WAR GAMES: 48 ore e dopo… scatenate l’inferno…
Quarantotto ore. Non è il titolo di un film d’azione degli anni ’80, anche se ammettete che ci somiglia parecchio. È l’ultimatum che Donald Trump ha lanciato sabato sera su Truth Social all’Iran: aprite lo Stretto di Hormuz o gli Stati Uniti distruggeranno le vostre centrali elettriche, a partire dalla più grande.
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Le parole di Trump, scritte in maiuscolo come vuole il suo stile inconfondibile, sono state nette: “Se l’Iran non aprirà completamente, senza minacce, lo Stretto di Hormuz entro 48 ore da questo preciso istante, gli Stati Uniti colpiranno e annienteranno le loro varie centrali elettriche, iniziando dalla più grande”.

Poche ore dopo, l’Iran ha risposto minacciando di colpire tutta l’infrastruttura energetica americana nella regione se le proprie centrali dovessero essere prese di mira.
Un dialogo tra sordi, condotto a suon di post sui social e comunicati ufficiali. Benvenuti nella geopolitica del 2026.
Per capire la posta in gioco, basta un numero: attraverso lo Stretto di Hormuz transitano almeno 20 milioni di barili di greggio al giorno, pari a un quinto del totale mondiale, e la stessa quota del commercio globale di gas naturale liquefatto, in larga parte proveniente dal Qatar.
Quando quel passaggio si chiude, o anche solo balbetta, i mercati energetici globali entrano in fibrillazione. E questa volta non stanno balbettando: stanno urlando.
Ma… occhio ai dettagli che fanno la differenza
Ma c’è una chiave di lettura che i mercati tendono a scontare male, sistematicamente, e che chi siede dall’altra parte di una scrivania con un cliente dovrebbe tenere ben presente. Trump non può permettersi questo scenario fino al 2027.
Le elezioni di midterm non aspettano, e la benzina cara è da sempre il termometro politico più immediato che esista. L’amministrazione ha già adottato misure straordinarie: ha sollevato alcune sanzioni per permettere la vendita di petrolio iraniano e ha revocato il Jones Act per allentare le restrizioni sulle spedizioni di petrolio, con alcune sanzioni sul petrolio russo temporaneamente sospese.
Questo non è il comportamento di un governo che vuole una guerra lunga. È il comportamento di qualcuno che cerca una via d’uscita che sembri una vittoria.
La domanda che in pochi si pongono, ma che è quella giusta secondo me, non è se Hormuz riaprirà. È quando e soprattutto perché. I mercati prezzano la guerra con una certa accuratezza. Quello che non prezzano quasi mai, storicamente, è la velocità con cui chi l’ha voluta decide che non se la può più permettere.
La “Trump Put” (il meccanismo implicito per cui chi ha innescato la crisi è anche l’unico con l’incentivo e il potere di chiuderla) non è un concetto astratto per analisti da convegno. È la variabile più concreta che abbiamo sul tavolo in questo momento. Il fatto stesso che appena 24 ore prima dell’ultimatum Trump avesse detto di stare valutando di “concludere” il conflitto senza risolvere la questione di Hormuz segnala che la Casa Bianca è alla ricerca di un’uscita, non di un’escalation.
L’ultimatum potrebbe paradossalmente essere più uno strumento di pressione negoziale che una vera dichiarazione di guerra imminente. Il problema è che dall’altra parte ci sono persone che ragionano con una logica completamente diversa.
Come ha scritto il premier spagnolo Pedro Sanchez, “ci troviamo a un punto di svolta globale. Un’ulteriore escalation potrebbe scatenare una crisi energetica a lungo termine per tutta l’umanità.” Non è retorica da discorso all’ONU. È una descrizione abbastanza accurata di quello che stiamo guardando, in diretta, ogni giorno.
Il conto alla rovescia è partito. I mercati stanno guardando l’orologio. La domanda è se lo stanno guardando con la giusta prospettiva.
STAY TUNED!
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