si è verificato contemporaneamente un calo delle nascite ed un allungamento dell’aspettativa media di vita.

In dettaglio il cambiamento ([68]):

Fonte: Isfol – Marco Centra, Massimiliano Deidda, Quadro demografico e sostenibilità macroeconomica in Europa e in Italia, «Osservatorio Isfol», II (2012), n. 2, pp. (maggio 2012).

Diventa evidente come il sistema pensionistico viene messo a dura prova dal processo di invecchiamento generale della popolazione e, dopo aver maturato i requisiti per la pensione, da una maggiore aspettativa di vita.

Prima di discutere della sua sostenibilità, voglio mostrarvi qualche dato fornito dall’Istat ([65]).

Età pensionati

Fonte: Istat – Trattamenti pensionistici e beneficiari (17 aprile 2013).

In pratica sette pensionati su dieci superano i 64 anni ([65]):

Alcune tipologie di pensioni sono erogate anche a soggetti non anziani (di età inferiore ai 65 anni) per effetto delle norme che regolano l’accesso alle prestazioni; quote rilevanti delle rendite perinfortunio e delle malattie professionali (37,5%), così come delle pensioni d’invalidità (27,8%), anche civile (41,4%), vengono erogate a soggetti di età inferiore ai 65 anni (nel caso dell’invalidità civile il 5,7% è erogato a soggetti under15). La presenza di persone di età inferiore ai 14 anni tra i percettori di pensioni ai superstiti o indennitarie dipende dalla vigente normativa sui trattamenti indiretti. Infine, le pensioni di guerra si concentrano tra gli over80, che rappresentano ben il 63,7% dei titolare di tali trattamenti.

NOTA ESPLICATIVA – Tipologie di pensioni:
Vecchiaia: il trattamento pensionistico corrisposto ai lavoratori che abbiano raggiunto l’età stabilita dalla legge per la cessazione dell’attività lavorativa nella gestione di riferimento e che siano in possesso dei requisiti contributivi minimi previsti dalla legge.
Invalidità: prestazione non reversibile legata al versamento di contributi per almeno cinque anni dei quali tre nell’ultimo quinquennio e al riconoscimento, da parte degli organi competenti dell’Ente previdenziale, della riduzione permanente della capacità di lavoro dell’assicurato a meno di un terzo. L’assegno è compatibile con l’attività lavorativa. Ha durata triennale e confermabile per periodi della stessa durata. Dopo il secondo rinnovo l’assegno è considerato permanente. Al compimento dell’età pensionabile l’assegno ordinario di invalidità si trasforma in pensione di vecchiaia.
Superstiti: trattamento pensionistico erogato ai superstiti di pensionato o di assicurato in possesso dei requisiti di assicurazione e contribuzione richiesti.
Indennitarie: rendita corrisposta a seguito di un infortunio sul lavoro, per causa di servizio e malattia professionale. La caratteristica di queste rendite è di indennizzare la persona per una menomazione, secondo il livello della stessa, o per morte (in tal caso la prestazione è erogata a superstiti) conseguente a un fatto accaduto nello svolgimento di una attività lavorativa. Un evento dannoso può dar luogo a più rendite indirette, secondo il numero dei superstiti aventi diritto.
Sociali: pensione ai cittadini ultrasessantacinquenni sprovvisti di redditi minimi e ai beneficiari di pensioni di invalidità civile e ai sordomuti al compimento dei 65 anni di età. Viene erogata dall’Inps ed è finanziata dalla fiscalità generale. A partire dal 1º gennaio 1996 la pensione sociale viene sostituita dall’assegno sociale (legge n. 335 del 1995).
Invalidità civile: pensione erogata ai cittadini con redditi insufficienti e con una riduzione della capacità di lavoro o di svolgimento delle normali funzioni quotidiane superiore al 73 per cento.
Guerra: erogata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze ai cittadini che sono stati colpiti da invalidità a seguito di evento bellico o ai superstiti di deceduto in tale contesto.

A quanto ammonta la pensione?

Ecco la ripartizione percentuale dell’importo delle pensioni erogate nel 2011 ([65]):

Fonte: Istat – Trattamenti pensionistici e beneficiari (17 aprile 2013).

Però molti beneficiari percepiscono più pensioni ([65]):

Fonte: Istat – Trattamenti pensionistici e beneficiari (17 aprile 2013).

In pratica un pensionato su tre percepisce due o più pensioni (soprattutto donne): si tratta di pensioni di guerra, invalidità civile, superstiti, ecc.

Ripartizione geografica

Suddivisione per macroarea (Nord, Centro, Sud) dei trattamenti pensionistici ([65]):

Fonte: Istat – Trattamenti pensionistici e beneficiari (17 aprile 2013).

Notate qualche strana anomalia?

Differenze fra uomini e donne

Un grafico ci riassume le principali differenze ([66]):

Fonte: Istat – Trattamenti pensionistici e beneficiari: un’analisi di genere (2 agosto 2013).

Pur essendoci più donne in pensione, uno scarto di oltre il 12% rispetto agli uomini, la spesa complessiva è notevolmente inferiore: 12% in meno!

Infatti il reddito pensionistico delle donne è di molto inferiore a quello degli uomini:

Oltre la metà (53,4%) delle donne percepisce meno di mille euro, contro un terzo (33,6%) degli uomini.

Il numero degli uomini (657 mila) che percepiscono un reddito pensionistico mensile pari o superiore ai 3000 euro è di oltre tre volte più elevato di quello delle donne (204 mila).

Le disuguaglianze più marcate si osservano tra le regioni del Nord, sia con riferimento agli importi medi delle singole prestazioni sia in relazione al reddito pensionistico dei beneficiari.

Se volete provare a “estrarre” ulteriori dati, potete accedere direttamente al sito dell’Istat QUI (peccato che non siano ancora disponibili i dati del 2011).

Ad esempio, potete scoprire che nel 2010 ci sono stati oltre 500.000 pensionati “benestanti” che percepivano un trattamento superiore ai 3.000 euro ([67]).

Sostenibilità.

Per “misurare” la sostenibilità del sistema pensionistico, tra i tanti indicatori, si adotta l’indice di dipendenza demografica.

L’indicatore misura semplicemente il rapporto tra la popolazione in età inferiore a 14 anni sommata a quella superiore ai 64 anni e la popolazione in età lavorativa (quella compresa tra 15 e 64 anni).

In parole semplici, quanto più tale indicatore aumenta tanto più insostenibile diventa il sistema, rendendo necessari ed opportuni degli interventi correttivi.

Questo grafico mostra l’andamento calcolato dall’ISFOL nell’ultimo trentennio ([68]):

Fonte: Isfol – Marco Centra, Massimiliano Deidda, Quadro demografico e sostenibilità macroeconomica in Europa e in Italia, «Osservatorio Isfol», II (2012), n. 2, pp. (maggio 2012).

Risulta evidente come la componente giovanile sia sempre più diminuita fino a stabilizzarsi mentre c’è un costante aumento della componente in età pensionistica.

Se andiamo ad esaminare una previsione futura, noteremo che siamo in buona compagnia ad affrontare tale problematica ([68]).

Fonte: Isfol – Marco Centra, Massimiliano Deidda, Quadro demografico e sostenibilità macroeconomica in Europa e in Italia, «Osservatorio Isfol», II (2012), n. 2, pp. (maggio 2012).

Notare il distacco del Regno Unito.

Bomba demografica o risorsa?

Ecco che, come descrivono due ricercatori dell’ISFOL in un loro studio, diventa importante disinnescare la bomba demografica e trasformarla in una risorsa ([71]):

… l’invecchiamento della popolazione e della forza lavoro è assunto come un dato dal quale partire per valorizzare le risorse umane e favorire lo scambio intergenerazionale di conoscenze, competenze e abilità. Se, nell’Europa dei 27 paesi, i decisori politici sembrano convinti dell’importanza di favorire l’invecchiamento attivo della popolazione, i cambiamenti a livello micro avvengono solo molto gradualmente e, in questo ambito, gli interventi di istruzione e formazione, la valutazione e il riconoscimento delle competenze giocano un ruolo fondamentale. In particolare, la soddisfazione professionale e la qualità del lavoro costituiscono veri e propri incentivi a cui devono concorrere la ricerca di forme innovative di organizzazione del lavoro, la cura e la progettazione delle postazioni di lavoro, la valorizzazione delle professionalità acquisite. Molti sono ancora gli ostacoli da superare, ed è in questa direzione che si dirigono gli sforzi degli Stati membri attraverso la cooperazione e l’approccio interdisciplinare volto a superare gli stereotipi che guardano ancora in modo negativo al rapporto tra età avanzata, percorsi formativi e processi produttivi.

Diventa importante valorizzare la partecipazione lavorativa degli over 50, come spiegato in un altro studio dell’ISFOL ([70]):

…tra i possibili aspetti che intervengono sull’intenzione di permanenza al lavoro il tipo di professione sembra rappresentare un elemento caratterizzante.

Fonte: Isfol – Mandrone, Sante Marchetti, Debora Radicchia, La partecipazione lavorativa degli over 50, «Osservatorio Isfol», II (2012), n. 2, pp. 95-114. (maggio 2012).

Infatti è possibile osservare come l’età intenzionale in cui l’individuo pensa di ritirarsi dal lavoro aumenti con il crescere del livello di competenze e conoscenze possedute, che approssimiamo con la classificazione delle professioni messa a punto dall’ISTAT, dove ai primi digit è associato un livello di competenza apicale, assimilabile, in anni di istruzione, al conseguimento della laurea, mentre negli ultimi digit, ad esclusione delle sono ricomprese quelle professioni che richiedono attività molto semplici, ripetitive, che comportano spesso l’uso della forza fisica e di conseguenza più pesanti e usuranti. Il I digit è stato ulteriormente diviso tra dirigenti grandi imprese e piccoli imprenditori, essendoci in questa seconda categoria sovente artigiani e attività in proprio, con funzioni e prestazioni eterogenee rispetto ai dirigenti. L’età di pensionamento effettiva è sistematicamente inferiore a quella di coloro che sono andati effettivamente in pensione, per i controlli sulla professione, lasciando trasparire una percezione peggiorativa (mediamente tra i 4 e 6 anni dopo) della propria opzione di ritiro dal lavoro.

Il libro bianco della Commissione Europea

La Commissione Europea è a piena conoscenza di questa problematica, come descritto nel “libro bianco” del 2012 ([72]):

L’effetto sommato dell’aumento della longevità e del raggiungimento dell’età pensionabile dei protagonisti del baby boom avrà profonde conseguenze economiche e finanziarie nell’UE, ridurrà il potenziale di crescita economica e aumenterà la pressione sulle finanze pubbliche.

L’attuale crisi economica e finanziaria non farà che aggravare queste prospettive. Crescita economica fiacca, deficit di bilancio e oneri per il debito pubblico, instabilità finanziaria e bassa occupazione hanno reso più difficile il mantenimento degli impegni che tutti i regimi pensionistici basati su riserve contabili si sono assunti. I regimi pensionistici a ripartizione risentono negativamente della riduzione dell’occupazione e accusano una diminuzione dei contributi. Nei regimi a capitalizzazione diminuiscono il valore degli attivi e i rendimenti.

Diventa quindi più che mai urgente sviluppare e attuare strategie globali per adeguare i regimi pensionistici all’andamento della contingenza economica e demografica. Si tratta di problemi enormi, ma risolvibili se vengono attuate politiche adeguate. Una riforma dei regimi pensionistici e delle pratiche di pensionamento è essenziale per migliorare le prospettive di crescita europee e è assolutamente urgente in alcuni paesi nell’ambito delle iniziative in corso tese a ristabilire la fiducia nelle finanze pubbliche.

La principale soluzione è aumentare il tasso di occupazione soprattutto nell’età più avanzata. Questa cartina evidenzia le differenze all’interno dell’UE di tale tasso ([72]):

Fonte: Commissione Europea – Il Libro bianco sulle pensioni della Commissione europea (16 febbraio 2012).

Come notate… nel 2010 eravamo agli ultimi posti.

Il successo di riforme tese ad aumentare l’età del pensionamento (compresa l’eliminazione dei prepensionamenti) dipende tuttavia da migliori opportunità per uomini e donne anziani di restare sul mercato del lavoro. Ciò comporta adeguamento dei luoghi di lavoro e dell’organizzazione del lavoro, promozione dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, politiche efficienti capaci di conciliare lavoro, vita privata e familiare, misure per sostenere un invecchiamento sano, lotta alle disuguaglianze di genere e alle discriminazioni basate sull’età.
Inoltre, riforme siffatte saranno accettate politicamente se verranno percepite come giuste.

Mi sono permesso di evidenziare in grassetto una parte. In proposito credo che ci sia ancora molto da fare in Italia… visto che non basta aumentare l’età pensionabile, come previsto dalla più recente riforma. Ricordo alcune affermazioni del Presidente dell’INPS ([73]):

… oggi l’eta media [di pensionamento] e’ di 61 anni e 3 mesi e siamo vicini alla Germania ma, confrontando le riforme, nel giro di 12-24 mesi dovremmo essere il Paese con l’eta’ piu’ avanzata fra i paesi europei.
… nei prossimi anni saremo quelli con l’eta’ pensionabile piu’ alta.

Permettetemi di affermare che manca ancora gran parte di tutto quel contorno che avevo evidenziato in grassetto. 🙄

Ciò è dimostrato anche dalla percezione dei lavoratori, come affermato recentemente dal Censis ([74]):

Dai lavoratori italiani allarme pensioni. Scarsa conoscenza della pensione futura e discontinuità dei percorsi lavorativi accrescono le paure. Il 39,4% degli occupati di 18-34 anni ha un percorso contributivo intermittente. E adesso l’allarme riguarda anche i dipendenti pubblici: il 21,4% teme di perdere il lavoro, il 24,1% di finire nel precariato. Malgrado i timori, le scelte di risparmio per la vecchiaia penalizzano la previdenza complementare, ancora troppo poco conosciuta.

Perché non decolla la previdenza complementare?

Recentemente il Censis ha svolto un’ampia indagine ([75]) su un campione di 2.400 lavoratori (composto da dipendenti pubblici, dipendenti privati e lavoratori autonomi) focalizzata su rapporto, aspettative e bisogni informativi dei lavoratori sulla previdenza complementare (su incarico della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione – Covip).

L’incertezza è dilagante ([75]):

In sintesi lo scenario emerso è questo ([75]):

Pensioni pubbliche basse per una vecchiaia di ristrettezze e certezza di doverle integrare con strumenti diversi che, per la maggioranza dei lavoratori, sono altri rispetto alla previdenza complementare; e poi persistente mutevolezza delle regole previdenziali e tanta paura di non riuscire comunque a costruire nel tempo una propria posizione previdenziale per l’inadeguatezza dei propri redditi e/o per la paura di perdere il lavoro.

Ciò forse spiega perché il tasso di adesione alla previdenza complementare complessivo (dei lavoratori dipendenti pubblici e privati e di quelli autonomi) è di poco superiore al 25%, con circa 6 milioni di iscritti ([76]). Poco più di un quarto degli occupati.

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Buona riflessione e alla prossima puntata

Lampo

Nota: si prega di leggere la premessa a questa serie di post.

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Fonti ed approfondimenti:
[65] – Istat – Trattamenti pensionistici e beneficiari (17 aprile 2013).
[66] – Istat Trattamenti pensionistici e beneficiari: un’analisi di genere (2 agosto 2013).
[67] – Istat – Pensioni (Consultazione effettuata in data 10 agosto 2013: dati aggiornati all’anno 2010).
[68] – Isfol – Marco Centra, Massimiliano Deidda, Quadro demografico e sostenibilità macroeconomica in Europa e in Italia, «Osservatorio Isfol», II (2012), n. 2, pp. (maggio 2012).
[69] – Istat – Trattamenti pensionistici e beneficiari: un’analisi di genere (2 agosto 2013).
[70] – Isfol – Mandrone, Sante Marchetti, Debora Radicchia, La partecipazione lavorativa degli over 50, «Osservatorio Isfol», II (2012), n. 2, pp. 95-114. (maggio 2012).
[71] – Isfol – Alexandra Dehmel, Jasper van Loo, From demographic time bomb to valuable human resource: making the most of active ageing in Europe, «Osservatorio Isfol», II (2012), n. 2, pp. 41-54. (maggio 2012).
[72] – Commissione Europea – Il Libro bianco sulle pensioni della Commissione europea (16 febbraio 2012).
[73] – Milano Finanza – Mastrapasqua (Inps), presto in Italia l’età pensionabile più alta d’Europa (6 febbraio 2013).
[74] – Censis – Dai lavoratori italiani allarme pensioni (23 gennaio 2013).
[75] – Censis/Covip – Promuovere la previdenza complementare come strumento efficace per una longevità serena. Rapporto finale (23 gennaio 2013). Una sintesi la potete trovare qui.
[76] – Covip – La previdenza complementare – Principali dati statistici – Secondo trimestre 2013 (luglio 2013). Comunicato stampa – Relazione annuale 2012 (10 giugno 2013).